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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 8 aprile 2017

Nessuna concorrenza

Nessuna concorrenza
  
  Nel nostro quartiere ci sono diversi supermercati che si fanno concorrenza.  C’è n’è uno davanti alla chiesa, un altro alla fine di via Val Padana, e, poco distanti, uno su via Conca d’Oro e l’ultimo, il più grande, su via Prati fiscali. Che succederebbe se ce ne fosse solo uno?
  Consideriamo invece i centri culturali e di aggregazione sociale alle Valli. Cominciamo ad elencarli. Innanzi tutto, la parrocchia, naturalmente. Una ditta  che lavora qui da noi dagli anni Cinquanta, con un suo avviamento, quindi con una sua affezionata clientela. E’ l’unica che è autorizzata, in base ad un’antica consuetudine, a lanciare durante il giorno uno  spot  sonoro, con le campane, che ora diffondono vari carillon.  Poi c’è… che cosa c’è poi? Pensateci su. A me non viene in mente altro. Lavoriamo senza concorrenza. Dal punto di vista, come dire, commerciale, una grande opportunità, ma, dal punto di vista civile  e religioso, anche una grande responsabilità.
  Non sto a ripetermi, ma qui da noi alle Valli per un tempo lunghissimo abbiamo diffuso una versione piuttosto semplificata della vita religiosa che non rende ragione della grandissima ricchezza della cultura in questo campo, non intesa solo come impegno intellettuale, ma proprio come forme di vita sociali, costumi, etica, arte e via dicendo, perché nei due millenni della sua storia la nostra fede ha permeato tutto in Europa, e in particolare in Italia e a Roma. Di questa profondità e completezza di formazione, a cui corrisponde una raffinata educazione, c’è sempre bisogno nelle società umane, ora come nel passato, ad ogni età, ma maggiormente tra i più giovani, dei quali spesso ci facciamo un’immagine caricaturale. Ma in genere ora si compra a caro prezzo, è divenuta un bene per privilegiati, di quelli che possono mandare i figli nelle scuole migliori. Da noi viene invece offerta gratuitamente, fa parte della nostra tradizione. Qualcosa però non si può comprare, ha quindi un valore inestimabile (e anche questo da noi è gratuito anche se richiede un maggiore impegno personale), e tuttavia è indispensabile per la vita, ed è quello che nei discorsi che fa il Papa è indicato come amicizia sociale  o  civica e che significa inserirsi in una rete forte  di solidarietà per cui non si è più soli e si può girare per un quartiere cittadino non più da estranei ma proprio come a casa propria. Richiede di fare, di costruire, una comunità,  perché per essere amici occorre questo,  ed è appunto la via che dagli anni Sessanta si preferisce per l’inculturazione religiosa. Questo comporta un forte collegamento tra azione di fede e promozione della pace sociale, perché per essere amici in una comunità occorre fare pace. Si legge nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo, del 2013:
226. Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà.
227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9).
228. In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.
  Storicamente quelli della nostra fede non sono stati molto pacifici. L’azione politica per la pace è stata però un campo privilegiato d’azione dei cristiano-democratici e la loro ideologia ha contribuito in maniera determinante a produrre l’Unione Europea, una grande potenza di pace, tanto che le hanno assegnato un premio Nobel per questo, nel 2012. E’ fondata sul principio di sussidiarietà, ideato in campo cattolico. L’impegno per la pace della nostra organizzazione religiosa è piuttosto recente e coincide, grosso modo, con lo sviluppo del cattolicesimo democratico, il quale ha espresso anche una componente propriamente teologica di cui c’è traccia nei documenti dell’ultimo Concilio, svoltosi tra il 1962 e il 1965. L’idea che la pace vada costruita  è, in fondo, nuova. Bergoglio scrive addirittura di costruzione della storia. Le condizioni della pace non preesistono né cadono dal Cielo.
