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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 2 aprile 2017

Costruire una comunità parrocchiale. Occorre l'apostolo per ripartire.

Costruire una comunità parrocchiale. Occorre l'apostolo per ripartire.

La mappa della nona Prefettura, nel Settore Nord  della Diocesi di Roma. La nostra parrocchia è indicata con il numero 159. Ha circa 15.000 fedeli. Il nostro Padre  di prossimità, il nostro Vescovo ausiliare, è mons. Guerino Di Tora


 In una domenica dell’ottobre 2015, all’epoca in cui iniziò il rinnovamento della nostra parrocchia del quale ora cominciano a vedersi i frutti, scrissi:
“Riesce difficile pensare alla parrocchia come ad un’esperienza di massa. Ma in realtà dovrebbe esserlo. La nostra parrocchia, in particolare,  dovrebbe essere la casa di tutta la gente di fede delle Valli. Chi lo dice? Lo ha detto il vescovo istituendola, cinquantanove anni fa (l’anno prossimo è il sessantesimo anniversario dalla fondazione! Un’occasione per fare festa.)
[…]
Dal momento in cui viene costituita una parrocchia territoriale, inizia il lavoro della gente di fede per farsi popolo e per mantenersi tale stabilmente, creando una tradizione, in cui i più giovani apprendano dai più anziani ad esserlo e i più anziani lo siano in modo sempre adeguato alle novità dei tempi   (acquisendo consapevolezza delle Rerum Novarum, appunto delle novità,   che dalla fine dell'Ottocento è ritenuto importante prendere in considerazione anche nella vita di fede). Non basta infatti il decreto del vescovo per fare diventare popolo la gente che abita vicina, in un certo territorio. E' proprio in questo che noi di San Clemente papa dobbiamo riconoscere di aver gravemente mancato.
La nostra parrocchia è stata appunto istituita come territoriale: la comunità che la costituisce comprende gran parte del quartiere delle Valli, fino a piazza Conca d’Oro.  Dai dati dell’ultimo censimento, le Valli sono abitate complessivamente da circa ventimila persone, buona parte delle quali rientrano nella nostra comunità parrocchiale. Di queste, secondo la media nazionale, un buon 80% può annoverarsi tra i fedeli. Tenendo conto che, in realtà, anche la gente che abita nei primi edifici oltre piazza Conca d’Oro, prossimi alla piazza, gravita intorno alla nostra parrocchia per ragioni di comodità, anche se territorialmente fa parte della comunità parrocchiale degli Angeli Custodi, possiamo stimare in circa quindicimila persone la nostra comunità parrocchiale. La nostra quindi è, o almeno dovrebbe essere,  una esperienza parrocchiale di massa. Quante di queste persone  fanno effettivamente comunità  con noi, vale a dire vengono in parrocchia come a casa propria?  Se devo giudicare dal numero di persone che frequentano le messe domenicali, direi, al massimo,  intorno alle settecento. Secondo la media nazionale dei praticanti dovrebbero essere almeno il triplo. Se però consideriamo il numero di coloro che nelle statistiche vengono chiamati convinti e attivi, di quei settecento ne rimangono, credo, circa la metà. E di questi pochi, troppo pochi!, bambini per la prima iniziazione religiosa, pochissimi i ragazzi per quella di secondo livello e un numero ancora più esiguo di giovani più grandi. Ecco l'enormità di ciò che è successo da noi, alle Valli! Questa differenza tra i quindicimila e i settecento, o forse sarebbe più giusto dire i trecentocinquanta, se non ci bastano i praticanti, ma vogliamo  veramente fare popolo,  misura le dimensioni del lavoro che dobbiamo fare.   C’è chi dispera di poterlo fare. La nostra chiesa non sarà mai più piena di gente, dice. Ma, se bastasse questo, saremmo già a buon punto. La nostra chiesa parrocchiale è sottodimensionata rispetto alle esigenze del quartiere, la si riempie facilmente. Ad un certo punto, alla Messa con il vescovo per l’insediamento di don Remo, il nuovo pastore che ci è stato inviato, c’erano solo posti in piedi. E non si tratta, poi, semplicemente di riempire la chiesa. Non è una folla  che ci serve, ma  fare comunità. Questo ci riesce difficile, se proviamo a confrontarci con i grandi numeri. Allora preferiamo ragionare su scala più piccola: è ciò che si è fatto negli ultimi trent’anni, un periodo molto lungo, equivalente a una generazione. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, in modo veramente eclatante. Abbiamo speso tutte le nostre forze per far crescere comunità molto coese di qualche centinaio di persone, neanche tutte veramente  della parrocchia ma immigrate da fuori,  con un impegno gravosissimo per i sacerdoti della parrocchia, e ora abbiamo ciò per cui abbiamo lavorato: una comunità di comunità  di poche centinaia di persone.
