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mercoledì 4 gennaio 2017

Il senso dell’Azione Cattolica

Il senso dell’Azione Cattolica

Armida Barelli 1882-1952


[Da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia - Dalla Restaurazione all’età giolittiana, Laterza, 1979 - non più in commercio]

 […] nacque [1867] una nuova società, quella della Gioventù cattolica. Giovanni Acquaderni e il conte Mario Fani di Viterbo ne furono i fondatori, sotto gli auspici del gesuita Pincelli. Con loro collaborò Alfonso Rubbiani, figura singolare di cattolico, prima legittimista e papale fino a trovarsi sulle mura di Roma, insieme con Giuseppe Sacchetti a difendere il papa, poi in rotta con gli amici intransigenti e partecipante alle riunioni di casa Campello, che avrebbero dovuto concludersi con la fondazione di un partito conservatore nazionale. Fervido ingegno e animo di poeta,  finì per trovarsi da solo.
 L’Acquaderni e il Fani  non nutrivano intenti strettamente politici come il Fangarezzi e il Casoni, ma prevalentemente religiosi. Il Fani aveva creato a Viterbo un circolo intitolato a santa Rosa, che si proponeva di “formare cattolicamente  la gioventù”: fu il primo circolo giovanile cattolico.
  Un’idea analoga venne all’Acquaderni a Bologna. I due decisero di unire i loro sforzi e di fondare  la Società della gioventù cattolica italiana. Acquaderni apparteneva alla generazione successiva a quella di Casoni e di Fangarezzi, cioè “a quel gruppo di uomini coraggiosi che per la loro troppa audacia erano finiti nella tagliola delle legge Crispi [legge 17-5-1866, che dava al Governo poteri eccezionali in materia di sicurezza pubblica, che furono esercitati anche contro le organizzazioni clericali] e che perciò avevano dovuto scappare da Bologna”. L’esperienza passata di Casoni e di Fangarezzi aveva consigliato ai due giovani cattolici, Acquaderni e Fani,  a “una certa prudenza  e l’indicazione di costituire (qualora la si volesse fare) una società cattolica puramente religiosa escludendo categoricamente ogni velleità di carattere politico”. Negli schedari della polizia italiana, subito dopo l’annessione  di Bologna nel 1859, l’allora ventunenne Giovanni Acquaderni era qualificato come “paolotto”  e “clericale reazionario”, perché insieme a Venturoli, Casoni ed altri aveva protestato in piazza per le ingiurie lanciate contro il papa dall’ex cappuccino Giovanni Pantaleo. Fra le prime idee dei giovani cattolici bolognesi furono: la fondazione dell’Opera permanente  del denaro di San Pietro; una scuola da impiantarsi per i figli del popolo; l’esecuzione del progetto presentato dalla “Civiltà Cattolica” in occasione del centenario di san Pietro intitolato: Un nuovo tributo a S. Pietro; diffusione di un libretto riguardante il Concilio ecumenico [Vaticano I, indetto nel 1868 si sarebbe interrotto nel 1870]. Progetti ben lungi da “quell’orientamento battagliero” della defunta associazione del Casoni. Il nuovo tributo a san Pietro, di cui parlava la Civiltà Cattolica, consisteva in un “tributo d’intelletto e d’amore nell’obbligarsi solennemente dinanzi a Dio a credere e a sostenere usque ad effusione sanguinis [da intendersi: fino alla morte come i martiri] l’infallibilità del pontefice con un voto [da intendersi: voto religioso, solenne promessa con impegno religioso]. L’infallibilità pontificia non era stata ancora proclamata, e qui era il valore della proposta dei giovani cattolici bolognesi, proposta che però non entrò nello statuto definitivo della Società, perché l’assistente non ne ebbe l’approvazione dell’autorità ecclesiastica.
 Il 4 gennaio 1868 il programma della Società della gioventù cattolica fu diffuso al pubblico. Esso incominciava con un attacco alla framassoneria, a “quell’assemblea d’uomini senza fede e senza Dio, che fin’ora sera tenuta fra noi nascosta per entro alle cupe tenebre di segrete congreghe” e che ora “con arti subdole, mentite sembianze di libertà e progresso” cercava di “corrompere le menti e il cuore massime della gioventù”. Passava a denunciare l’azione di questi “uomini senza fede e senza Dio”, che avevano “invaso e corrotto tutto”: dalla stampa all’università ai licei ai teatri alla magistratura alla legislatura e che ora rivolgevano  “gli sforzi più accaniti contro la cattedra di Pietro, baluardo di verità, di giustizia e di santità” per togliere al papa la “corona del principato terreno”.
  Il programma della Società mirava ad una rieducazione integrale della gioventù, ed in esso si riconosceva  un forte timbro di fervore religioso e di attaccamento alla causa papale. Nel linguaggio si appalesavano anche alcuni caratteri dell’intransigentismo  [=atteggiamento di rifiuto politico del regime liberale in quanto ostile al papa e dei propositi di unificazione nazionale italiana comprendenti la città di Roma]: in particolare, in quella sua visione della realtà civile e politica liberale, come se fosse frutto di solo intrigo massonico. Nulla si riconosceva di buono, di utilizzabile nelle conquiste moderne.


