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lunedì 9 gennaio 2017

La politica come campo d’azione della fede

La politica come campo d’azione della fede

[da: Guido Formigoni, Alla prova della democrazia - Chiesa cattolici e modernità nell’Italia del 900, edizioni Il Margine, 2008, p.1]

 Studiando l’approccio del mondo cattolico italiano all’idea di nazione e ai miti nazioni tra Otto e Novecento, colpisce una sorta di straordinaria prevalenza più che secolare e quasi onnivora di una cultura  “guelfa”, che valorizzava fortemente l’idea e il mito nazionale alla luce delle sue radici “cattoliche”. Esistenza e sviluppo della nazione italiana venivano infatti largamente interpretati, per un lungo periodo di tempo, mettendo l’accento sui legami costitutivi tra fede e civiltà. L’Italia era “nazione cattolica” per eccellenza: questo elemento culturale e naturalmente anche “ideologico” (in quanto si trattava di una interpretazione della realtà con caratteri prescrittivi e operativi) correva in modo amplissimo lungo tutta questa storia.
[…]
 La Conciliazione del 1929 fu largamente presentata come inveramento finale dell’antica visione guelfa della nazionalità […]
  All’ombra di questa visione, propria del papa lombardo [Achille Ratti, in religione Pio 11°] va riletto l’accentuato processo di “nazionalizzazione della fede” che si dispiegò tra gli anni ’20 e ’30. Prese forma una sorta di coscienza religiosa nuova, segnata da elementi che mi pare possano essere definiti di vero e proprio “nazional-cattolicesimo”. Cioè di un’interpretazione e un’esperienza simbolica e organizzata della fede che trovava sul terreno della cultura e della mitologia nazionale un riconoscimento decisivo e centrale. Si trattò di un percorso (ancora per molti versi da studiare analiticamente) che si intrecciò in modo problematico e ambiguo con l’età dei nazionalismi di massa, della modernizzazione industriale e della politica totalitaria, fino ad uscirne lacerato al suo interno, ma serbando una grandissima capacità di rilancio.”

