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sabato 21 gennaio 2017

Stasera, alle ore 18:00, nei locali parrocchiali, in sala rossa: Incontro di studio e di preghiera sul Messaggio del Santo Padre per la 50° Giornata della pace ) e Veglia per la pace

Stasera, alle ore 18:00, nei locali parrocchiali, in sala rossa: Incontro di studio e di preghiera sul Messaggio del Santo Padre  per la 50° Giornata della pace (trascritto in fondo a questo documento) e Veglia per la pace (inizierà alle 20:30 dopo un momento conviviale, mangiando una pizza in compagnia)

Programma degli eventi:

-ore 18, in sala rossa: Incontro di studio e di preghiera sul Messaggio del Santo Padre  per la 50° Giornata della pace
- incontro conviviale, mangiando una pizza in compagnia;
-ore 20:30 Veglia della pace,  nella chiesa parrocchiale



Aldo Capitini alla prima Marcia della pace  Perugia - Assisi, nel 1961

[da: Aldo Capitini, Religione aperta, 1955, ora in Aldo Capitini, Le ragioni della non violenza - Antologia di scritti, a cura di Mario Martini, Edizioni ETS, 2004, €16,00, pag.75-77]

La non violenza
  La nonviolenza non è cosa negativa, come parrebbe dal nome, ma è attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo esser lui e non un altro, per la  sua esistenza, libertà, sviluppo. La nonviolenza non può accettare la realtà come si realizza ora, attraverso potenza e violenza e distruzione dei singoli, e perciò non è per la conservazione, ma per la trasformazione; ed è attivissima, interviene in mille modi, facendo come le bestie piccole che si moltiplicano in tanti e tanti figli. Nella società la nonviolenza suscita solidarietà attiva e dal basso. Anche verso gli esseri non umani la nonviolenza ha un grande valore, appunto come ampliamento di amore e di collaborazione. Non bisogna impantanarsi nei casi e nelle ipotesi in cui sia lecita  o no la violenza; anzitutto c’è una minaccia di violenza che investirebbe tutti, la guerra, ed è contro di essa che bisogna scegliere l’atteggiamento più religioso; e poi nei casi individuali è da tener presente che la nonviolenza è creazione, è un valore, e che può essere sempre svolta meglio. La non violenza ha diritto al suo posto in mezzo alle rivoluzioni, e aggiunge principi preziosi nell’educazione.
La non violenza è amore
 Non-violenza è, apparentemente, un termine negativo. Il rifiuto della violenza è un atto positivo, che richiede volontà e molta energia interiore. Se esaminiamo quante conseguenze importanti, quali modificazioni di vita, quale chiarezza per giudicare tante cose, derivano dall’impegno alla non violenza,  comprendiamo anche meglio la sua positività. Della nonviolenza si può dare una definizione molto semplice: essa è la scelta di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente gli esseri umani.
  Perché questa scelta verso l’esistenza, la libertà, lo sviluppo di altri esseri? Per amore: ecco, vediamo subito che si tratta di una cosa positiva, appassionata. Ma è l’amore che non si ferma a due, tre esseri, dieci, mille (i  propri genitori, i figli, il cane di casa; i concittadini, ecc.); è amore aperto, cioè pronto ad amare altri e nuovi esseri già conosciuti. […] nessuno abbraccia l’astratta “non violenza”, ma compie atti particolari di non violenza in situazioni concrete. La nonviolenza è, dunque, dire un tu ad un essere concreto e individuato; è avere interessamento, attenzione, rispetto, affetto per lui; è aver gioia che esso esista, che sia nato, e se non fosse nato, noi gli daremmo la nascita; assumiamo su di noi l’atto del suo trovarsi nel mondo, siamo come madri.
[…] noi viviamo per ogni essere, in occasione del suo incontro, l’unità così come parlando con tante e diverse persone noi realizziamo l’unità del pensiero, del linguaggio. La nonviolenza a vivere l’Uno-Tutti; e così salva da atteggiamenti scadenti: quello di chi vorrebbe arrivare individualmente alla unità, per suo conto, trascurando di aprirsi agli altri; quello di chi guarda e rimira l’Universo, Uno-Tutto, che non è altro che un’immagine, un’idea della mente, e trascura la concretezza dell’Uno-Tutti.
[…] chi sceglie la nonviolenza parla col suo atto a tutti: segnala una via per tutti, e rompe l’indifferenza o l’incantamento mentre si prepara un’altra guerra. E poi la non violenza, quando è professata sul serio ed eventualmente con sacrificio, è un valore, che può essere riconosciuto anche da chi non la pratica, come uno che stima chi fa poesia, anche se si occupa d’altro. Se  è un valore, fa bene intimamente a tutti, influisce su tutti.
