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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 9 aprile 2017

Non fare a meno di nessuno

Non fare a meno di nessuno







Immagini da Storie della Bibbia a fumetti, Messaggero di S. Antonio Editrice, 1995


   Questo blog è dedicato alle circa quindicimila persone di fede che abitano alle Valli, un ritaglio del quartiere romano di Monte Sacro, dove è istituita la parrocchia di San Clemente papa. Venne aperto quando da noi mi parve si ritenesse che si potesse fare a meno dell’Azione Cattolica, della sua spiritualità, del suo metodo, della sua lunga storia. Replicammo, allora,  che l’Azione Cattolica vive a Roma Valli, da cui il titolo del sito Web. Dalla lunga e travagliata storia delle nostre collettività di fede dobbiamo imparare che è sempre sbagliato, in religione, voler fare a meno di qualcuno, qualunque motivazione se ne dia. Dobbiamo darci l’obiettivo di includere  tutti, mantenendo tutti  insieme da amici, nessuno escluso. Questo fino a comprendere tutto il genere umano. A scriverlo, e anche a proclamarlo, ci si mette un attimo, realizzarlo è molto più difficile naturalmente. Questo perché siamo esseri umani e siamo fatti come siamo fatti. Chi legge gli interventi di questi ultimi giorni sul blog può scandalizzarsi che ci si scontri su temi liturgici, ma in religione è cosa che accade fin dalle origini e che fin da allora si è cercato di superare recuperando un clima fraterno, con l’aiuto degli apostoli. Del resto i problemi nostri sono esattamente quelli di tutta la nostra società civile, solo che noi ci sforziamo di rimanere insieme, perché capiamo che ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide e lo intuiamo meglio proprio negli spazi liturgici, e innanzi tutto intorno alla Cena. 
  Certo, ci sono due modi di vedere le cose, da noi. La prima difficoltà è quella che non ci si conosce abbastanza, per cui non si riesce ad essere veramente amici. Ma voglio che sia chiaro che non si vive praticamente un’intera vita insieme ad altri, anche se portatori di concezioni diverse, senza legarsi profondamente a loro, e questo anche se non si arriva ad essere ancora veramente loro amici. Tra la gente della parrocchia con cui sono in dialettica e i loro acerrimi nemici, che vedo scatenati sul Web, io sarò sempre dalla parte di quelli della mia parrocchia: condividiamo troppe cose che amiamo. Li conosco per nome, so che sono persone buone, le quali sinceramente si sforzano di essere migliori come dicono. Non li metterò mai nelle mani dei loro nemici. La chiesa parrocchiale che hanno costruito secondo le loro concezioni l’amo anch’io, così com’è, con il presbiterio fatto in un certo modo, con quel grande altare, con il fonte battesimale in cui ci si può immergere, le loro icone alle pareti e intorno al Crocefisso, icone che sono diventate anche le mie  icone, il leggio lì dov’è e com’è, e tutto il resto: vi ho troppo pregato dentro, nella nuova chiesa parrocchiale, per non amarla, e sarà lì che probabilmente verrò accolto alla fine. Ma ora amo anche le aggiunte che vi sono state fatte di recente, il nuovo tabernacolo, i nuovi colori alle pareti, proprio perché si tratta di aggiunte  e non di  sottrazioni. La pluralità mi affascina. Impariamo dalla natura, che ci appare come la festa delle diversità, per cui c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire; non  però dalla violenza della natura, per cui tutto è in lotta per la vita con qualcun altro. Componiamo un bel mosaico in cui ognuno metta il suo pezzetto di colore e poi si possa ammirarlo nella sua bellezza, nella sua armonia. Ogni pezzetto, ogni frammento, tende a stare vicino al suo simile, ma poi il disegno complessivo risulta dalla diversità e non potrebbe essere che così, perché non potrebbe mai emergere se non esistessero i diversi colori. 
 Non scrivo questo blog, e di certi problemi, per svergognare quelli dell’altra parte. Lo scopo è quello di coinvolgere nuovamente la gente del quartiere nelle cose della parrocchia. Innanzi tutto per far sapere loro che abbiamo bisogno che ritornino in parrocchia. Ne abbiamo tanta nostalgia. Da noi ora si vuole far convivere le diversità, in modo che ci sia posto per tutti. Non si vuole fare a meno di nessuno. Né dei trecento delle  comunità né dei quindicimila di tutto il quartiere. Il senso, come sosteneva Aldo Capitini, deve essere quello dell’aggiunta. E più saremo, meglio sarà. Fare pace è più facile quando si converge in tanti e si capisce che certe baruffe sono un nulla rispetto alla realtà dell’amicizia civica  che coinvolge un popolo intero, con tutta la sua grande ricchezza culturale e sociale. 
  Sono portato a cogliere sempre un senso soprannaturale del mio trovarmi lì dove sono, in un certo momento, in un certo contesto sociale, in una nazione, in una regione, in una città, in un quartiere, in un gruppo. Perché sono qui e non altrove? Perché non a San Saba, la parrocchia di mia moglie; perché non agli Angeli custodi, la mia parrocchia di adozione nell’adolescenza; perché proprio a San Clemente, in mezzo a loro
  Più da vicino conosco le persone, più mi è impossibile odiarle, anche se questiono con loro. E in ogni battibecco, mi ricordo anche di quante volte siamo stati insieme tanto bene, di quante volte mi hanno aiutato, di quante volte ci siamo stretti la mano dicendoci “pace!”. Le mie figlie si sono formate alla fede qui da noi, hanno avuto  loro  catechisti. E  mi sono arricchito con le tante omelie che ho ascoltato dai loro  preti, di molte delle quali proprio su questo blog trovate ancora un traccia, nelle mie sintesi  domenicali (dal gennaio 2012!). Quando ho avuto bisogno di aiuto e conforto, nelle difficoltà della vita,  i loro  preti sono sempre accorsi, mai mi hanno lasciato solo perché non ero  affiliato. Quelle persone, loro,  non sono delle righe presuntuose e rissose su un sito Web, è gente  reale, gente alla quale sono affezionato  e quindi, per questo affetto, anche legato, per cui mi è proprio impossibile infierire e l’unica mia via riguardo a loro è quella, veramente, della pace.
