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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 7 aprile 2017

Terre Sante

Terre Sante

   A parte i paesaggi naturali, in Terra Santa non c’è quasi più nulla delle origini: la storia lo ha completamente cancellato. Te lo dicono anche. “Questa pietra, questa strada, questo arco non sono quelli là, ma la tradizione li riconosce, e li venera, come quelli là…”.  E’ come per la gran parte delle reliquie più antiche, lenzuoli, veli, chiodi, spine, calici e pezzi umani. Si sogna di andare in una terra santa e ci si ritrova nell'Israele e nella Palestina di oggi, con tutti i loro gravi problemi e con tutta la loro violenza, una situazione molto difficile in cui non ci si riesce a raccapezzare e che non sembra avere altri sbocchi che sempre più violenza, a dimostrazione delle molte controindicazioni delle ideologie a sfondo religioso basate sulla santità  della terra  che si vogliono tradurre in esperienze politiche.
  In realtà direi che non esistono terre sante, perché la santità non nasce dalla terra come le piante e non si comunica alla terra camminandoci e vivendoci sopra. E ogni metafora basata su presunte radici  umane è fallace, perché gli umani non sono vegetali.
 Quello che ho osservato per le terre sante  vale anche per le istituzioni religiose. Nelle nostre non c’è più nulla delle origini, dei tempi più antichi: la storia ci ha lavorato molto su. Questo rende fallaci tutte le ideologie reazionarie, perché non c’è più alcun prima  che possa essere restaurato, a cui tornare o anche solo da prendere a modello. Le nostre principali definizioni di fede, il nostro Credo, si  sono consolidate e sono state enunciate negli ultimi sette secoli del primo millennio della nostra era. La struttura delle nostre  istituzioni religiose fondamentali risale invece ai primi cinque secoli del secondo millennio. Nessuna nostra attuale ideologia di fede e nessuna nostra attuale istituzione può essere definita santa  nel senso che ripropone veramente qualcosa che c’era alle origini, anche se vi ci si richiama, vi ci si sente collegata profondamente (e una certa continuità può essere in genere effettivamente riconosciuta, ma come sviluppo, tradizione nel cambiamento, per cui qualcosa passa da una generazione all'altra, ma anche cambia di generazione in generazione):  santa lo è solo se è ancora legata al fondamento e questa è cosa che va sempre verificata, tanto che si suole dire che si ha bisogno di continui aggiornamenti e revisioni o, se non si ha paura di certe parole, di riforme.
  Ogni istituzione è legata a una visione più ampia della società, che è rapidamente mutata nel secolo scorso, producendo uno spettacolare  aggiornamento, una parola che fu molto usata nell’ultimo Concilio ecumenico, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965. In precedenza la nostra organizzazione istituzionale religiosa era concentrata sul clero, ordinato gerarchicamente, con un imperatore religioso al vertice, un suo senato attorno a lui ad aiutarlo nel governo universale, suoi feudatari in periferia e funzionari di questi ultimi in ogni ritaglio di territorio, ad imitazione dell'ordinamento feudale civile. Intorno c’erano corpi speciali organizzati intorno a una regola, detti perciò religiosi, con relativo stile di vita, legati al vertice da vincoli giurati. Appiccicati a questo corpo, ma senza alcun potere e funzione che non fosse quella di far nascere nuova gente e in particolare  nuovo clero, stavano tutti gli altri, la grande maggioranza dei fedeli, il popolo  e basta, oggetto di un condominio con le autorità civili, in un difficile riparto di competenze, che storicamente ha prodotto un'infinità di situazioni di tensione e di vero e proprio conflitto tra potere religioso e poteri civili. Il popolo, in questo quadro, doveva solo  religiosamente obbedire, senza nemmeno eccedere quanto a convinzioni di fede e impegni di vita. Il perfezionamento  personale e sociale  non gli competeva. Storicamente, furono colpiti duramente quelli che se lo proposero, a meno che non aderissero a una regola  istituita, divenendo religiosi, quindi frati e suore, monaci e monache, legati dall’obbedienza assoluta all’unico sovrano.  Dal punto di vista giuridico è ancora in gran parte questa la struttura della nostra organizzazione religiosa. Questo significa che l’aggiornamento progettato negli scorsi anni Sessanta, su base teologica, non è ancora riuscito a tradursi in una corrispondente società e, in particolare, in un diverso assetto organizzativo. Si sono fatti diversi tentativi che vediamo attuati in diversi movimenti che animano la nostra vita sociale di fede, e anche nella nostra Azione Cattolica, che, dalla fine degli scorsi anni Sessanta, con il suo nuovo statuto, aggiornato a sua volta dopo non molto tempo, è molto cambiata. Ma ancora il popolo  resta in genere appiccicato  come dall’esterno al corpo del clero e dei religiosi. Tanto che quando si annuncia "la Chiesa ritiene",  “la Chiesa dice”, “la Chiesa fa”, di solito ci si riferisce ai capi del clero. E’ un problema che si riflette anche in una realtà di prossimità come la parrocchia, e anche nella nostra.