La morte può finire
 Nell’agire secondo la nonviolenza ha grande rilievo non uccidere, non dare la morte. Si potrebbe obiettare: quella persona morrà ugualmente, prima o poi. Rispondiamo che anzitutto c’è una grande differenza; e noi stiamo parlando con serietà, per cui l’atto nostro ha il suo valore non nel fatto, ma nel proposito. E’ ben diverso  che io uccida  mia madre, e che essa muoia assistita amorevolmente da me. Sono non solo due modi di vivere diversi, ma due mondi. Inoltre: chi ci dice che la morte sia un fatto costante, ineliminabile? Abbiamo tentato di non dare la morte né col pensiero né con l’atto, per vedere se la realtà ci seguisse? Che ragione abbiamo noi di rimproverare la realtà che dà dolore e morte? Sicché chi non dà la morte, produce due cose: in sé, tanto è l’appassionamento all’esistenza delle persone, il senso della loro presenza anche se muoiono; e nella realtà introduce un’iniziativa che la può trasformare. Proprio l’amore, l’amore per le persone fino al rispetto della loro esistenza e fin sull’orlo della morte, prende su di sé la presenza di quelle persone, quando è amore aperto a tutti. Il nostro agire innocente sente che quelle persone, se muoiono, restano unite nell’intima presenza; mentre l’omicida, soltanto se si pente amorevolmente, ritrova in sé la presenza uccisa; altrimenti sente il vuoto intorno a sé.
  Con la nonviolenza, dunque, s’impara concretamente che i modi di manifestarsi attuali della realtà (tra cui la separazione, il dolore, la morte) non sono permanenti, ma possono trasformarsi in meglio; e perciò la nonviolenza è appello al mondo per una grande mobilitazione dell’unità amore, con l’apertura alla trasformazione della realtà stessa.
 La nonviolenza non per la conservazione, ma per la trasformazione
  E’ perciò un errore credere che la nonviolenza si collochi nel mondo lasciandolo com’è: più si pensa alla nonviolenza e si cerca di attuarla, più si vede che essa ha un dinamismo tale che non può accettare il mondo com’è, ma porta tutto verso una trasformazione: l’umanità, la società, la realtà. Come strumento di conservazione del mondo la nonviolenza è discutibile; come strumento di trasformazione in meglio, essa ha un valore inesauribile, appunto perché non fa modificazioni e spostamenti in superficie, ma va al profondo, al punto centrale.
 E un altro e simile errore è credere che la nonviolenza sia contro le violenze attuali, ma accetti quelle passate, dell’umanità, della società, della realtà. Se fosse così, la nonviolenza sarebbe conservatrice e accetterebbe il fatto compiuto, le prepotenze avvenute, le oppressioni, le monarchie, gli sfruttamenti. La vera nonviolenza non accetta nemmeno le violenze passate, e perciò non approva l’umanità, la società, la realtà, come sono ora. Non accetta la realtà dove l’animale grande mangia l’animale piccolo; e perciò cerca di stabilire unità amore anche verso gli animali, appunto per iniziare il bene; non accetta che i viventi prendano il posto dei morti; non accetta la fortuna  dei forti e dei potenti, e perciò tende a soccorrere i deboli, gli stroncati, non accetta il potere e la ricchezza privata, e perciò tende a costituire forme di federalismo non violento da basso e forme di aiuto e reciprocità sociale e fruizione  comune di beni sempre più larghe. Essa ha come guida instancabile la presenza di tutti, e il principio che ogni essere è insostituibile.
 Perciò essa tenda a ridurre ed eliminare  gli schemi generici e impersonali. Noi viviamo troppo di questi schemi, e molte volte non ci curiamo d’altro; ma non esistono gli schemi (gli amici, i nemici, gl’italiani, i religiosi, gli autisti, ecc.); esistono i singoli individui, e la vita fondamentale è quella che li considera nella loro singolarità insostituibile. Noi usiamo lo schema, per esempio, se cerchiamo un autista, e poi un altro autista, un libraio, ecc. Ma il progresso è proprio nel ridurre questo uso di schemi. La guerra invece è il mostro più immane di questo uso di schemi, che divora le singole individualità: non ci sono che i nostri e i nemici; è perciò sommamente diseducatrice.