 Il rinnovamento della catechesi negli anni ’70  si fece cercando di collegare la formazione religiosa a comunità naturali preesistenti, innanzi tutto la famiglia ma poi anche le realtà civiche ricevute dalla storia, di cui l’Italia in particolare è tanto ricca: una tradizione  sociale da riscoprire per sostenere l’educazione alla fede. Ci si voleva distaccare da un modello burocratico per cui si faceva dottrina  alla gente e poi il successo di misurava sul numero di particole distribuite alla Comunione (posto che la quasi totalità della popolazione era battezzata). Negli anni ’80, sotto l’impulso del Wojtyla e prendendo esempio dal modello polacco di quell’epoca, si cercarono di valorizzare i legami nazionali ed europei: fu il tempo dell’ideologia delle radici. Un lavoro difficile, in Italia, in cui il papato era stato storicamente acerrimo nemico del processo di unificazione nazionale. Il primo modello era pre-politico, il secondo   politico: negli anni ’90 la dottrina sociale si spinse a prefigurare un nuovo ordinamento democratico per l’Europa unificata, dopo l’implosione e dissoluzione del regime sovietico e di quelli filo-sovietici dell’Europa orientale. Lo fece in occasione della celebrazione del centenario dalla prima enciclica sociale, Le novità, diffusa nel 1981 da Gioacchino Pecci, regnante in religione come Leone 13°. Il nuovo manifesto ideologico fu steso nell’enciclica Il Centenario,  del 1991, diffusa dal Karol Wojtyla, regnante come Giovanni Paolo 2°. Nel corso degli anni ’90, con il procedere dalla globalizzazione, il processo per cui in tutto il  mondo si osservano gli stessi metodi e le stesse regole per produrre, commerciare e trasferire beni, servizi e capitali, le realtà sociali per così dire naturali su cui dagli anni ’70 si voleva fondare la formazione della fede andarono anch’esse dissolvendosi. Le persone si trovarono quindi ad essere semplicemente  individui e si scrisse (Zygmunt Bauman) della  solitudine del cittadino globale.
  Qualche giorno fa abbiamo festeggiato i cinquant’anni di sacerdozio di un amico che ora lavora in Sardegna: ci ha detto che ai tempi nostri occorre puntare, nelle cose della fede, sul dialogo, perché le comunità naturali del passato non ci soccorrono più. Ne ha parlato sulla base di una lunga esperienza e dell’osservazione delle realtà come sono. Penso che si debba credergli.
 Il dialogo  è il metodo principale utilizzato dai cristiano democratici per fare pace. Per impararlo e praticarlo occorre una specifica formazione e un certo tirocinio. Si tratta innanzi tutto di conoscere bene le persone con cui si vuole dialogare. E poi anche di rispettarle  nella loro dignità e anche nelle loro diversità. Questo comporta di prendere atto delle situazioni di conflitto: “Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato.”, scrive Bergoglio in La gioia del Vangelo. E poi di superarle nel dialogo
   L’idea che guidò il rinnovamento della catechesi negli anni ’70 e ’80 fu che le comunità esercitassero una pressione sociale di persuasione sugli individui, man mano che li assimilavano. Questo avrebbe sostenuto anche il processo di formazione alla fede. Si trattava fondamentalmente di legami gerarchici, naturali in famiglia, sociali nelle realtà nazionali. In un contesto gerarchico le situazioni di conflitto vengono risolte su base autoritaria. Nel dialogo  è diverso, perché si parte dall’uguaglianza in dignità dei dialoganti. La gerarchia abolisce il conflitto di forza, imponendo  una soluzione, nel dialogo si punta a risolverlo nella persuasione. Entrambe le vie sono seguite nelle organizzazioni civili. La nostra organizzazione religiosa ha un ordinamento fortemente gerarchico, di tipo prettamente feudale, un sistema ereditato dalle epoche passate, ma deve sempre più impiegare la persuasione per avere credito tra la gente. Ritiene di avere un carisma  soprannaturale per farlo. Ma come fare a non restare intrappolati  nel conflitto? Chi fa il capo di comunità con lo spirito del Pastore, di solito pensa di avere le risorse per aiutare la gente in questo. Accorre dove il gregge è rimasto intrappolato.
