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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 10 gennaio 2017

La religione non è solo cosa da preti

La religione non è solo cosa da preti



   Molti ritengono che la religione sia cosa da preti. In particolare quelli che hanno perso familiarità con le cose di chiesa.
  In realtà la religione è un fatto sociale molto più vasto: è la fede vissuta insieme.
  In religione si incontra la teologia, a vari livelli di profondità. La teologia parla con più competenza quando si occupa di fatti umani che quando ci descrive realtà dell’altro  mondo: perché di queste ultime sa poco, mentre degli esseri umani ha molta esperienza. Essa serve quando si occupa della società degli umani, in realtà è proprio al  servizio della religione come fatto sociale. Se non fa questo, diventa inutile. Ma in realtà è proprio questo che fa, quindi serve. Quando però la si insegnava ai più in una versione liofilizzata, in pillole, nei  catechismi  di un volta, questo non emergeva. Quindi poi il fedele, crescendo, non sapeva che farsene della religione, se non come scenografia per gli eventi importanti della vita sociale: nascite, iniziazione alla vita sociale, matrimoni, morti. E, a ben vedere, questi sono tutte occasioni sociali.
  La religione, separata dalla società in cui è immersa e che la esprime, diventa medicina dell’anima e, ridotta a questo, è inutile perché non funziona, è pura illusione e fantasia. Ma questo è meno evidente di quando addirittura la si vuole utilizzare come medicina del corpo, nella religione dei miracoli.
  Che ci dice la religione sulla società che sia così importante? Innanzi tutto rende possibile incontrarsi pacificamente tra umani di diverse condizioni ed etnie. E’ tendenzialmente universalizzante, fa uscire dal piccolo mondo in cui ciascuno è incluso. Ci riesce perché mette in luce, sulla base dell’esperienza di umanità che ha accumulato nei secoli, ciò che c’è di comune nella condizione umana e soprattutto che questo è cruciale per la  nostra sopravvivenza in mezzo a una natura  a cui noi esseri umani, più o meno, siamo indifferenti e in cui vige la legge crudele del più forte che ammazza e addirittura mangia il più debole. E’ appunto questo il soprannaturale  della religione. In religione pensiamo di non averlo scoperto da noi stessi, ma che ci sia stato rivelato. In effetti, se ci avessimo pensato da noi stessi probabilmente non ci avremmo creduto. La realtà intorno a noi tende a disilluderci. E’ perché ce lo dicono persone di cui ci fidiamo, a cominciare dai nostri genitori, che arriviamo a convincerne. In religione si fanno tanti sogni: le nostre Scritture ne sono piene. Però poi i sogni rimandano alla società per averne conferma: da qui nasce il fatto religioso. Finché la fede rimane sogno non c’è bisogno di religione e lascia il tempo che trova.
  Di questi tempi abbiamo imparato a temere certe manifestazioni omicide della religione. Sono però espressione di una società impazzita. Anche noi, in Europa, impazzimmo in quel modo: poi decidemmo che le religioni sono inutili quando ammazzano e ci demmo nuovi statuti. Questo fece bene alle religioni e alla società ed è all’origine della nostra nuova Europa, un’esperienza che l’umanità non ha mai fatto prima d’ora e, purtroppo, un’esperienza minacciata. Il civismo che serve per salvarla non sarà sufficiente se non avrà anche basi religiose. Perché ci si deve di nuovo convincere della nostra comune umanità, al di là di ciò che divide.
  Detto questo è chiaro che la religione non è solo cosa da preti. Loro sono al servizio della religione come fatto sociale. Ma se rimanessero solo loro significherebbe che la religione è finita, che si sarebbe persa la convinzione, soprannaturale, della nostra comune umanità. In questo modo le società, con i mezzi di distruzione di cui ai tempi nostri dispongono, sarebbero votate allo sterminio. Così, effettivamente, come ci raccontano in religione, è questione di vita e di morte.
 La religione è utile se anima  una società e se quest’ultima la vivifica rinnovandola incessantemente. Questo richiede però anche un civismo religioso, quindi di apprendere e fare tirocinio di certe cose. Non basta frequentare la chiesa come luogo di spettacoli religiosi. Ma approfondire e fare ciò che serve è talvolta problematico. Tra gli ebrei contemporanei, come quelli di ogni tempo della nostra era, è centrale lo studio: questo significa appunto la parola Talmud. Dovremmo imparare da loro. Dove si studia, per apprendere  certe cose? In genere in una biblioteca, ciò che appunto in parrocchia ci è venuta a mancare. Ma lo studio per essere efficace deve essere sociale: richiede un luogo per apprendere insieme, ciò che appunto si definisce scuola. Si definisce scuola  anche una corrente di pensiero. E appunto dovremmo metterci tutti a scuola, nel senso di riunirci  per apprendere, discutere e fare tirocinio di certe cose. Riunirsi per pregare non basta, anche se spesso è solo questo che si fa in religione. Riunirsi per parlare solo dei propri guai personali e di come uscirne non basta: questa è la religione-medicina dell’anima, che non funziona, quando addirittura non peggiora le cose rinchiudendoci in sette-prigioni, che con il pretesto di curarci ci incarcerano in universi piccoli piccoli, in bolle  o serre  sociali. Allora il confronto con la realtà può essere traumatizzante.
 Essere religiosi significa voler cambiare il mondo. Lo si può fare solo insieme agli altri e la religione ce lo conferma, mettendo in luce la nostra comune umanità. Siamo inviati al mondo: ce lo insegnano in particolare i saggi dell’ultimo Concilio. Hanno sognato un’umanità trasfigurata in una famiglia globale. E ci hanno sollecitato ad essere attivi: un appello riproposto con straordinaria forza dal Montini, nel 1967, con l’enciclica Lo sviluppo dei popoli, e ora anche dal nostro nuovo vescovo e padre universale nella Laudato si’.
  A cambiare il mondo si impara: diffido di quei politici, apparentemente privi di particolare cultura personale alle spalle, che sembrano avere una soluzione per tutto. Quando poi li si mette alla prova, quando si passa dalle chiacchiere ai fatti, la riuscita in genere è mediocre. Una parrocchia dovrebbe essere il luogo dove si impara a cambiare il mondo, per migliorarlo naturalmente. E solo in un mondo molto migliorato ci sarà più spazio per i giovani. Ecco che dunque questo lavoro potrebbe interessare anche  i più giovani. Alla fine il mondo, fatalmente, cadrà nelle loro mani, la natura vuole così, ancora non si è scoperto un modo per bloccare il succedersi delle generazioni: come vogliono che sia? Da adulti tiranneggeranno i più giovani come i giovani di oggi  sono ora tiranneggiati e umiliati? La comune umanità come condizione di sopravvivenza riguarda anche il legame che c’è tra giovani e meno giovani o le varie età sono destinate, per natura, a una lotta mortale, come effettivamente accade nel resto del mondo animale dove ad un certo punto, il più giovane e più forte ammazza il capo branco anziano?
 C’è molto lavoro da fare. Se penso alla stanza vuota dove un tempo c’era la biblioteca parrocchiale e che ora risuona dell’eco che appunto c’è nelle case ancora da abitare, prive di mobili e delle cose quotidiane della vita, mi dico che  siamo ancora appena agli inizi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli


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