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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 14 gennaio 2017

Noi e i problemi europei

Noi e i problemi europei



 Perché e, soprattutto, per chi scrivo queste note? Non per tutti.  In questo mi distinguo, credo, da altri blogger.
  Mi rivolgo a una stretta cerchia di interlocutori, anzi strettissima, se paragonata a tutti quelli che, casualmente e distrattamente, possono forse capitare su questo blog. Scrivo principalmente per quelli dell’età 15 - 30 che vivono nel territorio della parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, Monte Sacro, Valli. E faccio il lavoro che una volta si attendeva dai più anziani: spiegare il senso delle cose sulla base di un’esperienza personale e tramandare conoscenze e tradizioni.
 Il lavoro che faccio dovrebbe essere di routine nella formazione religiosa di secondo e terzo di livello, ma non mi pare che in parrocchia si riesca ancora a farlo. Le cause di ciò sono remote ed è una situazione che la nuova squadra di preti che ci è stata mandata da poco più di un anno sta cercando di correggere. Ma si viene da circa vent’anni in cui si è ragionato diversamente. In sintesi: si consigliava ai laici di fede, per come mi è sembrato di capire, di pensare a fare  famiglie numerose e patriarcali, collegate tra loro da particolari consuetudini e rituali di impronta religiosa, a formare in definitiva delle  neo-tribù: questo per resistere meglio alla civiltà intorno, vista come neo-pagana e quindi tendenzialmente ostile. Quindi poi, a parte un po’ di storia sacra, allestita in un certo modo caratteristico e, a mio parere, piuttosto fantasioso, il mondo intorno rimaneva sconosciuto. Meglio!,  sembrava che si dicesse, perché stando fuori ci si contamina.
  Se uno però segue quella strada, non è preparato a fare quello che da lui ci si attende oggi in religione, vale a dire di cercare di fare dell’umanità un’unica famiglia. Non è cosa che possa riuscire incollando  progressivamente famiglia a famiglia, fino a fare di tutta l’umanità un’unica tribù. L’unificazione pacifica della  famiglia umana, questa è l’espressione che ricorre in religione per definire quell’obiettivo strategico, richiede di fare politica, che appunto è l’arte di governare le società umane in modo che la gente, tentando di fare i propri interessi, non metta mano alle armi e cominci ad ammazzarsi. E, ormai, si tratta di fare politica a livello continentale, vale a dire almeno europeo, perché, a causa delle vaste  interconnessioni che si sono create in tutti i campi nell’umanità contemporanea, anche i problemi si presentano su quella scala. Ce se ne accorge subito quando si tenta di far fronte a problemi continentali con le risorse di un singolo stato nazionale. Se, ad esempio, consideriamo l’ultima fase di recessione economica, iniziata dal 2008 negli Stati Uniti d’America e ancora in corso, capiamo bene che essa avrebbe travolto gli stati nazionali europei se non ci fosse stata una reazione a livello europeo, resa possibile dall’esistenza di istituzioni europee forti. Analogamente accade nella questione delle  migrazioni verso l’Europa di popoli dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa orientale. Nessuno stato nazionale ha la forza di farvi fronte da solo e, in particolare, non può farlo chiudendo le frontiere, vale a dire immaginando di chiudere le porte  di uno stato come si fa quando la sera si danno le mandate alle porte di casa. Perché la storia, anche recente, insegna che si possono impedire migrazioni dall’interno verso l’esterno, ma non nella direzione contraria. Vale a dire che è possibile impedire a cittadini, quindi a persone radicate in un sistema politico-istituzionale nel quale hanno riconosciuta un’identità, di andarsene all’estero, ma nessuno è mai riuscito a impedire del tutto  ad apolidi, vale a dire a persone che hanno perso o rifiutato quell’identità politico-istituzionale, di entrare in un territorio governato da un diverso sistema politico istituzionale, anche se molto deciso ad ostacolarli con misure di polizia e addirittura militari, e ciò in particolare in tempi di crisi economica, nelle migrazioni da posti dove si vive male, e addirittura malissimo, a posti dove si vive meglio. I politici che predicano cose diverse valgono poco, perché non tengono conto della lezione della storia e quindi sono come guide cieche.
  Ho scritto di lezione della storia. Questo è molto importante: per fare politica occorre conoscere almeno un po’ di storia, perché in politica non si parte mai da zero. E’ come quando in stazione si sale su un treno e bisogna informarsi su dove va e prendere quello che va dove vogliamo andare. E, innanzi tutto,  decidere dove si vuole andare.
  Si parla di ricorsi storici: date certe condizioni, eventi storici si ripetono simili. Questo  è un altro buon motivo per informarsi di storia.
  Quando a scuola, da ragazzi, ci si annoia nelle lezioni di storia, forse è perché non si ha ben chiara l’importanza che essa ha e avrà sempre più, da adulti,  per la propria vita. Certo, è acqua passata, ma conta, perché l’umanità la prende come riferimento per dare un senso a ciò che fa e decide. Essa è tanto importante da essere ritenuta costitutiva del concetto di nazione, che sta dietro sistemi politico-istituzionali molto vasti e potenti, tanto da determinare gran parte di ciò che i singoli esseri umani possono essere, diventare, fare. Ad esempio il Regno d’Italia, costituito nel 1861  e sostituito  nel 1946 all’esito di un referendum popolare dalla Repubblica italiana, era uno stato nazionale. E la nostra  Repubblica, lo è? Che ne pensate? La mia risposta ve la do domani. Vedremo allora se la pensiamo nello stesso modo.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


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