  Qualche tempo fa, Jorge Mario Bergoglio, in religione Francesco, menzionò la frase “la politica è la più alta forma di carità”, attribuendola a Montini, ma aggiungendo di non essere riuscito a trovare la fonte della citazione. Chi ci è riuscito? In effetti qualcosa di molto simile lo disse Achille Ratti - Pio 11°. Egli concluse nel 1929, la Conciliazione  con il Regno d’Italia sotto regime fascista. E’ in questo contesto che vide nella politica nazionale italiana un’opportunità religiosa. E spinse le masse dei fedeli, in particolare l’Azione Cattolica,  su quella via. Oggi quella storia è ritenuta disonorevole e ci sorvola sopra. Eppure è stata gravida di conseguenze: l’ibridazione dell’ideologia politica a sfondo religioso con il nazionalismo fascista fu molto profonda  e si ancora avverte distintamente  dietro la visione di settori potenti del movimento cattolico. Si tratta di concezioni profondamente ostili alla democrazia, come lo fu il fascismo storico.
 Eppure, la sfida dei tempi nuovi che stiamo vivendo richiede di saper agire sapientemente nei processi democratici, gli unici che sono in grado di produrre civiltà di integrazione delle differenze culturali che sono espresse dai popoli che sempre più si mescolano, non accettando i confini in genere arbitrari imposti dagli stati nazionali.
  Ma di democrazia si fa poco tirocinio nelle istituzioni e altre formazioni religiose.
 Perché appunto in genere prevale lo spirito guelfo, di cui ha scritto Formigoni. Nel Duecento / Trecento in Italia  i guelfi  erano quelli che appoggiavano la politica del papato. Nell’Ottocento si parlò di neo-guelfi  per coloro che, nella questione dell’unità nazionale, pensavano a un ruolo politico del papato per costituire una federazione tra gli stati italiani di allora.
 Il papato ha sempre fatto politica: alle origini politica ecclesiastica, e poi, dal Quarto secolo,  anche la politica civile. Nel primo millennio della nostra era, ha agito con un ruolo minore rispetto agli imperatori civili, dei quali, politicamente, era un feudatario. Dal secondo millennio ha fatto politica come imperatore religioso, rivendicando la supremazia sugli altri monarchi europei. Nell’Ottocento, vistosi insidiare il suo stato nell’Italia centrale e capendo di non avere più l’appoggio delle altre monarchie europee, in crisi di trasformazione da fine Settecento a seguito dello sviluppo dei processi democratici (oggi le residue monarchie europee, regnano ma non governano), cercò di organizzare le masse cattoliche a difesa dei suoi interessi politici di sovrano territoriale, non bastandogli più per questo la sua autorità religiosa. Il papato fu, con l’impero d’Austria, il maggiore avversario dell’unità nazionale italiana. Spinse le masse cattoliche ad una lotta ideologica e politica contro il nazionalismo liberale dell’epoca e, poi, contro le istituzioni del Regno d’Italia. La legge contro il terrorismo, promossa da Francesco Crispi nel 1866, fu attuata ampiamente anche contro i movimenti cattolici, come ho ricordato in un post  di qualche giorno fa, parlando di precursori  dell’Azione Cattolica. In questo contesto il papato osteggiò apertamente i processi democratici, arrivando a comminare la scomunica religiosa a Romolo Murri, tra gli ideatori e i primi fautori di una democrazia cristiana, non intesa come partito politico, ma come forma istituzionale dello stato che consentisse la partecipazione attiva dei cattolici alla vita politica italiana, all’epoca proibita.
  La Conciliazione del 1929 con il Mussolini, consentì al papato di recuperare un simulacro di stato nella città di Roma e soprattutto uno straordinario potere di influenza ideologica sulla masse popolari italiane. Da qui derivarono gran parte dei problemi che travagliarono la partecipazione dei laici di fede alla politica democratica dopo la caduta del fascismo, dalla metà degli scorsi anni Quaranta.
 Il papato, fino all’elezione di papa Francesco, non accettò mai di ritirarsi dalla politica italiana. La ripresa neoguelfa  fu evidentissima durante il lungo regno religioso di Karol Wojtyla, anche se, a quei tempi, svolse un ruolo sempre più rilevante la Conferenza episcopale italiana, e soprattutto il suo presidente.
  Il papato ha cercato sempre di mantenere un dominio politico sulla società italiana, fino a che i movimenti di massa suscitati dal papato come strumenti neoguelfi hanno iniziato a lottare per la conquista del papato, sviluppando politiche autonome. Ora lo stesso papato è in crisi e si pensa di trasformarlo. Il papa Francesco ne interpreta una specie di nuovo modello. Questa è la storia ecclesiastica recente.
  Di questa evoluzione in genere non si tratta nella formazione religiosa di secondo e terzo livello, che dovrebbe comprendere anche elementi di storia nazionale ed ecclesiastica. L’ingenuo papismo che viene in genere proposto in religione maschera una vera e propria ideologia neoguelfa,  spesso declinata però ora in un modo particolare, nel senso che sembra non essere preso come riferimento  questo  papa, quello che ha deciso di spogliarsi dei simboli imperiali del suo ufficio che sono solo pesanti incrostazioni del millennio appena trascorso, e vive in un albergo invece che nella reggia che gli era destinata, ma un papa ideale, futuro,   un papa a venire, che ancora non c’è ma che ciascuno spera possa essere conforme ai suoi progetti, tanto che molti si industriano per generarlo. Sotto questo profilo Francesco,  non Francesco 1°  come dovrebbe essere il nome di un imperatore religioso, è stato una bella sorpresa.
  Che fare, allora?
 I tempi sono quelli che sono  e non sono un granché, ma possiamo consolarci ricordandoci che ce ne sono stati di peggiori, come, ad esempio, all’epoca della Conciliazione con il fascismo, in particolare nei passati anni Trenta.
  Occorre far fare tirocinio democratico in religione, visto che si concorda che “la politica è una delle più alte forme di carità”, ciò che richiede di fare memoria della storia, in particolare di quella recente e contemporanea. La consapevolezza storica è alla base dei processi democratici. Da dove cominciare? La parrocchia può essere un buon inizio. Anche l’Azione Cattolica, e in particolare il nostro gruppo parrocchiale, può essere un buon inizio, perché dagli anni Sessanta si occupa anche di tirocinio democratico. Ma occorre sviluppare processi democratici, ad esempio , n parrocchia, rendendo realmente rappresentativo il Consiglio pastorale. Un altro dei principi cardine della democrazia è la partecipazione politica alle scelte economiche che si fanno nelle istituzioni, attraverso la pubblicazione e approvazione di conti consuntivi e preventivi e dello stato patrimoniale. Altrimenti le istituzioni che ambiscono ad essere comunitarie si burocratizzano e uno si disinteressa del bilancio della parrocchia come si disinteressa di quelli delle ASL. Poi però può accadere che la biblioteca parrocchiale sia da ricostituire da capo (è la situazione che ha trovato il nuovo parroco, ho sentito) e questo  per qualche motivo che non è stato spiegato (servivano fondi per urgenze parrocchiali, si voleva impiegare altrimenti la stanza della biblioteca?), e che quindi adesso i giovani non abbiano di che studiare. Avessi potuto partecipare democraticamente alla decisione mi sarei opposto con tutte le mie forze. E’ tutto uno stile da costruire, perché in questo campo in religione, da noi,  non si è molto avanti e anche nella politica nazionale si manifestano molti problemi. Ma l’Italia non si salverà senza un nuovo spirito civico: storicamente i laici di fede, in particolare nel secondo dopoguerra, sono stati protagonisti in questo campo, naturalmente sempre con la palla al piede del clerico-fascismo, il nome meno gentile di quello che Formigoni definisce come il sempre persistente neo-guelfismo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.



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