[da Aldo Capitini, Il potere di tutti, (edito per la prima volta nel 1969) Guerra edizioni, 1999, pag.94]

 La ragione del pacifismo integrale non è soltanto il fatto evidente che la guerra, un volta accettata, conduce a tali delitti e a tali stragi, specialmente oggi, che è assurdo presumere di farla e contenerla; ma è la vita della compresenza che si sceglie, il suo accertamento, la sua costruzione, la sua celebrazione quotidiana. Mentre si lavora per migliorare continuamente il rapporto di comprensione  e di sacrificio verso ogni essere, non si può interrompere tale lavoro e mutare l’apertura in chiusura.
  Ma c’è una ragion di carattere organizzativo. E’ chiaro che bisogna arrivare a moltitudini che rifiutino la guerra, che blocchino con tecniche non violente il potere che voglia imporre la guerra. L’Europa ha sofferto  per non aver avuto queste moltitudini di dissidenza assoluta, per es. riguardo al potere dei fascisti e dei nazisti. L’omnicrazia [=potere di tutti] deve prendere corpo anche in questo modo: nella capacità di impedire dal basso le oppressioni e gli sfruttamenti; ma questa capacità delle moltitudini ha il suo collaudo nel rifiuto della guerra, intimando un altro corso alla storia del mondo. Se davanti alle forze della Natura non ci si è mossi con il programma che la lotta e la loro utilizzazione fosse per tutti, “fra sé considerati” diceva il Leopardi, si è persa la tensione a trovare il punto della trasformazione della Natura  al servizio di tutti come singoli: chi dà la morte, non può rimproverare la Natura di preparare la nostra morte. Questo collaudo è necessario, perché tutte le volte che gli individui si accontentassero di ottenere qualcosa  nell’ambito della Natura, dello Stato, dell’Impresa, perderebbero l’acquistato se travolti dalla guerra. Se nello Stato la lotta contro il potere assoluto  ha ottenuto il regime parlamentare, tuttavia è rimasta la guerra a impedire un ulteriore sviluppo democratico. Se nell’Impresa i lavoratori sono riusciti a progredire e perfino a imporre le socializzazioni, poi la  guerra, e la sua preparazione, li ha messi alla mercé di un potere autoritario, tutt’altro che democratico.

Biografia di Aldo Capitini (dal Dizionario biografico Treccani on line  http://www.treccani.it/enciclopedia/aldo-capitini_(Dizionario-Biografico)/

