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giovedì 26 gennaio 2017

Una nazione senza frontiere non è una nazione?

Una nazione senza frontiere non è una nazione?

Una nazione senza frontiere non è una nazione”. L’ha detto ieri il presidente statunitense Donald Trump, stando a quello che hanno riportato  radio e televisione.
  Questa frase è estremamente efficace: condensa in pochissime parole tutto ciò che l’ideologia dell’europeismo, a partire dal Manifesto di Ventotene  del 1941, di Spinelli, Rossi e Colorni, ha voluto superare, per creare la pace sul nostro continente. In particolare l’idea di una  nazione definita  da frontiere. E’ possibile che gli Stati Uniti d’America, il più antico sistema politico della democrazia moderna, non riescano più a definire loro stessi se non tracciando frontiere? Dimenticando completamente la cultura dei diritti umani fondamentali che è alla base della loro fondazione e che hanno insegnato a tutto il mondo? E tra questi il diritto  di essere liberi di cercare la felicità,  che sta scritto nella Dichiarazione di indipendenza statunitense del 1776.
 La nostra nuova Europa, quella delle 28 nazioni, con altrettante culture e lingue, un fantastico mosaico di umanità rispetto all’uniformità statunitense da costa a costa, più o meno due lingue, spagnolo e angloamericano, e tre culture, quelle della costa orientale, del centro (la Cintura della Bibbia) e della costa orientale, è stata costruita puntando all’abolizione delle frontiere, in gran parte effettivamente realizzata, come di quella, caldissima un tempo, tra l’Italia e l’Austria. Questo ha portato ad una lunga epoca di pace, mentre, negli stessi anni, gli Stati Uniti d’America sono stati impegnati in continue guerre in tutti i continenti: infatti hanno ancora la forza militare più potente della Terra, ritengono di averne ancora bisogno e addirittura di doverla aumentare.
 “Una nazione non è una nazione senza frontiere”? E’ un po’ come dire che il valore di un’orchestra sinfonica dipende dalla sala dove suona.
 Osservo infine che l’ideologia politica del nuovo presidente statunitense appare in rotta di collisione con la dottrina sociale diffusa da Jorge Mario Bergoglio, anche lui un americano, benché gli statunitensi quando parlano di americani si riferiscano solo a loro stessi. “America first”, “l’America prima di tutto”, significa per loro “Gli Stati Uniti prima di tutto”. Sembra una novità, ma è ciò che è sempre successo: la politica statunitense è sempre stata improntata a questo principio, e infatti gli Stati Uniti d’America sono ancora lo stato più ricco della Terra, e vogliono diventare sempre più ricchi. Non sono i popoli dell’Asia, per ora molto meno ricchi, ad aver  rubato  la ricchezza agli americani, tanto è vero che negli Stati Uniti d’America ci sono alcune delle persone più ricche della Terra, come lo stesso presidente statunitense è. E’ la divisione delle ricchezze prodotte che, come anche in Europa, ha determinato ineguaglianze per cui nello stato più ricco della Terra c’è anche molta gente sulla soglia della povertà e anche molto sotto, e molta gente che a quella soglia si sta avvicinando. Questo in Europa è sentito come un ordine ingiusto, ma, sembra, non più negli Stati Uniti d’America.
 La veloce metamorfosi degli Stati Uniti d’America in un neo-stato nazionalista, come non sono stati mai nella loro storia avendo sempre accolto genti da tutto il mondo e avendo fondato proprio su questo la loro forza, è potenzialmente tragica, perché riguarda la massima potenza militare del mondo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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