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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 19 aprile 2017

“La parrocchia è di chi ci va”

“La parrocchia è di chi ci va”

   Qualche anno fa ripresi a frequentare più assiduamente la parrocchia e mi accorsi che si era fatta estranea al quartiere, anche perché molti di quelli che ci venivano più spesso abitavano fuori. Mi venne risposto che “la parrocchia è di chi ci va”. Venivano pochissimi giovani? Era perché nel quartiere erano rimasti ad abitare solo i più anziani e/o perché le famiglie delle Valli, probabilmente non molto religiose, facevano pochi figli, in fondo per egoismo. Mi era evidente che chi parlava così non conosceva il quartiere, infatti non vi abitava: da noi stavano tornando tante famiglie giovani con bambini piccoli. Me ne ero accorto già nel mio condominio, vicinissimo alla parrocchia, ma era palese anche solo girando un po’ per le nostre strade. Però i genitori avevano preso ad affidare i loro figli, per la prima formazione religiosa, alle parrocchie vicine, sulla base di una sorta di passa-parola. Non è che non li portassero, ma li portavano altrove.
  “La parrocchia è di chi ci va” esprime una concezione proprietaria, condominiale, che non va bene. Implica che chi ci va  possa poi farne ciò che vuole, senza tener conto degli altri.
 Ad esempio, quando alla metà degli anni ’90 fu consacrata la nuova chiesa parrocchiale, che misurava circa la metà della vecchia chiesa sotterranea, c’era un altare molto più piccolo, rettangolare, più ravvicinato al presbiterio. Dopo qualche anno furono eseguiti costosi lavori per impiantarne un altro, quadrato e molto più grande, in posizione più centrale: si persero circa cinquanta posti a sedere. E ora che la gente sta tornando, spesso ci sono solo posti in piedi. Ma all’epoca in cui vennero fatti i lavori i frequentatori abituali della parrocchia era circa quattrocento persone, molte delle quali partecipavano a Messe separate, di comunità. Insomma, per quelli che ci venivano la nuova sistemazione andava più che bene.
   La nostra organizzazione religiosa sopravvive solo perché, per gli accordi con la Repubblica italiana conclusi nel 1984, è collegata in presa diretta al bilancio dello stato, per cui una quota dei tributi che paghiamo, oltre un miliardo di euro all’anno, va direttamente alle casse ecclesiastiche, ad un istituto centrale che provvede poi a distribuire le risorse. All’epoca in cui quegli accordi vennero conclusi, la cosa venne giustificata con il nostro proposito di contribuire alla promozione sociale: si scrisse infatti di una   reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese. Abbiamo rispettato questo impegno, in parrocchia?
  Ci sono risorse pubbliche che vengono impiegate per sostenere un’istituzione, la parrocchia, inviata ad un quartiere dove circa quindicimila persone affidano la loro vita alla fede religiosa. Perché appunto questo è la parrocchia, come istituzione. Non è stato giusto, per come la vedo io,  privatizzarla dedicandola a circa quattrocento persone che  ancora ci andavano. Se si volesse che fosse effettivamente loro, allora dovrebbero anche pagarsela da sé. Invece il servizio  viene pagato in massima parte con risorse pubbliche, ma poi, se la parrocchia è solo di chi ci va, allora il beneficio di questa spesa pubblica va solo a questi ultimi. Si privatizzano  così risorse  pubbliche.
  C’è una tensione molto evidente, praticamente in tutte le nostre istituzioni religiose che contemplano un aspetto comunitario con la partecipazione dei laici, tra  istituzione e comunità. L’istituzione deve sempre esserci; la comunità sembra che  possa esserci o non esserci. Non è scritto così, naturalmente, ma di fatto è così. E’ un residuo, molto resistente, della concezione per cui i laici erano per così dire appiccicati  dall’esterno al clero, che impersonava le istituzioni. Il dare poca importanza all’elemento comunitario ha permesso che la nostra parrocchia si separasse dal quartiere senza tanti problemi.