  Lascio per un momento il tema di gerarchia e dialogo, per osservare che, a fronte del dissolversi delle comunità tradizionali, in religione si è anche tentata la via di costruire  neo-comunità che, isolandosi dal contesto, ricreassero legami gerarchici molto forti presentati insieme come naturali  e  soprannaturali. L’isolamento  era essenziale: il contatto con l’esterno avrebbe depotenziato la neo-autorità, facendone risaltare il suo carattere artificiale. Si trattava di un isolamento sia sociale  che  culturale: non incontrare, non parlare, non imparare. Ciò che era all’esterno venne presentato come una realtà malvagia, diabolica, nei confronti della quale ogni commercio sociale o culturale era colpevole, era un cedimento, e solo si poteva invocare la potenza celeste perché “precipitasse nel mare cavalli e cavalieri”. E’ una via che in religione si è tentata in maniera ricorrente, nulla di veramente nuovo. L’isolamento  ricalca la condizione dei cattolici nell’Italia dell’Ottocento, quando, di fronte allo sviluppo del processo di unificazione nazionale, si scelse l’intransigenza, appunto l’isolamento. Si è parlato quindi di neo-intransigentismo. La novità è che si tratta di un processo indipendente dalla guida politica del papato romano, anzi di un processo profondamente impolitico. La neo-ideologia ha potuto svilupparsi solo sfruttando gli spazi di libertà derivati dal nuovo ordine scaturito dal Concilio Vaticano 2°: nell’assetto precedente sarebbe stata probabilmente fulminata da provvedimenti disciplinari, proprio perché slegata dall’osservanza politica al papato. Negli ultimi anni del Wojtyla, quelli della malattia e del pessimismo radicale, quando il sovrano vedeva dispiegarsi nella storia un diabolico progetto di morte, quella via ebbe molto credito al vertice. Radunava nei grandi eventi grandi masse di gente, con molti giovani. Li si faceva convergere per dare un’immagine di popolo, che tuttavia mi parve sempre piuttosto irrealistica, perché le neo-comunità erano un’esigua minoranza sociale, in più fortemente isolate  ma anche  emarginate. La loro impoliticità  le condannava all’irrilevanza sociale. Fatto sta che per trent’anni questa fu la via preferita nella nostra parrocchia e questo si è ottenuto.  La conseguenza è che non si sono sfruttate le opportunità derivate dal fatto di agire in un regime di assenza di concorrenza sociale: la parrocchia è divenuta un corpo estraneo nel quartiere, ma con trecento persone circa che costituivano un corpo sociale molto coeso, con legami interni gerarchici e ideologia esplicitamente religiosa.
  Ci sono ancora opportunità nel nostro quartiere, alle Valli? Bisognerebbe conoscerlo meglio. Certo è che, nel nuovo corso, inaugurato nell’ottobre del 2015, la gente sta tornando e in massa. E’ stato impressionante l’afflusso nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri all’inizio di questa Quaresima. Si è iniziato a praticare il metodo del dialogo, ma c’è ancora gran parte del lavoro da fare, per costruire la pace  e poi una comunità dialogante  che educhi e sostenga alla fede, e prepari al lavoro in società che oggi viene richiesto. Un atteggiamento impolitico  non va più bene nel quadro degli impegni che ci vengono richiesti nell’enciclica Laudato si’. Ma occorre anche fare spazio  a questa gente nuova che sta tornando, non pretendere che si inchini sotto le  forche caudine  del passato. Questo non è facile da ottenere, perché le neo-comunità  reagiscono e cercano di mantenere quanto più è possibile dei vecchi costumi. Si tratterebbe, come insegna Bergoglio, di non restare intrappolati nel conflitto  e di realizzare una comunione di differenze. In fin dei conti la fede dovrebbe essere capace di  realizzare quel miracolo per cui “l’unità  è superiore al conflitto”, ma da noi non è così. Perché, nell’ideologia delle neo-comunità che hanno preso piede qui da noi, la fede,  per come mi pare di capire,  è fonte di conflitto, di isolamento, di esclusione,  di differenziazione insanabile. Bisogna  essere diversi da tutti, compresi gli altri credenti,  i vicini di banco a Messa,   se si vuole essere persone di fede. Ecco che, allora, si recuperano in modo immaginifico elementi tipici dell’antico ebraismo, ma assolutamente non caratterizzanti la nostra fede, che suscitano l’orrore per la contaminazione sociale con i gentili, vale a dire con le genti  intorno: solo che nel nostro caso i gentili  sarebbero anche le circa quindicimila persone di fede del quartiere non affiliate. Solo affiliandosi sembra che si sia sicuri di essere nel giusto cammino, ma allora ci si separa  dalla gente intorno.
  La materia più calda del conflitto è la Veglia Pasquale, per cui ho parlato di Battaglia di Pasqua.
  Al fondo c’è un contrasto concettuale piuttosto acceso. Non ne parlo come di questione teologica, perché la teologia è una cosa seria e, in questo caso, siamo su un altro livello.