   Non dobbiamo pensare di scaricarci della responsabilità di ciò che è accaduto attribuendola solo al parroco precedente. Siamo noi, tutti noi, in questione. Noi che, in fondo, abbiamo trovato più comodo fare conto che gli altri, quelle tante migliaia di fuori, non ci fossero perché non volevano esserci e amen. Così si stava più larghi. Con i preti tutti per noi. Nessuna diaconia a nostro carico. I soliti mugugni, questo non va, quest’altro pure, quella statua perché non la mette lì?, perché non fa così e cosà?, vedi quello che dice, guarda quelli che fanno,  e il parroco perché non fa questo e quest’altro?,  e via maldicendo, secondo i costumi parrocchiali di sempre. Mai che ci si sentisse risuonare nel cuore il tremendo appello biblico: “Dove sono i vostri fratelli?”.  Quelle migliaia che dovevano essere tra noi e che noi abbiamo trascurato, pensando a noi, solo a noi, sempre solo a noi stessi, magari chiacchierando anche di apostolato e presentandoci come il resto fedele  tra pagani incalliti. Quella gente alla quale anche noi laici, insieme ai sacerdoti della parrocchia, veramente tanto più meritevoli di noi, eravamo stati inviati in missione.”
  Devo dire che spesso, nello sforzo di costruire delle comunità, l’elemento umano, come talvolta si dice, “delude”. Ricordo che Joseph Ratzinger criticava le comunità religiose tutte occupate e guardare sé stesse, perché, diceva, non erano un bello spettacolo. E’ una considerazione che facevano anche i reazionari quando, negli anni Sessanta scorsi,  il sacerdote cominciò a celebrare rivolto verso l’assemblea. Eppure  è proprio di quella gente che sono fatte le comunità, anche se su di esse si fanno molti sogni che poi non corrispondono alla realtà. In qualche modo ci si rifugia nelle illusioni per sfuggire a ciò che c’è. La religione, così, diventa un gioco di ruolo, e, innanzi tutto, un gioco. Prende congedo dal mondo intorno e può rimanere come sostegno psicologico personale, medicina dell’anima, un po’ come, per molti, lo sono il Calcio e la squadra del cuore. Le comunità allora appaiono come realtà aumentate, un po’ come quando si va a Disneyland  e si parla con Topolino e Pippo. Ma allora esistono veramente!? Quanto dura, però? E’ un po’ questa l’impressione che mi fa, alla mia età, tornare nel minuscolo regno Vaticano. Se non fosse per la Pietà  di Michelangelo. Quella, per me, vale più di tutto il baraccone intorno. L’ho utilizzata quando ho cercato di spiegare alle mie figlie la Chiesa. Perché, veramente, tutto ciò che ho capito della fede è lì, proprio lì. E, insomma, quella statua, che è un artifizio, come sono tutte le opere d’arte, ha la virtù di riportarti alla realtà. La si guarda e vi ci si rispecchia. Si esce dal sogno e si comincia a entrare nella fede vera. Che non è sogno, droga, realtà aumentata, gioco di ruolo, teatro religioso, ma è un fatto profondamente umano e reale, come la carne e il sangue,  ma, insieme, anche spirituale, che è quando nella pietà, compassione, misericordia,  ci sono tante parole per evocare certe cose, ci distacchiamo dalla nostra primordiale ma sempre attuale realtà di belve, di esseri naturali, e manifestiamo ciò che non possiamo più considerare solo natura, ma qualcosa  di più  e di  migliore, che avvertiamo in noi e che può essere anche sviluppato, che ferma la mano omicida sul punto di colpire, il morso pronto per azzannare, la rapina brutale, l’impeto dello stupro, come anche, su diversa scala,  la calunnia fratricida, l’esclusione del diverso e tutto ciò che in religione ci è stato insegnato a considerare come vizio  da combattere e di cui pentirsi, e che, in definitiva, rientra nella nostra natura di antiche belve.