  La gente ha preso a non venire più in parrocchia perché non vi ha trovato più un ambiente adatto alla maggior parte. Questa è la realtà che emerge facilmente non appena si voglia chiedere spiegazioni alle persone che abitano da noi. Ecco che poi in parrocchia  ci è andata sempre meno gente, e soprattutto  c’è andata gente che la pensava prevalentemente in un modo. Ho scritto che, in fondo, si è operata una selezione, non so quanto consapevolmente, ma sicuramente, ritengo, in buona fede. Si è ritenuto di dover migliorare l'adesione alla fede e ci si è dedicati prevalentemente a chi assecondava questo progetto, che però ha riguardato troppo poche persone, e soprattutto molta, troppa,  gente di fuori. Nel quartiere questo è stato vissuto come una vera e propria colonizzazione ed è cresciuta la disaffezione.  La situazione era nota ai sacerdoti della Prefettura, dell’ufficio territoriale che raccoglie le parrocchie vicine alle nostre? Ritengo di sì, soprattutto ai responsabili delle parrocchie più vicine, dove andava gente nostra. Perché si trasferivano lì e non rimanevano da noi? Certamente spiegazioni sono state date. E il vescovo? Constato che non ha potuto fare nulla per lungo tempo. Solo nel 2015, in occasione della scadenza  del parroco per limiti di età, dopo circa trent'anni di ministero tra noi, si è deciso di mandare una nuova squadra di preti con la missione specifica di ricollegare la parrocchia al quartiere, cosa che si sta facendo con un certo successo. Non sto a recriminare. In realtà dovevamo essere noi, gente delle Valli, a riconquistare la nostra parrocchia. Perché non lo abbiamo fatto? E' su questo che dobbiamo riflettere. E’ da noi, e solo da noi delle Valli, che può sorgere una vera comunità, inclusiva, una realtà sociale veramente di quartiere: il vescovo, che è un essere umano come noi (e anche per lui la giornata è di 24 ore), è tanto se riesce a occuparsi di clero e patrimonio e a dare direttive generali. Ha sempre più bisogno della nostra collaborazione, in particolare nel suscitare comunità vive. Ma noi non ci siamo dati da fare sufficientemente, io per primo.
  Ora l’impostazione parrocchiale non è più che la parrocchia è di chi ci va. Ma questa idea riaffiora ciclicamente tra i gruppi, che appaiono un po’ disorientati dal dissolversi del loro condominio parrocchiale. Sarebbe utile che i responsabili dei vari gruppi, i loro dirigenti, sulla cui nomina il parroco ha voce, o dovrebbe averla, fossero tutti gente che abita nel quartiere. Questo per evitare la sensazione di essere come colonizzati  da gente di fuori. La parrocchia dovrebbe  suscitare una comunità di circa quindicimila persone nel quartiere delle Valli. Ma poi, bisogna sottolineare, la parrocchia, anche così, non apparterrà  a quella più estesa comunità parrocchiale che riprenderà ad andarci: dobbiamo contrastare la concezione proprietaria delle istituzioni religiose. Perché la parrocchia riguarda anche gente che non c’è più e gente che ancora non c’è, come tutto in religione essa unisce passato e futuro. E in ogni decisione se ne deve tenere conto.  Ma certamente occorrerà fare in modo che la gente del quartiere conti di più nelle decisioni che si assumono in parrocchia. Non deve rimanere solo appiccicata  alla parrocchia, deve essere  parrocchia. Ora conta veramente poco, troppo poco. Gente che va, gente che viene, un po' come alla stazione ferroviaria. Non ci conosciamo veramente ed è per questo che spesso diffidiamo gli uni  degli altri. Magari qualcuno non si vede più e non c’è chi va a cercarlo e cerca di sapere che è successo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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