  Le persone che forse si sono scandalizzate per quello che ho raccontato in questi giorni della vita della parrocchia è possibile che poi siano le stesse che da decenni sono in lite furibonda con il vicino di pianerottolo, o con quello che abita al piano superiore, e che alle riunioni di condominio urlano e si sdegnano contro gente che da una vita vive vicino a loro. O che questionano per il posto macchina in cortile o che, su scala via via maggiore, sono in rotta con certi loro congiunti da lustri o che non sopportano questo o quel gruppo nel quartiere o nella città, che in politica sono per sfasciare tutto e pensano che tutto il mondo sia contro di loro, e allora muoia tutto il mondo e i maledetti tutti perché tutti, in fondo, ce l’hanno con loro.  Le consuetudini sociali dei tempi nostri ci stanno disgregando come gruppi, ognuno è spinto nel proprio particolare, in solitudine di fronte ai problemi del mondo di oggi, tanto più complicato di una volta, e l’angoscia ci domina perché non si riesce ad avere pace e a fare pace: più ci si chiude nel proprio micro-mondo, meno si conoscono gli altri, e più è difficile andare d’accordo. In parrocchia si parte da un punto più avanzato, perché si  è uniti dall’insegnamento del Maestro, secondo il quale il fondamento di tutto è agàpe, la benevolenza universale per cui c’è sempre posto per tutti e nessuno è mai veramente rifiutato. Facendo pace tra noi, allora, potremo essere di esempio per tutti, essere germe vitale di una nuova società.
  Rimane difficile fare pace, anche in religione, quando si diffida. E si diffida perché non ci si conosce a sufficienza. Conoscendosi meglio ci si apprezzerebbe e allora sarebbe più facile risolvere i problemi. 
 La diffidenza verso gli altri ci porta a desiderare che la nostra via sia esclusiva, l’unica ammessa, e gli altri fuori. A quelli dell’altra posizione, alle  comunità,  non obietto la loro specificità, le loro particolarità, tutto ciò che li caratterizza fortemente per chi li guarda dall’esterno e a cui loro sono molto affezionati, il loro metodo, i loro costumi liturgici. Non mi associo ai loro pedanti critici. A me vanno bene così come sono.  Vado d’accordo, e anzi sono amico, con persone che sono molto più particolari  di loro. Faccio obiezione, però, alla loro pretesa di esclusività, vale a dire che da noi in parrocchia non si possa seguire una via diversa. E’ questo il problema. Risolto questo, si può cercare di diventare veramente amici, frequentandoci e conoscendoci di più. Più in generale è un problema che si ripropone nella società di oggi, in cui arrivano genti da tutto il mondo, che sono diverse  da noi sotto tanti aspetti, ma con cui si può convivere bene quando si scopre che nell’essenziale  sono come noi,  e che, proprio per questo, ci possono essere d’aiuto. Di solito finisce sui giornali il male, ad esempio i problemi creati dai nuovi arrivati, e non il bene. L’altro giorno in un processo mi  è capitata questa storia: un negoziante italiano viene rapinato, il rapinatore esce con ancora la pistola in mano, due immigrati, uno dell’Europa orientale e un africano lo vedono e cominciano a inseguirlo, quello punta loro addosso la pistola, ma loro non demordono, continuano l’inseguimento  e iniziano a urlare forte “Al ladro, al ladro!”, finché richiamano l’attenzione di una pattuglia della polizia che riesce ad arrestare il rapinatore; la refurtiva viene recuperata e restituita; quei due riescono anche a far recuperare la pistola che quello aveva buttato sotto una macchina: poi gli immigrati rendono anche completa testimonianza in base alla quale il rapinatore è inchiodato.  E, ad ogni stagione estiva, puntualmente giunge la notizia di bagnanti in difficoltà che vengono salvati da ambulanti africani di quelli che offrono in vendita bigiotteria esposta su lenzuoli sulle spiagge.  
  Conoscendosi meglio, poi ci si fida. Ma quanto tempo occorre! Allora è utile avere un mediatore, un facilitatore. Da noi è il compito degli apostoli. Con spirito di Pastore accorrono dove il gregge è rimasto intrappolato. Per spiegarlo alle mie figlie, quando erano bambine, ho utilizzato il libretto a fumetti  Storie della Bibbia a fumetti, Messaggero di S. Antonio Editrice, 1995, del quale qui sopra incollo alcune pagine. E’ a quelle figure che ho pensato quando ho letto nell’esortazione La gioia del Vangelo: “[226]Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata”.  E di recente, allora, ho lanciato un appello al nostro apostolo di prossimità, al Vescovo ausiliare di Settore, perché venisse a presiedere la nostra Veglia Pasquale per aiutarci a fare pace. Perché in questo conflitto liturgico  di questi giorni mi sento veramente intrappolato e penso che anche per quegli altri sia così. Soffriamo, ma non riusciamo a fidarci tanto degli altri da superare questa situazione. E solo fidandoci gli uni degli altri potremo smettere di soffrire. Ma di fronte all’apostolo sarebbe diverso. Ci indichi una strada, ma venendo tra noi, da Pastore, presiedendo la liturgia più santa: faccio proposito di seguire la sua via e penso che anche per gli altri sia lo stesso. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


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