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domenica 15 gennaio 2017

La Repubblica Italiana è diventata e sta ancora diventando una nazione



La Repubblica Italiana  è diventata e sta ancora diventando una nazione











Il Calendario Atlante De Agostini: un libretto che esce tutti gli anni e che ha dentro il mondo. Lo consiglio a tutti coloro che vogliono iniziare a fare  politica. Me lo regalò per la prima volta mio padre quando facevo le medie e da allora l'ho sempre comprato, di anno in anno. Le ultime edizioni hanno un codice con il quale si può accedere sul Web ad un archivio con moltissime altre informazioni




  Ieri vi ho lasciato con questa domanda: “La Repubblica italiana è un nazione?”.  Non ho chiesto  se l’Italia  fosse una nazione, ma se lo fosse la nostra Repubblica. C’è una differenza ed essa consiste nella mitologia  che c’è dietro l’idea di nazione.
  Un mito  è un storia semplificata e  piuttosto fantasiosa, e per questo in genere anche affascinante, che spiega  il senso  che si vuole dare a un storia che spesso senso coerente non ha o se lo ha è molto più complesso di quello che si preferirebbe fosse. Diversi miti sono contenuti nelle scritture sacre delle religioni. Li troviamo anche nelle nostre. Definiscono più quello che si vorrebbe essere, e in definitiva diventare, più che quello che si è veramente stati e si è. L’idea di Italia  che fu alla base del nostro nazionalismo ottocentesco, il quale produsse  un movimento politico e militare di popolo e varie guerre fra stati, conteneva molti miti. Se, invece che all’Italia,  mi riferisco alla Repubblica italiana mi impegno a osservare ciò che è, facendo a meno di quei miti.
  Un ampio utilizzo della mitologia fu invece fatto dal regime fascista storico, che dominò il Regno d’Italia dal 1922 al 1945. Lo costruì scegliendo arbitrariamente nella storia italiana alcuni eventi e strumentalizzandoli per indicare, in realtà, ciò che voleva che l’Italia  divenisse. Il fascismo storico pensò sé stesso come erede legittimo della  romanità, e in particolare di quella espressa dall’antico impero romano stanziato in Italia, quello che visse nell’era che si definisce classica,  centrato su Roma (la storia dell’impero romano dalla fine del  terzo secolo della nostra era fu invece sempre più centrata su Bisanzio, in Oriente). Riteneva di essere veicolo di civilizzazione e in questo integrò nella sua ideologia la nostra confessione religiosa: questa fu la base ideologica della Conciliazione conclusa nel 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede (che significa il papato romano), ma mediata dal fascismo italiano: per quest’ultimo e l’organizzazione ecclesiastica quei patti furono ben più di un accordo di compromesso. Religione e partito politico totalitario si rafforzarono a vicenda, cessò l’ostilità del regime verso la religione e quella del potere ecclesiastico verso il regime, sulla base di una precisa delimitazione di campo d’azione, sia pure con iniziali recrudescenze di conflitti verso quelle organizzazioni di stampo religioso che non rispettavano i confini posti da quegli accordi. Questa è oggi una memoria dolorosa, spiacevole, in religione e in genere si preferisce costruire sopra quei fatti, avvertiti ora come disonorevoli, un mito  resistenziale delle nostre organizzazioni religiose coeve al fascismo che non corrisponde alla realtà se non in minima parte. Negli anni ’30 la  nostra religione, in Italia, si fascistizzò e la religione fu integrata nel nazionalismo fascista. Le guerre coloniali del regime, in Libia e in Etiopia, vennero presentate anche come imprese di civilizzazione religiosa e questo nonostante che in Etiopia si combattesse contro cristiani di antichissima tradizione. Non ci fu all’epoca una reale opposizione dei nostri capi religiosi, in particolare del papato. Il fascismo storico immaginò una nazione imperiale cristiana e in questo non trovò reali smentite da parte di quello che, allora come oggi, concepiva sé stesso come un impero religioso e storicamente aveva tenuto a marcare nettamente i confini per difendersi dalle ingerenze dei poteri civili. La Conciliazione  fu definita come opera della Provvidenza e ci si condusse poi di conseguenza per circa una decina d’anni. Poi cominciarono effettivamente le prese di distanza.
  L’idea di nazione  che stava dietro i moti di unificazione nazionale era più simile a quella che ai tempi nostri ne abbiamo e derivava dal pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Si pensava che vi fosse un  popolo umiliato da potenze straniere perché diviso e che si dovesse elevarlo alla sovranità, innanzi tutto facendone un unico stato. Nel pensiero di Mazzini questo doveva avvenire realizzando anche una democrazia, quindi un sistema politico istituzionale che consentisse un’ampia partecipazione popolare alle decisioni di governo. Mazzini aveva un’idea religiosa di questa democrazia di popolo: la pensava fondata su principi supremi di origine divina. In questo contesto il moto democratico avrebbe dovuto coinvolgere, e liberare, tutti i popoli europei e affratellarli.  Questa ideologia si manifesta chiaramente nelle parole del nostro inno nazionale Fratelli d’Italia.
 L’idea di nazione  del fascismo era diversa e ne ho scritto sopra.
 L’idea di nazione  che  prevalse tra le forze politiche che, dopo aver vinto la guerra di resistenza contro il fascismo, progettarono la nostra Repubblica era simile a quella del Mazzini, ma con molto di più. Infatti andava oltre  il concetto di nazione che era stato alla base del movimento per l’unificazione nazionale italiana e, rovesciando l’ideologia nazionalista fascista, prevedeva un ordinamento politico istituzionale in cui non si distinguesse tra le persone sulla base della razza, della lingua e della religione (art. 3 della Costituzione), tre elementi che si erano ritenuti fondamentali per definire la nazione.
