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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 27 aprile 2017

Dalla parrocchia per la riforma della società civile

Dalla parrocchia per la riforma della società civile

   La parrocchia è un’istituzione più antica di tutte quelle dell’attuale ordinamento statale. Ha avuto una lunga evoluzione dai primi secoli della nostra era. E’ stata organizzata intorno all’ufficio del parroco, ideato come quello di un funzionario locale di un principe, il vescovo, legato al papa da legami di tipo feudale. Ideata per la campagna, si diffuse anche in città. La parrocchia come la conosciamo oggi risale agli inizi del Secondo millennio. Non è cambiata molto fino alla seconda metà degli anni Sessanta del Novecento quando le si volle imprimere un’impostazione comunitaria. L’emergere della comunità intorno poteva renderla più simile a un piccolo municipio, ma questo processo rimase sempre più o meno allo stato iniziale, perché i parrocchiani contarono sempre pochissimo: non si crearono mai istituzioni perché potessero veramente partecipare. Storicamente le parrocchie erano abitate da vari tipi di confraternite  di laici, con una propria struttura, per scopi specifici, ad esempio per i festeggiamenti dei santi, ma anche per ragioni caritative o assistenziali. Dagli anni Sessanta cominciarono ad essere abitate anche dai circoli locali di vari  movimenti  di laici. Quindi si va in parrocchia o come singoli o come partecipanti a queste associazioni di laici. Dove l’autorità del parroco si fa debole, per vari motivi, ma in genere perché il clero parrocchiale è composto prevalentemente da persone di altre parti del mondo, non dico straniere perché  in religione nessuno è straniero, la parrocchia diventa un  condominio  di  confraternite  e movimenti. Questo modo di frequentarla non fa di una parrocchia una comunità. Al dunque rimane un ente  monarchico. Ogni potere giuridico spetta al parroco, che non è obbligato a rendere conto  alla comunità. E’ assistito da un consiglio che gli può dare pareri che egli però non è tenuto ad osservare. In genere questo organo è composto dai capi dei movimenti che  abitano  la parrocchia. Sono previste periodiche elezioni di membri da parte dell’assemblea parrocchiale, vale a dire dei parrocchiani, ma di fatto, se non si celebrano, non succede nulla. Chi può parteciparvi? L’elettorato attivo è piuttosto vago: sono considerati parrocchiani quelli che abitano  nel territorio parrocchiale od operano  stabilmente in parrocchia pur non abitando. Sono i regolamenti  che i consigli pastorali  si danno e che vengono approvati dai vescovi a definire come si vota. E’ un tema molto delicato, perché un parrocchia in cui prevalgono quelli che scelgono  di venirci, anche se abitano altrove, si snatura, diventa la sede locale di una specie di movimento. Una soluzione potrebbe essere quella di riservare a chi opera ma non abita  l’elezione di una quota minoritaria, come si fa alle elezioni politiche per gli italiani residenti stabilmente all’estero. Il problema è che poi, secondo gli statuti vigenti dei consigli pastorali, il parroco può nominare  consigliere, in aggiunta ai membri elettivi,  chi vuole. La questione non è sentita come molto grave perché i  consigli pastorali  non hanno alcun vero potere e, al dunque, decide sempre e solo il parroco. Del resto in molti casi i consigli pastorali non sarebbero neanche in grado di esprimere una volontà comune, che significa anche accettata  dalla parte che era di diversa opinione ed è risultata minoritaria, perché frutto di  dialogo  in cui non ci sia solo la prevalenza di un partito  sull’altro, ma si tenga conto  anche degli altri. Si opera a volte come in un condominio, che non è una comunità, ma un precario accostamento di interessi privati.
  In un condominio prevale la concezione proprietaria  della collettività. Ognuno è  signore in casa propria e cerca di accaparrare quanto più possibile dei beni comuni, quelli che ci sono tra  casa propria  e  casa altrui, come tubi, tetti, intelaiatura in cemento armato o pareti portanti di un edificio, ma anche parcheggi, giardini,  e senza i quali le case proprie  non potrebbero stare in piedi o sarebbero meno amene. Nelle decisioni si costituiscono precarie alleanze di interessi privati. Ognuno farebbe di buon grado a meno degli altri, ma è costretto a sopportarli perché l’edificio in cui sta casa propria  è fatto in un certo modo. A parte le questioni di interesse non ci si incontra veramente, ma ci si incrocia per le scale condominiali. Chi va, chi viene, a nessuno importa veramente nulla degli altri.
 Le nostre istituzioni pubbliche, da quelle più piccole allo stesso Stato, sono malate della malattia  condominiale. Ci si partecipa, dove è consentito, ed è consentito in maniera più ampia che in una parrocchia, con lo spirito di un condomino. Si ha l’idea che  chi vince debba prendere tutto. Il punto di vista degli altri non è veramente considerato se non per polemizzarci contro. Si ha difficoltà ad incontrare gli altri nelle loro diversità e allora si preferisce stare con i propri simili. Questo porta a disintegrare la società civile. La parrocchia, come istituzione che si avvicina a  quelle pubbliche,  è spesso colpita da una malattia simile. E’ una realtà di prossimità, più vicina alla gente così com’è veramente, una società in cui, se si vuole, ci si può veramente incontrare, anche tra diversi. La soluzione al problema potrebbe emergere in una collettività così, proprio perché l'occasione di incontrarsi  sul serio c'è: ma occorre avere il coraggio di sperimentare. In caso di successo, è cosa che si potrebbe proporre in ambito via via più vasto, per risanare anche la società civile.
  Veramente non c’è alternativa tra monarchia feudale e condominio? Si teme che tutto finisca per sfasciarsi, perché non si ha alcuna fiducia negli altri. Ne diffidiamo perché non li conosciamo veramente. In Abruzzo  e nel Reatino, a causa dei terremoti, tanta gente è rimasta all’improvviso priva di  casa propria  ed è stata costretta a vivere in tende precarie, molto più vicine le une alle altre delle case proprie distrutte, e per di più piazzate in spazi totalmente  pubblici perché allestiti dalle organizzazioni di soccorso. C’è stata una grande sorpresa: i giornalisti che sono andati ad intervistare i terremotati si sono sentiti dire che era bello vivere insieme. Persone che erano vicine di casa in condominio ma che non si frequentavano erano finite a dormire nella stessa tenda e si erano piaciute. Nell’emergenza si era sviluppato lo spirito solidale e ognuno aveva capito l’importanza di conoscere meglio gli altri, perché nella sventura naturale quella era un’importante risorsa. In un mondo così i più piccoli si sentivano più liberi, non facevano più vita isolata temendo di essere investiti dalle automobili, le quali non avevano più strade da invadere. Facevano vita di gruppo, non erano più i piccoli monaci dei nostri quartieri cittadini. Il condominio  era andato giù, ed era emersa la solidarietà civile. Di questa materia prima sono fatte le vere comunità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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