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venerdì 13 gennaio 2017

Nazionalizzazione degli stati

Nazionalizzazione degli stati

[Dal Manifesto di Ventotene, 1941, di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]
 
La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell'Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
  Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali
cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l'ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche
, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d'accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell'equilibrio delle potenze nell'apparente immediato interesse del loro impero.
  Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle forze armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società
conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie
; ed al loro seguito tutto l'innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da oggi, sentono che l'edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno
avuto fin'ora e le esporrebbe all'assalto delle forze progressiste.
  Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
  Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse
popolari l'unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l'ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
  Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.

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  L’europeismo che si sviluppa dagli anni ’30 del Novecento è di tipo rivoluzionario, perché progetta di cambiare profondamente la politica e le istituzioni esistenti all’epoca in un’Europa dominata da stati totalitari  fascisti, al seguito del cancelliere tedesco Adolf Hitler  (1889-1945)  e del presidente del Consiglio del Regno d’Italia Benito Mussolini (1883-1945), mentre in Russia, una parte importante dell’Europa, dominava il totalitarismo sovietico di ispirazione comunista, nella versione imposta dal segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica Iosif Stalin (1879-1953),  anch’esso un sistema politico-istituzionale totalitario. Un sistema politico è totalitario quando il potere cala dall’alto non ammette dissenso e pretende di regolare tutti gli aspetti della vita del popolo che domina. Quindi l’europeismo di quell’epoca fu democratico perché si oppose ai totalitarismi che c’erano allora in Europa. Anche  il nazionalsocialismo tedesco, il movimento politico fondato e dominato da Adolf Hitler, e il comunismo sovietico nella versione di Josif Stalin avevano progetti di dominio europeo, ma non consideriamo Hitler e Stalin come europeisti  in quanto associamo l’europeismo alla democrazie e quei due uomini politici e i movimenti politici da loro espressi non erano democratici.
  Nel brano del Manifesto di Ventotene  che ho sopra riportato si legge un’aspra critica alle  forze conservatrici, accusate di aver provocato la lunga situazione di conflitto europeo protrattasi dal 1914 al 1945, dominando gli stati nazionali. Tra di esse vengono comprese le “alte gerarchie ecclesiastiche [papa, cardinali e vescovi], che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie”. Questa visione può ritenersi strettamente collegata alla storia italiana, nella quale, nel 1929, il papato aveva concluso accordi di pacificazione  con il  Regno d’Italia dominato dal regime fascista, tanto che essi furono sottoscritti per l’Italia, nel palazzo romano del Laterano, personalmente da Benito Mussolini. In esecuzione di quegli accordi, denominati Patti Lateranensi, al papato furono riconosciuti la sovranità, al modo di uno stato, su un quartiere della città di Roma, importanti indennizzi finanziari, e, soprattutto, la possibilità di una rinnovata egemonia religiosa sugli italiani, in particolare con la possibilità di controllare l’istruzione religiosa nella scuola statale.
 Al centro della critica politica del Manifesto di Ventotene  vi è l’evoluzione degli stati nazionali europei  che li aveva portati a combattersi incessantemente.
 Che cosa è lo stato nazionale?
 Questa espressione è composta di due parole: stato e nazione.
 Bisogna capire questo: storicamente lo stato, come istituzione politica di vertice, in Europa non nasce come nazionale  e lo stato  non è necessariamente nazionale, vale a dire comprendente una e una sola nazione o, comunque, una nazionalità prevalente. L'attuale Belgio comprende  due nazioni. Gli imperi dell'antichità erano multi-nazionali.  Lo era, ad esempio, l'antico impero romano. Lo fu anche l'impero bizantino, l'Impero romano d'Oriente, che sopravvisse fino al Quattrocento. Fu un impero multinazionale l'Impero d'Austria.
  Il concetto di nazione  in senso politico   si sviluppa sostanzialmente tra il Settecento e l’Ottocento. Nell’Ottocento si produce una nazionalizzazione  politica degli stati europei. L’ideologia politica dello stato nazionale  emerge in quell’epoca.
 La costruzione degli stati nazionali  in Europa è però di molto precedente: la si fa iniziare dal Duecento. Qualche giorno fa ho ricordato la figura di Giovanna d’Arco, vissuta nel Quattrocento, e vediamo la santa in una guerra sostanzialmente volta alla consolidamento di uno stato monarchico nazionale, che comprendesse la nazionalità francese, contrastando il dominio che all’epoca ancora esercitava in Francia la monarchia inglese.
 Che cos'è lo stato? Uno stato è un’organizzazione politica che domina su una popolazione stanziata su un territorio e che non ammette sopra di sé poteri superiori, salvo che su base consensuale, quindi sulla base di accordi.  
 Che cos'è la nazione? E' un popolo che ha una storia e una cultura comuni, quindi legato storicamente da relazioni più intense che con i popoli intorno, ciò che si può manifestare con una lingua, e la sua letteratura, o una religione prevalenti e altri costumi sociali, che possono riguardare vari ambiti, in particolare l’industria, il commercio, la famiglia, ma anche con un passato e una costante tradizione di coalizioni politiche e militari per la difesa di interessi comuni. Nell’Ottocento, che possiamo considerare il secolo in cui originarono i nazionalismi europei, si aveva però chiaro che la nazione preesiste ma anche si costruisce: si ricorda in merito la frase di Massimo D’Azeglio (1798-1866), verso il  termine del processo di unificazione nazionale italiana, dopo la costituzione del Regno d’Italia nel 1861, “la nazione è fatta, bisogna fare gli italiani”.
  Il processo di nazionalizzazione degli stati europei, nel senso di affermazione dell’ideologia nazionalista di quegli stati, si sviluppa tra l’Ottocento e il Novecento e sbocca nei totalitarismi europei del Novecento e nei conflitti mondiali  tra il 1914 e il 1945. Quei conflitti divennero mondiali  innanzi tutto perché coinvolsero un mondo ancora dominato in gran parte da potenze europee.  Coinvolsero anche il Giappone che, all’epoca, agiva politicamente al modo dei nazionalismi europei.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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