  Di fatto, la Repubblica italiana iniziò la sua vita come stato nazionale, nel senso di stato che comprendesse tutti gli italiani di stirpe, lingua, cultura e religione, come aveva voluto essere quello fascista, ma senza più l’ambizione imperiale, anzi con l’impegno di limitare le proprie pretese nazionalistiche se ciò fosse necessario per un assetto internazionale pacifico sulla base di accordi con gli tri stati. Molti dei miti  del fascismo sopravvissero nell’era della repubblica democratica. In particolare quello che integrava nell’ideologia nazionale la nostra religione. Ma progressivamente ad essi si sostituì una realtà molto diversa basata su sviluppi caratteristici del nuovo mondo in cui l’Italia si era trovata a vivere dopo l'affrancamento dal fascismo. Nell’ideologia nazionalista, come è vissuta oggi in concreto dalla gente, l’etnia, quindi la stirpe, e la religione hanno molto meno importanza di un tempo, sono molto meno caratterizzanti. Ci si è molto mescolati tra le genti delle varie regioni italiane, che in gran parte corrispondono alle ripartizioni territoriali degli stati precedenti all’unificazione nazionale. La lunga pratica della libertà di coscienza ha permesso scelte diverse in materia religiosa, in particolare anche di ateismo o  di indifferenza religiosa, senza che ciò sia più sentito come squalificante sul piano civile. Hanno avuto invece un potentissimo ruolo nella costruzione di una nuova identità nazionale l’istruzione pubblica di massa e il sistema radiotelevisivo pubblico, quindi poi l'affermarsi dell'italiano scolastico sui dialetti, la vasta partecipazione ad un mercato del lavoro su scala nazionale resa possibile dall’espansione economica vissuta in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso e, soprattutto, il consumismo popolare, che ha creato modi di vivere, e di desiderare, quindi anche prospettive  di vita, molto simili in tutte le regioni d’Italia. La nostra Repubblica però sta ancora diventando  una nazione come non c’è mai stata prima: la costruzione nazionale è quindi ancora in divenire. L’integrazione europea ha poi consentito ai più giovani di iniziare a costruirsi un’identità civica continentale,  con sempre più fitte relazioni con le genti europee di altre lingue e culture. Ed è sbagliato, quando ci riferisce ai nostri giovani che studiano o lavorano in altri stati dell’Unione Europea, parlarne come di migranti, come gli italiani che emigrarono in massa alla volta dell’America e dell’Australia dalla fine dell’Ottocento fino più o meno agli anni ’30 del secolo scorso, ma anche quelli che emigrarono nel Nord Europa in epoca più recente. I giovani di oggi girano l’Europa da cittadini europei, partecipi di una cultura politica, istituzionale, economica e sociale sovranazionale nella quale sta producendosi una nuova nazionalità europea, simboleggiata dalla bandiera a dodici stelle in campo azzurro dell’Unione Europea.
 Su questo nuovo contesto nazionale ed  europeo si è abbattuta la fase di recessione economica che stiamo attualmente vivendo, derivata fondamentalmente dalla globalizzazione dell’economia, e stanno incidendo in maniera sempre più rilevante le migrazioni  di popoli dall’Europa orientale, dall’Africa, dall’Asia  e dall’America Latina, non attirati tanto dal nostro benessere economico, ma innanzi tutto dalla possibilità concreta di una vita libera, sicura e dignitosa.  Si tratta di popoli che prendono sul serio le nostre dichiarazioni di principio su grandi valori umani. A fronte di questo c’è chi propone di tornare al vecchio nazionalismo di tipo clerico-fascista, e con questa espressione intendo riferirmi a ciò che uscì dalla Conciliazione  di cui ho scritto. Ma,  a prescindere da tutte le altre controindicazioni, quell’ideologia era strumento di una politica di espansione militare  in Europa e in Africa, mentre ora si vorrebbe bloccare l’arrivo dei nuovi venuti, non  andare a invadere i posti da dove ci giungono. E anche il vecchio nazionalismo che sorresse il processo di unificazione statale italiana rispondeva a problemi diversi: si proponeva di mandare  fuori d’Italia le potenze straniere che all'epoca la occupavano, e in particolare l’Impero austriaco, non di contrastare migrazioni  di massa da altri continenti  verso l’Italia che all'epoca non solo non c’erano ma non erano nemmeno immaginabili. Ma anche l’ideologia nazionalista repubblicana, come si è venuta costruendo dalla metà degli anni Quaranta ad oggi, non sembra andare bene perché, in definitiva, si limita a unire, legandoli culturalmente, gruppi, ceti, classi, etnie, movimenti, religioni che già erano insediati da noi da lungo tempo e hanno beneficiato dello statuto di eguaglianza in dignità riconosciuta dal nuovo assetto politico istituzionale democratico, ma sembra insufficiente per costruire l’integrazione  delle masse di migranti che, provenienti non solo da altri continenti, ma da altre culture, giungono tra noi rivendicando la medesima eguaglianza, come diritto umano fondamentale. Che fare dunque? Che ne pensate? Innanzi tutto: vi ponete il problema del che fare? L’attuale dottrina sociale, veramente tanto diversa dall’antico clerico-fascismo che in Italia si produsse dopo la Conciliazione  del 1929, ci impegna a pensarci. E quando scrivo “ci impegna” significa che non ci spinge solo a rifletterci sopra, ma a progettare e costruire una nuova realtà sociale, in linea con i nostri valori di fede: questo è politica.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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