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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 28 gennaio 2017

Il risorgente nazionalismo mette in pericolo il mondo

Il risorgente nazionalismo mette in pericolo il mondo



dal WEB http://www.treccani.it/enciclopedia/unione-europea/

[dal Manifesto di Ventotene,  scritto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rosse ed Eugenio Colorni]

  E quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale. Con la propaganda e con l'azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l'autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
 Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell'ultimo ventennio. Poiché sarà l'ora di opere nuove, sarà anche l'ora di uomini nuovi, del movimento per l'Europa libera e unita!

Da: <https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/l-ordine-di-trump-uno-schiaffo-alla-solidarieta-internazionale>, sabato 28-1-17,  di Andrea Lavazza, “L’ordine di Trump uno schiaffo alla solidarietà nazionale

  L'ordine esecutivo con cui il presidente americano Donald Trump blocca l'ingresso ai cittadini mediorientali di 7 Paesi, ferma per 4 mesi il programma a favore dei rifugiati, riduce la quota di profughi accolti nell'anno in corso e chiude le frontiere a tempo indeterminato per i siriani appare come uno schiaffo alla solidarietà internazionale, alla libera circolazione delle persone e alle istanze universalistiche cui l'America ha dato un impulso con la sua storia recente.
[…]
 vi sarà un probabile seppure non auspicabile effetto traino. Se gli Stati Uniti si muovono in questa direzione, molti politici europei si sentiranno ancor più legittimati nel proporre politiche di chiusura verso profughi e migranti. Con un crescente favore dell'opinione pubblica. Il soft power americano che tanto influenza anche la nostra cultura sembra aver imboccato una strada nuova e rischiosa. Sarà compito importante riflettere e dibattere su questi sviluppi, figli in taluni casi anche di una sottovalutazione della portata del fenomeno migratorio e delle sue conseguenze.

