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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 23 gennaio 2017

Francesco e il trumpismo

Francesco e il trumpismo



Dal Messaggio per la 50° Giornata mondiale per la pace  di papa Francesco

  Nelle situazioni di conflitto facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita.
 Il beato Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile)». Metteva in guardia dal «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Al contrario, citando la Pacem in terris del suo predecessore san Giovanni XXIII, esaltava «il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore».
 Desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace.
 Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.
Un mondo frantumato
Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa. In ogni caso, questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli.
 La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato.
 Come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. [La nonviolenza] «non consiste nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».
Più potente della violenza
4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così.
La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.
Né possiamo dimenticare il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e l’azione coraggiosa. Speciale influenza hanno esercitato il ministero e il magistero di san Giovanni Paolo II. Riflettendo sugli avvenimenti del 1989 nell’Enciclica Centesimus annus (1991), il mio predecessore evidenziava che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».Questo percorso di transizione politica verso la pace è stato reso possibile in parte «dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità». E concludeva: «Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne ed alla guerra in quelle internazionali».
La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura.
Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita». Lo ribadisco con forza: «Nessuna religione è terrorista».La violenza è una profanazione del nome di Dio.  Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!»
 Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia.
 Un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambi
 invito
6. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.
Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto.
 La Chiesa Cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura». Ogni azione in questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero.
Nel 2017, impegniamoci, con la preghiera e con l’azione, a diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune.


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 Papa Francesco richiamando l’idea di nonviolenza  (scritta tutta attaccata o con il trattino di congiunzione,  non-violenza) ha evocato espressamente il messaggio politico del leader indiano  Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1945), liberatore dell’India dal dominio europeo, che nel Messaggio  per la giornata della pace 2017  è menzionato espressamente.
 In ambito cattolico di Gandhi spesso si fa una specie di santino: egli fu, in realtà, un agitatore politico, un rivoluzionario. Non fuggiva i conflitti, ma vi si cacciava dentro, li affrontava. Egli combatteva e incitava a combattere mediante la nonviolenza, che in primo luogo si attuava nella pervicace disobbedienza di massa alle leggi ingiuste sopportando la reazione violenta del potere senza opporre altra violenza, in secondo luogo nella non-menzogna, l’impegno a non esercitare un dominio ingiusto mentendo alla gente e, infine, con un diverso stile di vita da consumatori, quindi da attori del mercato, in particolare del mercato globale della sua epoca, rifiutando di acquistare prodotti che avessero dentro ingiustizia e sofferenza umana. Questo suo impegno lo portò ripetutamente in carcere.
  Era un agitatore sociale, un rivoluzionario, anche Martin Luther King, anch’egli evocato nel Messaggio. Anche King finì ripetutamente in carcere.
  In linea con l’appello fortissimo all’azione politica di massa contenuto nell’enciclica Laudato si’  Francesco - Bergoglio guida la Chiesa a porsi di traverso, in una posizione fortemente conflittuale, con l’ideologia globale dell’ingiustizia sociale, fondando  a tal fine anche un nuovo ministero nella sua Curia.
 Nel solco della lezione gandhiana ci spinge a organizzarci in movimento contro la cultura dell’egoismo nazionalistico, dello scarto dei perdenti e dello spreco senza curarsi delle conseguenze sull'ambiente naturale: in una parola, contro il trumpismo, l’ideologia politica manifestata in campagna elettorale da nuovo presidente statunitense. Nella linea del gandhismo Francesco ci incita a non arrenderci al male, a rifiutare ogni atteggiamento di passività e di resa, a non rifiutare il conflitto, ma a combattere in modo nonviolento per impedire la degenerazione del mondo.
  Si tratta di un impegno tutto da costruire, perché la pesante eredità culturale del compromesso con il fascismo storico italiano, con la conseguente pervasiva integrazione tra religione e ideologia mussoliniana, ha portato storicamente le collettività di fede italiane in altra direzione, verso una visione  corporativa  della risoluzione dei conflitti sociali, in cui, fatalmente, le masse di chi sta peggio soccombono alle pretese di dominio delle oligarchie che controllano l’economia e quindi la società e la politica.
  Il conflitto con il trumpismo  si prospetta tremendo, tragico, ma inevitabile, in una visione religiosa dei fatti sociali che prenda come riferimento le  Beatitudini,  perché, sorretto da quella che è ancora la maggiore potenza militare del mondo, colpirà duramente le masse dei popoli che hanno avuto la peggio nel nuovo ordine economico globalizzato del quale gli Stati Uniti d’America e le potenze economiche dell’Asia sono stati protagonisti, ma secondo una cultura marcatamente statunitense. Significherà anche mettersi di traverso rispetto ai processi bellici che si intuiscono dietro i risorgenti nazionalismi. E difendere l’umanesimo europeista dall’assalto populista che vuole dissolvere la nostra nuova Europa, attualmente ancora la più grande potenza politica di pace del mondo. “Bisogna pregare”, ha detto un politico italiano a chi gli chiedeva come vedesse il futuro del mondo nell’era del trumpismo, ma l’appello di Francesco chiede molto di più di questo.  E’ una nuova cultura politica che si tratta di costruire.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli




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