  Le comunità di fede degradano quando diventano giochi di ruolo,  fantasie,  realtà aumentate. E questo anche se certuni ritengono che proprio questo debbano essere e ci lavorano sopra in quel senso. Ecco che allora ci vuole l’apostolo per riportarle sul giusto cammino. Compito difficile e non di rado ingrato. Le grandi anime  fanno spesso un brutta fine. E allora, poi, ci si torna a riunire intorno alla loro memoria, rimproverandosi, talvolta ma non sempre, di aver fatto tanta resistenza ai loro insegnamenti. Il sangue dei martiri costruisce le Chiese, si dice.
  Gli antichi saggi greci pensavano che i capi dovessero essere pastori  e tessitori. Ma in religione c’è di più: si guarda com'è la loro fede e si cerca di imitarla. Ma non  è solo questo: ci si rispecchia in loro e così si ritorna alla realtà, si esce dai sogni cattivi, ci si pente e, a quel punto e solo a quel punto, ci si riconcilia e si costruisce una vera  comunità. E’ come quando si guarda la Pietà  nel chiesone vaticano e si capisce, o si riscopre,  qualcosa di sé stessi che a lungo si era dimenticato, o addirittura mai compreso. Ci hanno insegnato che in questo c’è del soprannaturale. Soprannaturale è quando si scopre di ricevere molto di più di ciò che ci si aspetterebbe ragionevolmente. Perché i nostri capi religiosi sono esseri umani come noi, e avvicinandoli capiamo bene che è proprio così. Ma, nello stesso tempo, possono dare molto di più di ciò che hanno come esseri umani. E questo si percepisce chiaramente in certe occasioni, in particolare in certe liturgie. A volte riesce anche ai Papi. Di solito le masse che hanno intorno quando vanno in giro rimangono masse e partecipano a eventi di  realtà aumentata, che come si dice, lasciano il tempo che trovano. Ma in alcune occasioni è diverso. Qualche giorno fa ho citato l’omelia di san Wojtyla a Sarajevo, nel 1997, quella in cui insegnò:                 
“Carissimi Fratelli e Sorelle! Quando nel 1994 desideravo intensamente venire qui tra voi, facevo riferimento ad un pensiero che s'era rivelato straordinariamente significativo in un momento cruciale della storia europea: «Perdoniamo e domandiamo perdono». Si disse allora che non era quello il tempo. Forse che quel tempo non è ormai giunto?
Ritorno oggi dunque a questo pensiero e a queste parole, che voglio qui ripetere, affinché possano discendere nella coscienza di quanti sono uniti dalla dolorosa esperienza della vostra città e della vostra terra, di tutti i popoli e le nazioni dilaniate dalla guerra: «Perdoniamo e domandiamo perdono». Se Cristo deve essere il nostro avvocato presso il Padre, non possiamo non pronunciare queste parole. Non possiamo non intraprendere il difficile, ma necessario pellegrinaggio del perdono, che porta ad una profonda riconciliazione.”
 Quella fu un’occasione del genere, potente, storica. Un fatto che lega, che  unisce, che rimane  e  conforta.