  Il popolo,  inteso come fedeli laici, non ha alcuna vera voce in capitolo negli affari parrocchiali. Non decide, non programma, non si incontra e non ha nemmeno sedi sociali per farlo, ma, bisogna dire, non è stato neanche formato a questo. In teoria potrebbe riunirsi in un’assemblea  per eleggere una parte dei consiglieri  del parroco, una quota di membri del  Consiglio pastorale, è previsto dalle regole che già ci sono,  ma io non ricordo che da noi  lo si sia mai fatto. Nel  Consiglio pastorale, così,   vanno attualmente, da noi, solo i capi dei gruppi che abitano  la parrocchia, i preti e innanzi tutto il parroco che lo presiede, e poi una quota variabile di persone fondamentalmente ammessa dal parroco, mi pare, come del resto è nel suo diritto fare, anche se non sarebbe male verificare di volta in volta chi ha diritto di esserci e di parlare e chi invece viene solo come uditore. Il Consiglio pastorale è, in definitiva, un senato  regio, un corpo di consiglieri di un monarca locale, con funzioni solo di consulenza. Questo comporta che, cambiato il monarca, può cambiare tutto, senza che ci si possa fare nulla, come in effetti è successo da noi. In una tradizione sociale di vera partecipazione si sarebbe prodotta invece una linea di maggiore continuità, e questo fin dall'inizio degli anni '80, quando appunto, cambiato il vertice locale, cambiò tutto. Mancando una tradizione democratica, quando ci si riunisce, in quel senato, si finisce per litigare sugli argomenti controversi, che è naturale vi siano. Non ci sono regole di convivenza sufficientemente accreditate. Ma soprattutto: fino a che punto i fedeli del quartiere sono rappresentati in quel Consiglio e fino a che punto le decisioni consigliate da quell'organo sono da loro condivise?
  Non ci sono veramente modelli a cui riferirsi, se non isolate esperienze di alcune altre parrocchie che hanno tentato di organizzare in un modo nuovo la partecipazione del popolo  sfruttando le possibilità che le norme attualmente in vigore consentono, celebrando sinodi parrocchiali, dandosi regole più dettagliate per eleggere in assemblea il Consiglio pastorale  per far posto a tutte le realtà e via dicendo. Non ci sono terre sante  a cui ritornare o da prendere a modello; le Scritture, in particolare, rimandano a storie che si riferiscono ad un contesto troppo antico per essere veramente utili, a un mondo che non c'è più. Si viveva in mezzo agli apostoli, i primi collaboratori del Maestro, e quelli di adesso sono tanto più distanti che è quasi come se non ci fossero. Si occupano in definiva prevalentemente di clero e patrimonio e la gente non li conosce, ad eccezione del capo supremo che in Italia è piuttosto presente sulle fonti informative popolari. Finora non mi è mai capitato che qualcuno di loro  abbia risolto, con la sua presenza, una situazione problematica locale. Del resto la loro agenda è sempre al completo, perché noi siamo molti e loro pochi e loro sono esseri umani come noi. Gli affari correnti li assorbono. Ci sono eccezioni. Uno come Giacomo Lercaro a Bologna fu una di quelle. Le eccezioni fanno epica, vengono ricordate a lungo, ma rimangono eccezioni. Per l'ordinario ci si deve organizzare altrimenti. Occorrerebbe una vera e propria fase costituente, preceduta da un periodo di formazione e di acculturazione sufficientemente lungo per noi laici. Certe cose non si improvvisano. Già il costume, in una discussione pubblica, di rispettare le disposizioni di chi presiede quanto all'argomento da trattare e ai tempi e ai toni dell’intervento, richiede una disciplina che raramente vedo osservata tra noi. Si finisce, appunto, con il litigare, come nelle riunioni di condominio. Non ci si riesce a distaccare, nemmeno tra noi laici, dal modello feudale di organizzazione. E, infatti, anche tra i movimenti  di noi laici a volte spiccano figure che ricordano i gerarchi religiosi, senza però, in genere, averne la formazione e la cultura.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

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