  Mi hanno spiegato fin da piccolo che la Pasqua cristiana non è la Pasqua ebraica, anche se fu istituita richiamandone la tradizione liturgica. Al centro della commemorazione della Pasqua ebraica, ma correggetemi se sbaglio, c’è il ricordo dell’ira di Dio che, alla fine, colpì gli egiziani con un’orrenda strage infantile. Gli egiziani, tramortiti dal dolore, lasciarono liberi di andarsene gli antichi israeliti, risparmiati dall’angelo sterminatore mediante il rito del sangue dell’agnello sulle porte di casa, poi ci ripensarono, li inseguirono, ed è lì che l’ira di Dio   colpì  nuovamente gli inseguitori precipitando nel mare cavalli e cavalieri, un'altra strage. Per gli israeliti, liberati  nel senso di separati  dagli Egiziani, estratti  dal loro dominio, da quel momento cominciò una specie di  lunghissima Quaresima, che vissero isolati dal contesto delle genti intorno, nel deserto, fino a quando giunse il momento di entrare nella terra dove scorreva latte e miele, che però non era solo donata, ma che dovettero anche  conquistare  militarmente sterminando gli avversari e cercando di non contaminarsi con loro, ad esempio sposando gentili  o  adorando i loro dei, in una serie infinita di conflitti, in cui ogni vittoria  non era mai quella definitiva.  Nella Pasqua cristiana si celebra invece la salvezza definitiva  di tutto il  genere umano, non di questa o quella sua stirpe,  la vittoria  definitiva della vita sulla morte, la pace definitiva tra Cielo e terra, che è il fondamento di una pace universale. Non ci sono gentili  da cui fuggire per non contaminarsi, non ci sono genti da sterminare o emarginare. Si celebra l’evento che stronca l’inimicizia e le guerre. Non vengono estratte  tribù, ma l’intero genere umano diventa come un’unica famiglia, tutti sono chiamati amici  e, nella diffusione della fede, dovrebbero anche diventarlo.
  Se lo scopo delle nostre liturgie pasquali è quello di rinsaldare tribù religiose, estraendole  dalle genti intorno, allora va bene trasformare la Veglia Pasquale in un fatica spaventosa, in cui c’è tutto ma anche molto di più, in modo che i pochi che riescono a resistere abbiano la sensazione di essere sopravvissuti al passaggio del Mar Rosso. Se lo scopo  è invece quello di annunciare la salvezza a tutti, allora si cercherà di favorirne la partecipazione umanizzando la liturgia, innanzi tutto sfrondandola del superfluo. Questa è stata la materia del difficile negoziato liturgico  che si è tenuto in parrocchia, programmando la Veglia Pasquale di quest'anno. Vedremo che cosa ne uscirà, al dunque. Sorprese ce ne possono essere (l'altr'anno ci sono state) e si temono colpi di mano.
Il conflitto è latente, non è assolutamente superato. La diffidenza reciproca è altissima. Un canto nostro  e un canto  loro, questo il criterio generale dell’accordo, poi però i canti tra le letture della Veglia sono tutti  loro. Ma quanto dureranno? Alcuni sono interminabili. Più o meno la musica suona piuttosto uniforme e talvolta sul contenuto si potrebbe discutere. Si faranno tutte e sette le letture della Veglia, inframezzate da questi canti loro, e poi quattro Battesimi. Quanto durerà tutto? Io penso di andarci quest’anno, ma non so se rimarrò proprio fino alla fine, per questioni di resistenza fisica collegate a certi miei problemi di salute. Da fidanzato andavo alla Veglia  nella parrocchia di San Saba all’Aventino, quella di mia moglie, e là si facevano quattro letture con i canti, e tutto durava dalle 23.30 a mezzanotte e quaranta, più o  meno. Era molto bello. La Pasqua là era molto bella. Al termine ci si salutava veramente di cuore e sembrava allora di volersi bene, di essere realmente  una comunità di amici  nella fede.
  E’ chiaro che problemi ci sono, e piuttosto seri. Come mai si è giunti a combattere la Battaglia di Pasqua? Semplicemente per consentire alla gente del quartiere di partecipare. Prima, per un tempo lunghissimo, quando le Veglie duravano dall’apparire delle prime stelle del Sabato santo all’alba di Pasqua, partecipavano solo quelli che erano ultramotivati ad una sorta di atletica liturgica.
  Bisogna “accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo” scrive Bergoglio, ma dove trovarlo questo anello di collegamento? Ho l’impressione che anche quest'anno si uscirà dalla Veglia guardandosi ancora in cagnesco. Per questo ho invocato la presenza del Vescovo ausiliare di Settore. Può essere proprio lui questo anello di collegamento. Invoco il Pastore non il burocrate religioso. Ci faccia fare pace! So che i nostri vescovi devono occuparsi di un popolo molto numeroso e con tanti problemi, soprattutto quelli dei più poveri ed emarginati. E sono solo esseri  umani come noi. Da noi alle Valli certe situazioni sono meno presenti, anche se c’è molta gente in difficoltà  serie. Certo che la presenza del Pastore tra noi alla Veglia Pasquale potrebbe essere determinante per impedire l’esplosione della comunità parrocchiale: questo è il vero rischio, la disgregazione della parrocchia con la presa d’atto che ce ne sono due in una e che esse non vogliono né possono coesistere. “Ora o mai più”, monsignore. La situazione è questa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





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