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  Due delle quattro maggiori potenze economiche e militari del mondo, gli Stati Uniti d’America e la Federazione russa, stanno seguendo politiche neo-nazionaliste. Sono entrambe in fase militare espansiva, ma con motivazioni molto diverse da quelle dei vecchi imperi nazionali: nella concezione dei loro capi politici egemoni si tratterebbe di strategie di difesa nazionale. Queste le rende molto pericolose, perché,  se si pensa di doversi difendere si è pronti a tutto. Negli Stati Uniti d’America il potere federale è caduto nelle mani di un uomo molto ricco, la cui figura ha diverse somiglianze con quelle degli oligarchi russi, i quali cercarono di controllare l’economia e la politica russa negli anni seguiti alla dissoluzione del regime sovietico; la Federazione russa è dominata da un ex militare della polizia politica sovietica che ha prevalso duramente su quegli oligarchi. Il primo segue un neo-nazionalismo  di tipo sostanzialmente economico, il secondo un nazionalismo di tipo più tradizionale, vicino a quello corrente nell’impero zarista, fortemente appoggiato dalla Chiesa ortodossa russa. Il leader americano, che non alcuna precedente esperienza di governo politico e, in particolare, in campo internazionale, si presenta come un uomo impulsivo, poco riflessivo e poco disposto a farsi consigliare. E’ solo un atteggiamento, una specie di proseguimento della campagna elettorale, o è veramente così? Il capo russo è l’esatto opposto, è riflessivo, non è solito parlare imprudentemente, ha un’importante e lunga esperienza di governo, anche nelle relazioni internazionali,  ha una squadra di collaboratori che lo assiste da diversi anni, e ha una formazione militare, dura. E fatale che l’americano commetta prima o poi qualche grave errore e che il russo cerchi di approfittarne. I due si conoscono poco e questo aggrava la situazione. Il politico che al mondo sembra aver avuto le relazioni più intense con Putin è l’italiano Silvio Berlusconi. L’americano si è paragonato a Berlusconi, ma quest’ultimo ha espresso delle perplessità in merito: in effetti sono molto diversi. Ma, soprattutto, anche Berlusconi ha avuto una lunga storia politica e un’esperienza intensa di relazioni internazionali. Questo ha giovato all’Italia, qualche anno fa, quando il governo sembrava intenzionato a intervenire militarmente in Libia, e Berlusconi e Prodi, concordemente quella volta, lo sconsigliarono. E’ stato osservato che l’americano gira sempre con appresso i codici di avvio dell’apparato nucleare statunitense: egli è infatti il comandante in capo  della forza militare federale. Le decisioni che potrebbe prendere sono potenzialmente molto più gravi di quelle che il governo italiano si trovò a decidere a quell’epoca. Nonostante che l’americano e il russo sembrino, ora, andare d’accordo, è possibile che sia solo questione di tempo, mesi, perché si generi una crisi grave come quella Ucraina, che, fra l’altro, non è neppure risolta. Ma il teatro di conflitto potenzialmente più grave sarà quello che corre in Asia, appena al largo della Repubblica popolare di Cina, e questo per le continue provocazioni dell’americano. Un conflitto in quella zona del mondo, benché agli antipodi dell’Italia, provocherebbe la fine del mondo come lo conosciamo: quasi tutto ciò che usiamo tutti i giorni viene prodotto laggiù. Anche la Cina sta diventando nazionalista, in un modo che ha qualche assonanza con il neo-nazionalismo statunitense: è infatti di tipo economico più che culturale.
 E’ l’Europa, la quarta grande attrice sulla scena globale?
 “La federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione”,   si legge nel Manifesto di Ventotene, e questo, pensavano i sui autro, “in una visione di insieme di tutti i popoli che costituiscono l'umanità”. Perché? All’epoca gli autori del Manifesto  pensavano al declino degli imperi coloniali e alla necessità di ottenere, sulla base di intese europee, una sistemazione pacifica delle questioni delle ex colonie. Nella situazione storica contemporanea un’Europa unita molto estesa, a livello quasi continentale, animata a politiche di collaborazione internazionale al suo interno e quindi di esempio anche verso l’esterno, potrebbe essere ancora quel campo  di pacificazione tra le altre potenze politiche in rotta di collisione di cui si avrà sempre più necessità. Ma essa è minacciata dallo stesso morbo che sta colpendo le altre maggiori potenze mondiali. Ma mentre nel caso di queste ultime il neo-nazionalismo tende a compattarle,  in difesa, il medesimo moto politico tende a dissolvere l’Unione Europea, costituita di tante nazionalità nessuna delle quali viene accettata come egemone. Essa è sotto attacco da parte del neo-presidente statunitense, che sembra spingere gli stati membri dell’Unione Europea a distaccarsene, seguendo l’esempio della Gran Bretagna. Egli ha mostrato di disprezzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sulla base di considerazioni piuttosto superficiali. Non si mostra particolarmente informato dei problemi europei. Né, a differenza di diversi suoi predecessori, anche della sua stessa fazione politica, molto preoccupato di preservare la pace mondiale. E’ possibile che del mondo sappia meno dei suoi predecessori e questo è un grave problema. L’ONU e l’Unione Europee nascono come potenza di pace e lo sono effettivamente diventate. Screditandole, il mantenimento della pace viene messo in forse. Nessuna potenza mondiale, nemmeno gli Stati Uniti d’America, ha la forza di imporre  la pace con la minaccia delle armi: essa può scaturire solo da un ordine internazionale condiviso. In un mondo retto da relazioni bilaterali, come immaginato dal neo-presidente statunitense, verrebbe a mancare la rete di protezione che finora ha impedito conflitti caldi  tra le maggiori potenze mondiali.