 L’Azione Cattolica, anche recentemente, fissa la data della sua fondazione al 1867, collegando la propria esperienza a quella della bolognese Società della gioventù cattolica. Più prudentemente, Ernesto Preziosi, nel suo Piccola storia di una grande associazione - L’Azione cattolica in Italia, editrica AVE, (ancora in commercio) inserisce invece quell'associazione tra i precursori  dell’Azione Cattolica.
 In effetti, l’Azione Cattolica come al conosciamo nacque molto più tardi, e nemmeno con la sua reale data di fondazione, nel 1906, con l’approvazione dei suoi primi statuti, ma con l’approvazione, nel 1909, dello statuto dell’Unione femminile, innestata nell’Azione Cattolica a fianco delle altre organizzazioni che la componevano: l’Unione popolare cattolica italiana, l’Unione cattolica italiana delle associazioni elettorali, l’Unione Cattolica italiana  delle istituzioni economiche e sociali. L’Unione femminile ebbe uno straordinario sviluppo in particolare a partire dalla fine della Prima guerra mondiale quando venne istituita la Gioventù femminile, affidandone la presidenza ad Armida Barelli. Al centro dell’azione della Barelli, secondo gli storici, vi fu l’emancipazione del laicato cattolico e specialmente della donna nella Chiesa: questa finalità è appunto al centro anche dell’Azione cattolica come la conosciamo. In un mondo ancora dominato dalla componente maschile, in cui alle donne era precluso il voto (in Italia poterono votare solo nel 1946) e in cui si riteneva addirittura sconveniente la loro partecipazione al dibattito politico e sociale, l’azione delle donne associate dell’Unione femminile ebbe un rilevantissimo ruolo formativo, non solo verso le donne medesime, le associate  e quelle che venivano con loro a contatto, ma verso tutte le masse cattoliche, in particolare attraverso l’azione educativa della madri verso i figli e le figlie: nelle biografie di  gran parte dei più importanti esponenti politici cattolici che parteciparono alla costruzione della Repubblica democratica in cui ancora viviamo troviamo infatti l’azione determinante di una madre. Tra i cattolici si è quindi  progrediti, dall’iniziale prevalente,  desolante e reazionario intransigentismo  animato da un associazionismo laicale interamente maschile, all'assimilazione della democrazia sociale e politica, in particolare fondata sull'idea di eguaglianza in dignità degli esseri umani, con il contributo importantissimo, di massa,  delle donne: è opportuno ricordarlo, ora, che componenti fondamentaliste del nostro laicato vorrebbero anacronisticamente  rinchiuderle nuovamente nei focolari domestici, ritenendole  per natura  votate a questo ruolo e distribuendo disinvoltamente scomuniche e patenti di  filo-gender ai dissenzienti.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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