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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 25 gennaio 2017

Critica e autocritica sociale, dialogo

Critica e autocritica sociale, dialogo

[Dal Manifesto di Ventotene,  scritto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]

3.Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sé o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.
  Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente, si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l'assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l'imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l'odio e l'orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell'imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell'interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell'oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.
 La stessa etica sociale della libertà e dell'uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz'altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri. 
  Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei - primo fra i quali l'Italia - alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell'opera di sopraffazione.
   La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
  La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un'idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell'umanità in Spartiati ed Iloti [nell’antica città greca di Sparta, erano schiavi di proprietà dello stato].
  Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.
   Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto si che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell'esercito sovietico, ed ha dato tempo all'America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l'imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l'imperialismo giapponese.


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  I processi democratici, che cercano di realizzare la compartecipazione alle decisioni di governo delle masse, richiedono capacità critica e di autocritica, vale a dire di rendersi conto del corso degli eventi storici, delle cause dei mali sociali e della propria corresponsabilità nel provocarli. A questo appunto serve il dialogo, che non va inteso solo come un parlare insieme, né solo come un parlare  e ascoltare (che è già di più), ma come uno sforzo per  capire le ragioni degli altri  cercando di costruire relazioni.  Questo metodo è richiamato nel Messaggio per la 50° Giornata della pace  diffuso nel dicembre scorso da papa Francesco, citando un brano della sua esortazione apostolica La gioia del Vangelo, del 2013:
227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9).  Non vi è vero dialogo  se non c’è questo spirito di voler tentare di creare anelli di collegamento  tra gli esseri umani, come singoli e nei gruppi che danno senso alla loro vita, quelli che un filone della sociologia definisce  mondi vitali.
 Ma su che cosa dialogare  innanzitutto? Per un laico di fede si dovrebbe sempre partire da come va il mondo intorno, a partire dalle realtà più prossime, nelle quali si è immersi appena sceso l’ultimo gradino del sagrato. E  bisognerebbe cominciare con il tentare di capirle bene: questo riesce meglio nel dialogo, perché si tiene conto di diversi punti di vista, che fanno superare le limitazioni individuali. Lo ha spiegato la filosofa Hanna Arendt (1906-1975):
  [da: Hannah Arendt, Che cos’è la politica, Einaudi, 2006]
Nessuno senza compagni può comprendere adeguatamente nella sua piena realtà tutto ciò che è obiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così come è realmente si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diventa comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Solo nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato”.
  Se si procede in questo modo, dal piccolo al grande, dal proprio condominio al proprio quartiere, da quest’ultimo alla città e poi alla nazione, al continente, al mondo, ci si accorge facilmente di ciò di cui scrissero molto tempo fa, nel 1941, in piena Seconda guerra mondiale, dall’isola di Ventotene dove erano  confinati, costretti a rimanervi con moltissime limitazioni alla possibilità di relazioni con la poca gente intorno, Spinelli, Rossi e Colorni: A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo”.  E’ anche ciò che ha scritto il nostro vescovo e padre universale nell’enciclica Laudato si’.  Se globali sono i problemi, e lo sono perché la sopravvivenza dell’umanità, oggi molto più che negli anni ’40 del secolo scorso, dipende da relazioni a livello mondiale, anche le soluzioni devono essere globali. Ma è ciò che i risorgenti nazionalismi europei, come anche il neo-nazionalismo  statunitense (una cultura che così come appare nel pensiero politico del nuovo presidente statunitense non c’è mai stata nella storia degli Stati Uniti d’America), vogliono dimenticare, pensando, illudendosi, come già i fascismi europei degli anni tra le due Guerre mondiali, che la soluzione sia chiudersi  nei propri spazi vitali, lasciando fuori il resto del mondo con i suoi problemi.
  Nel Manifesto di Ventotene, così come nell’enciclica Laudato si’, c’era anche l’autocritica sociale. L’Italia fu maestra e parte attiva dei totalitarismi  fascisti che trasformarono l’Europa Centro-Occidentale in una prigione, fino alla loro tragica caduta, nel 1945. In questo quadro si produsse quella profonda contaminazione tra cultura religiosa e cultura fascista che ancora oggi si avverte distintamente tra noi, come una sorta di rumore di fondo: essa è all’origine della profonda avversione verso Jorge Mario Bergoglio e il suo pensiero sociale, la sua dottrina sociale, di ampi settori delle nostre collettività di fede, così come di un’analoga avversione dei medesi ambienti verso la cultura europeista e le istituzioni della nostra nuova Europa unita.
 “Lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine”, si legge nel Manifesto di Ventotene.  Perché  “stupido”? Perché non  riesce, o peggio non vuole, vedere ciò che è evidente, vale a dire che è tutta una civiltà basata su un’organizzazione dello sviluppo economico concepito secondo la legge della giungla, secondo cui i più forti ammazzano i più deboli, che, entrando in crisi, ci peggiora l’esistenza di sulla soglia di casa e anche dentro.
 Il dialogo per capire la realtà come veramente è dovrebbe essere di casa nelle parrocchie, in particolare nella formazione dei laici di fede. Ma in genere non si riesce a praticarlo e, soprattutto, a insegnarlo. Così la nostra gente, anche i più giovani, ha un’idea troppo vaga e imprecisa della realtà. Non viene abituata a capirla per incidervi con un’efficace azione sociale. Ci si limita ad un po’ di storia sacra, ma prevalentemente a fini apologetici, per farci sentire i migliori di tutti,  per diritto divino  per così dire, senza verificare questa convinzione. E’ quello che si è fatto, per la generalità delle persone religiose,  per la gran parte della storia delle nostre collettività di fede: è a partire dalla metà del secolo scorso che si è prodotto, anche tra noi, la convinzione che bisognasse cambiare, ciò che però si è affermato ufficialmente, con decisione d’autorità, solo negli scorsi anni ’60, durante il Concilio Vaticano 2°.
 Per capire la realtà come veramente è non basta chiacchierarci sopra sulla base delle proprie estemporanee espressioni, e non bastano nemmeno solo i quotidiani, anche se tenendone conto si è già un bel pezzo avanti, servono libri, dove troviamo un pensiero sistematico, concentrato, potente. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse.”,  scrissero gli autori del Manifesto di Ventotene, e si riferivano ai roghi di libri accaduti nella Germania nazista, ma anche in Italia nel corso degli assalti alle sedi dei giornali, a quelle di partito, alle Case del popolo, e anche alle sedi della nostra Azione Cattolica, ma più in generale all’insofferenza dei totalitarismi fascisti (ma in generale di tutti  i totalitarismi) verso la potenza del pensiero che scaturisce dalle raccolte di libri. E penso alla nostra biblioteca parrocchiale che, nel nuovo corso inaugurato un anno e mezzo fa, non si è più trovata, e non se ne sono avute spiegazioni del perché, probabilmente sacrificata a bisogni ritenuti più urgenti e importanti.
 Perché un libro costituisce una base di partenza del dialogo, è qualcosa che, come scrisse la Arendt, insieme unisce e divide, ma che, in definitiva, dopo averlo condiviso, unisce. E’ così che si cominciano a creare  anelli di collegamento. Questa è anche un via verso la libertà,  e la nostra fede vorrebbe esserlo, perché pensa di essere fondata sulla verità  e che la verità ci renderà liberi. Amen.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

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