  Tre delle maggiori potenze  mondiali sono rette da leader nazionalisti e sono in fase espansiva, in rotta di collisione. E’ quello che serve per far esplodere un conflitto armato. L’unica grande potenza di pace, legata da intensi rapporti economici con Stati Uniti, Russia e Cina, rimane la nostra nuova Europa. Ma fino a quando?
 Il movimento europeista è in crisi, minacciato dai nazionalismi europei risorgenti, che  saranno influenzati e probabilmente rafforzati anche dal nuovo corso statunitense. Il soft power americano [la capacità di persuasione esercitata per attrazione] che tanto influenza anche la nostra cultura sembra aver imboccato una strada nuova e rischiosa.” ha scritto oggi Lavazza su Avvenire. Ma, contrariamente a quanto superficialmente gridato dai populismi antieuropeisti, la nostra nuova Europa non è fatta solo di burocrati, ma di popoli che da decenni si sono conosciuti molto meglio e soprattutto molto più frequentati. E’ certamente ancora possibile  quello che si proponevano gli autori del Manifesto di Ventotene, vale a dire gettare le fondamento di un nuovo movimento europeista  e stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando,  per contrastare la fatale evoluzione della storia mondiale verso il conflitto. E’ quello che sostanzialmente ha raccomandato il Papa, nel suo messaggio per la 50° Giornata mondiale della pace. E un movimento simile, per aver l’intensità umana che occorre, deve iniziare dalle realtà più vicine alle persone, dalla famiglia, dal condominio, dal quartiere, per estendersi alla città e a territori sempre più vasti, collegando movimenti con movimenti, superando ogni frontiera che i neonazionalismi vogliono chiudere e murare, arrivando a tutto il mondo.
[Dal Messaggio per la 50° Giornata mondiale per la pace]
5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono.  Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società.
   Tante volte, nei miei sessant’anni di vita, mi è parso che l’ideologia politica che in concreto era espressa dalla nostra organizzazione religiosa non fosse all’altezza dei grandi valori di fede proclamati e insegnati. Per una volta la situazione è diversa.
“«La Santa Sede è preoccupata per il segnale che si dà al mondo» con la costruzione del muro tra Usa e Messico, voluto da Donald Trump per frenare le migrazioni. E si augura che gli altri Paesi, anche in Europa, «non seguano il suo esempio». Lo ha evidenziato al Sir [l’agenzia  di stampa Servizio di informazione religiosa]  il cardinale Peter Turkson, presidente del dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale. «Noi ci auguriamo che il muro non sia costruito ma conoscendo Trump forse si farà - ha affermato ancora Turkson -. Non sono solo gli Usa che vogliono costruire i muri contro i migranti, accade anche in Europa. Mi auguro che non seguano il suo esempio. Un presidente può anche costruire un muro ma può arrivare un altro presidente che l'abbatterà»”, leggo su Avvenire  di oggi.
  La nostra nuova Europa è veramente nata quando si iniziò a demolire la muraglia e il sistema di fortificazioni  erette tra le due parti in cui la Germania era stata divisa dopo la caduta del regime nazista, e all’interno della città di Berlino e intorno ad essa. Quegli eventi, ce lo racconta la grande storia, furono prodotti dai popoli europei, in particolare di quelli chiusi nei regimi dell'Europa orientale di ideologia comunista, che fecero pressione sulle frontiere. Le barriere nazionali cominciarono a cadere a furor di popolo.  E ora dovremmo ricostruirle? Divisi, saremmo preda dei nazionalismi più potenti e non ci potremmo fare nulla. Essi poi ci condurrebbero probabilmente al conflitto mondiale.
[Dall’Inno di Mameli, Fratelli d’Italia]
Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,

perché non siam popoli,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.

 L’Inno  fu fortemente influenzato dal pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872) che aveva una visione  religiosa  del processo che doveva portare i popoli alla libertà dai despoti che all’epoca li dominavano, dalle  superpotenze dell’epoca. Il suo motto era infatti Dio e Popolo. Anch’egli sognò qualcosa come la nostra nuova Europa. Un’Europa unita di popoli liberi, in cui ad ogni persona fosse riconosciuta dignità umana. E’ una visione che finalmente siamo liberi di condividere anche in religione.
“Sarà compito importante riflettere e dibattere su questi sviluppi”, scrive Lavazza oggi su Avvenire. Riflettere  e dibattere  su questi temi non sono inutili perdite di tempo, in particolare nella vita parrocchiale non sono tempo sottratto alla preghiera, alla liturgia e alla formazione religiosa. Infatti ne va della pace, che è una finalità espressamente religiosa. Dalla riflessione e dal dibattito possono poi scaturire la condivisione e infine anche un impegno collettivo per l'azione, un movimento. Per creare un ambiente favorevole alla pace che renda inutile la costruzione dei muri.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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