CAPITINI, Aldo (voce redatta da Piero Craveri). - Nacque a Perugia il 23 dic. 1899 da Enrico, campanaro del comune, e da Adele Ciambottini. Fece studi irregolari e nel 1924 sostenne l'esame di licenza liceale. Quello stesso anno vinceva il concorso per un posto di convittore presso la Scuola normale superiore di Pisa.
  Rimase estraneo ai dibattiti politici che in quegli anni rendevano effervescente il clima culturale della Normale intorno al tema della palingenesi ideologica del fascismo. Tenace e laborioso, con quell'orgoglio e quella maturità umana, se non proprio culturale, che spesso accompagnano l'esperienza di un autodidatta, tra i tanti docenti e discenti della scuola strinse un sodalizio spirituale con uno dei più isolati suoi coetanei, Claudio Baglietto. Le riflessioni comuni, da un lato sulla crisi della democrazia liberale e delle sue forze politiche di fronte al fascismo, dall'altro sulla conciliazione tra la Chiesa e il regime fascista, che, con intuizione precorritrice, essi avvertivano costituire un punto di rottura decisivo dell'esperienza religiosa cattolica nel nostro paese, gettarono le basi di un programma di ricerca intellettuale, a cui il C. avrebbe dato forma nel volume Elementi di un'esperienza religiosa, edito da Laterza nel 1937.
  Il titolo del volume venne dato dal Croce, che se ne era fatto mallevadore, e a cui il C. era stato presentato da Luigi Russo nel 1936. Ma l'esperienza del C. non fu propriamente "religiosa" - anche se l'individualismo con cui fu vissuta, il sostanziale distacco da tutte le forme concrete in cui la lotta politica prendeva forma, la difficile storicizzazione delle sue proposizioni intellettuali potrebbero far ritenere esatta questa definizione, ma più generalmente "civile".
  Mancano del resto nelle riflessioni contenute in questo volumetto gli elementi essenziali di una qualsiasi esperienza religiosa, cioè quello teologico-metafisico e quello dogmatico-rituale che sono in parte presenti nell'esperienza modernista, a cui impropriamente qualcuno ha voluto ricollegare il Capitini. L'accento è posto invece sul momento etico-individuale, come "coscienza della finitezza di tutto", anche se questa è avvertita come "atto religioso", perché percezione dell'"infinità" della divinità, che "rende più facile l'adorazione della molteplicità dinnanzi a noi, apertura della nostra vita, e fa meglio avvertire la presenza di Dio al centro, monoteismo concreto" (ibid., p. 32). Di qui tuttavia non nasceva una problematica religiosa, la fondazione d'un rapporto teologico-metafisico tra l'individuo e l'essenza divina di cui si cercava la prova, ma più semplicemente l'opzione per una scelta individuale d'ordine etico, non "naturalistica, di orgoglio, di incosciente pretesa ad assolutezza" (p. 31). Quello del C. era in realtà il rifiuto dei valori ideali e civili non solo dell'Italia fascista, ma anche di quella liberale, e la conseguente ricerca di una dimensione spirituale, che fosse regola coerente di vita, individuale, ma soprattutto "civile".
  Le vicende biografiche del C. danno del resto una testimonianza ancora più convincente dei suoi scritti circa la natura di questi suoi orientamenti. Laureatosi in lettere e filosofia a Pisa nel 1929, era assunto come segretario della Scuola normale. Già l'anno dopo doveva lasciare quell'incarico per aver rifiutato l'iscrizione al Partito nazionale fascista, mentre il suo amico Baglietto, che, ultimati gli studi alla Scuola normale, si era recato in Germania con una borsa di studio, scriveva al Gentile la sua intenzione di non far ritorno in Italia. Baglietto si sarebbe poi avvicinato al partito comunista. Il C. non fece questo salto dall'impegno civile a quello politico, l'unico possibile, - e che comunque compirono molti della sua generazione tra il '30 e il '40 - per chi avesse svolto la propria esperienza giovanile negli anni trionfanti del regime fascista, e la cui protesta voleva essere anche una cesura con la tradizione politica dell'Italia liberale da un lato, con il cattolicesimo dall'altro.
  Ritiratosi a Perugia, il C. svolse tuttavia in quegli anni un'intensa attività militante antifascista. "Ho visto più giovani e gente io che tutti gli altri", dirà di sé, ricordando quegli anni (Nuova società e riforma religiosa, Torino 1950, p. 15). Fu in effetti instancabile nel compiere riunioni educative, religiose e politiche in ogni parte d'Italia, portando alla critica del fascismo e all'azione antifascista numerosissimi giovani.