  La nostra è una Chiesa che è detta apostolica, per rendere l’idea dell’importanza che ha, nel costruirla, rinsaldarla e restaurarla, l’apostolo, di generazione in generazione. Sembra che non se ne possa proprio fare a meno. In particolare in certi momenti, in certe situazioni. Per quanto ci si metta d’impegno, in particolare noi laici, talvolta si ha proprio bisogno di quel qualcosa di più che ci mette l’apostolo, il padre, pastore  e tessitore. Ci si trova impigliati in situazioni che non si risolvono. I giochi di ruolo   non terminano, e ognuno sa giocare solo il proprio. Ed ecco che un popoloso quartiere di Roma si trova ancora piuttosto separato dal suo principale centro religioso, la nostra parrocchia, tanto vicina e tanto lontana per molti: quanto spreco! Ieri abbiamo festeggiato i cinquanta anni di sacerdozio di un caro amico che lavora in Sardegna. Lì i preti sono pochi e molto anziani, diversi hanno oltre novant’anni. Si devono accorpare le parrocchie. Da noi, alle Valli, è diverso: ci è stata mandata una numerosa squadra di preti, giovani. E’ una ricchezza grandissima, c’è un potenziale enorme. Ma l’elemento umano della comunità intorno continua a deludere. Non è ancora un bello spettacolo. E non c’è la capacità, nella maggior parte di noi, di accorgersene e poi di cambiare. Al dunque ognuno torna a rinchiudersi nel proprio micro-mondo comunitario esclusivo. E’ questo che tiene ancora lontana la gente del quartiere. Il complesso parrocchiale è la più grande installazione comunitaria non commerciale dei dintorni, ci sono veramente tanti spazi, anche se, negli anni passati, li abbiamo progressivamente dismessi: come quando, in una famiglia che vive una grande casa,  i figli se ne vanno e i genitori, sempre più anziani, cominciano  ad abitare solo poche stanze. Tante cose sono cambiate, va detto. Mese dopo mese vengono recuperati ambienti diruti, i lavori fervono. Ma bisogna far tornare la gente, e non solo come spettatrice di spettacoli religiosi o utente di servizi liturgici: la parrocchia deve tornare ad essere l’anima del quartiere.  Appare quasi come invocare un miracolo, ma è cosa alla nostra portata, perché, in definitiva, il soprannaturale, nel senso che ho detto prima, è in noi. Ma, come a Sarajevo nel 1997, ci sarebbe bisogno dell’apostolo, per riscoprire quel soprannaturale che c’è, e che non è solo fantasia, e  gioco di ruolo biblico, ma una realtà  profondamente umana, che c’è anche alle Valli (perché dubitarne?). Altrimenti, mi domando e vi domando,  tutta la complessa (e costosa) burocrazia ecclesiastica non rimarrebbe solo, appunto, burocrazia, apparato amministrativo e scenografico, anch’essa in fondo intrappolata nel proprio  gioco di ruolo gerarchico, al modo in cui mi appaiono esserlo, sotto un certo punto di vista, il mio, gli Svizzeri  in Vaticano, con i loro costumini cinquecenteschi? Ci sono, qui alle Valli, circa quindicimila persone di fede che, dopo trent’anni di esperimento religioso finito molto male, hanno bisogno di un padre, pastore, tessitore in cui rispecchiarsi, per ripartire. Troveranno ascolto? La Veglia pasquale è l'occasione giusta. Vieni, Padre, a presiederla. Rinnoveremo le promesse battesimali. Può essere il momento in cui prendere altri impegni solenni che riguardano la nostra parrocchia e il quartiere. Perdonare e chiedere perdono, riconciliarsi, aprirsi alla gente delle Valli, uscire dai sogni cattivi, dai giochi di ruolo che ci siamo costruiti, dalle realtà aumentate che in realtà sono realtà "diminuite" perché hanno lasciato fuori tanta gente.  Invece di combattere la Battaglia della Pasqua, uscendo peggiori di prima dalla liturgia, con più risentimento reciproco, volendoci ancora meno bene di prima e ripromettendoci di saldare i conti la prossima volta, ripartire insieme, inaugurando una nuova tradizione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


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