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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 18 aprile 2017

Rivolti all’interno o rivolti all’esterno

Rivolti all’interno o rivolti all’esterno

un'immagine del nostro Parco delle Valli, ieri


 Una comunità può essere rivolta al proprio interno o verso l’esterno, verso il mondo intorno. Le sette sono prevalentemente del primo tipo, le religioni prevalentemente del secondo. Una setta religiosa ha quindi, in genere, al suo interno una contraddizione. Di solito quest’ultima viene risolta con l’immaginazione, costruendo un contesto esterno compatibile con l’ideologia di chiusura praticata. L’uscita da una setta religiosa viene spesso vissuta come un ritorno alla realtà.
  Perché si aderisce a una setta? Vengono riconosciuti vari moventi. Le sette propongono, in genere, visioni semplificate ma immaginifiche, quindi accattivanti e coinvolgenti, della realtà: chi ha difficoltà con una società complessa vi può trovare conforto. Inoltre esse sembrano dare protezione a chi vi aderisce, anche se solo fino a che vi aderisce, e anche se l’adesione in genere comporta l’esigenza di sottomissione acritica ad un gruppo di comando, che può essere anche una singola figura dominante o, più spesso e nelle realtà più vaste, una gerarchia più complessa. In una setta si è in genere sottoposti a continue prove di fedeltà. Una setta religiosa della nostra fede sarà, ad esempio, particolarmente legata al racconto biblico del (mancato) sacrificio di Isacco, che inscena appunto una prova di fedeltà, arrivando addirittura (forzando abbastanza il testo biblico) a immedesimarsi in Isacco, piuttosto che in Abramo.
  Esperienze di setta sono state vissute ciclicamente anche nelle nostre collettività di fede. In genere l’educazione alla fede conduce a non dipenderne, perché la nostra religiosità ha una forte connotazione missionaria e dunque rivolta verso l’esterno. Non ci si appaga veramente di esperienze chiuse.
  In un’esperienza  aperta  è centrale la partecipazione, che consente il  dialogo  e quindi l’interazione  e il  coinvolgimento  di gente nuova. Non è sufficiente la  fedeltà, occorre collaborare per  capire  ciò in mezzo a cui ci si trova. Più si è, meglio si capisce, perché si guarda il mondo da diversi punti di vista; ma senza il dialogo  le visioni parziali  rimangono tali.  Si cerca di essere più aderenti alla realtà, acquisendo competenze  spendibili in società; si fanno progetti per migliorare la convivenza. Aprirsi  comporta il rischio, e la fatica, di confrontarsi  con la complessità. Solo nelle fantasie la realtà si adatta perfettamente alle concezioni ideali. Una religiosità che si propone come cattolica, quindi universale, vive senz’altro nella modalità dell’apertura. Questo comporta di rinunciare al monopolio del bene, che è un intento tipico della religiosità di setta, secondo la quale non vi è vero bene al di fuori di essa.
 In una modalità aperta  si può riconoscere, ad esempio, il valore religioso di una importante conquista civile, come quella del nostro Parco delle Valli, evolutosi dal semplice pratone  delle origini a parco pubblico mediante quella che viene definita cittadinanza attiva, quindi una mobilitazione popolare di lungo periodo di cui la gente della parrocchia è stata  componente fondamentale. Questo modo di vedere le cose è al centro delle argomentazioni che troviamo nell’enciclica Laudato si’.
  Una setta può abitare  un luogo senza essere veramente interessata a ciò che c’è intorno, tanto più se è fatta di gente che viene da fuori. Una parrocchia, inviata a gente di un certo posto, non può organizzarsi così, è necessariamente una struttura aperta, interessata alla vita del quartiere. Molti tipi di impegni insieme civili e religiosi sono vissuti, ad esempio, nelle esperienze che si riconoscono in Libera, di cui ci ha parlato l’anno scorso don Ciotti. Un impegno così richiede una presenza molto più costante di quella di un gruppo con connotati di setta, in cui si va solo per i periodici appuntamenti programmati, ad orari fissi,  nel quadro di un certo metodo  e per le prove di fedeltà e verifiche relative. La parrocchia dovrebbe essere una struttura abitata  molto più a lungo che, ad esempio, una sede periferica di un’associazione. Dovrebbe promuovere una partecipazione attiva, non da semplici utenti o spettatori. Dovrebbe poter funzionare anche senza copioni  da seguire pedissequamente e senza una vera e propria  regia.  Ad esempio, ciò che gli studenti apprendono a scuola dovrebbe poter arricchire la vita parrocchiale e viceversa. Non si dovrebbe entrare in parrocchia come in un parco a tema, un po’ come quando si va nella vicina chiesona vaticana con tutti i suoi pittoreschi personaggi e relative scenografie. Entrando in parrocchia non ci si dovrebbe trovare  in un altro mondo, ad esempio in un fantasioso neo-mondo  a sfondo biblico, una realtà totalmente ricostruita al modo in cui a lungo lo si è fatto a Cinecittà, ai tempi d’oro del nostro cinema, ma nella realtà vera e, in particolare, in una specie di  officina in cui si lavora sulla realtà vera e su gente vera, non con  persone che fanno  qualcun altro, immaginando di esserlo, almeno durante l’incanto.
 Occorre riflettere su queste idealità che ci sono state proposte dai saggi dell’ultimo Concilio:
1. Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.
[dalla Costituzione pastorale  La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]
 Fino a che punto ci riconosciamo ancora in esse, in parrocchia?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

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