  I temi che egli svolgeva in quelle riunioni poggiavano su una "premessa... rigidamente morale, con accentuazione o del motivo della libertà o della religiosità, della non violenza e della menzogna... E fu una breccia che si aprì in giovani di valore per cui apparve la possibilità di una tensione diversa da quella fascista, di una specie di rivolta intima e di ascesi, che metteva in prima linea la non collaborazione, la non tessera del partito" (ibid., p. 13).
  La fragilità di questa intelaiatura ideale, con la sua assenza di concetti propriamente "politici", non precludeva alle iniziative del C. una effettiva capacità di incidenza, nella misura in cui esprimeva appunto un antifascismo "non politico", che si risolveva in una congiura degli onesti e degli esclusi, tra le morte gore della provincia fascista. Al 1936 risale la sua collaborazione con G. Calogero, e la sua adesione alla tematica "liberal-socialista", che diede vita ad un embrione di movimento, con gruppi costituiti, molto grazie allo stesso attivismo del C., a Perugia, Roma, Pisa, Padova, Firenze, Ancona, Bari, Siena e Pistoia.
  Ma quando l'ipotesi "liberal-socialista" volle uscire dall'ambito ristretto dei dibattiti di piccole cerchie intellettuali e farsi esperienza politica, e nel maggio 1940 in un convegno ad Assisi il Calogero prese l'iniziativa di collegarsi con il movimento, che poi divenne il Partito d'azione, il C. prese subito le distanze, rivolgendo la sua attenzione piuttosto verso il partito socialista e il partito comunista, senza tuttavia tradurla in una qualche forma di impegno militante. In quegli anni di scelte politiche, egli infatti ne fece una singolare, quella di non chiudere la sua "parentesi antifascista". Tutti i limiti e anche i pregi della sua esperienza "civile" si evidenziarono dunque nella continuità dei suoi atteggiamenti "metapolitici", dal fascismo alla repubblica democratica.
  Tornando sul tema del liberal-socialismo, egli osservava che "tutti i partiti restano, ed è giusto che restino, ma solo per presentare problemi da risolvere, forze da assimilare, problemi e forze che il liberalsocialismo può fare suoi" (ibid., p. 25). Con la sua propedeutica politica egli voleva invece rimanere "in mezzo alla moltitudine", e fare opera di pedagogia morale, che non era il "prepartito" del Croce, con cui pure poteva avere qualche assonanza, ma un sacerdozio senza ecclesia.
  Nel 1942 il C. veniva arrestato a Firenze e poi confinato, ma da lì a poco liberato per essere di nuovo arrestato nel 1943. Dopo la Liberazione fondava in numerose città i Centri di orientamento sociale (C.O.S.), sedi di libero dibattito, che nel clima del dopoguerra costituirono per molti una tribuna aperta, e svolsero più la funzione di ricettacolo di problemi ed esperienze diverse, che quella di orientamento ideale e politico.
  L'esperienza più significativa fu quella del C.O.S. di Firenze, dove emerse come figura di polemista quella di F. Tartaglia, un prete sospeso "a divinis", che portava, in quell'atmosfera di rivolgimenti civili, il lievito di una rottura religiosa, d'una tematica ecclesiale che pretendeva essere anche problematica civile e politica. A confronto con questa pur individuale, ma autentica esperienza religiosa, il C., che col Tartaglia aveva progettato "l'avvio di un movimento religioso che collegava esperienze e iniziative anche eterogenee ma accomunate dall'affermazione della necessità di un rinnovamento radicale e urgente" (Cattaneo, p. 99) - e che tenne anche qualche convegno nazionale -, palesava la genericità e la povertà del suo messaggio religioso, il valore meramente etico del suo impegno di mediatore e di organizzatore di minoranze emarginate ed escluse. La personalità del Tartaglia doveva infatti scomparire dalle scene nel '48, quando tutte le fratture civili e religiose del movimento cattolico venivano saldamente ricomposte. Vi rimase invece il C., a ricoprire il ruolo che gli era congeniale, quello di partecipe e animatore d'una nuova stagione "antifascista", anche se troppo distaccato dalla dinamica reale delle forze politiche per svolgervi una funzione più che secondaria.
  Nel 1952 fondava a Perugia il Centro di orientamento religioso (C.O.R.) per conversazioni domenicali su problemi religiosi, poi il Centro per la non violenza e la Società vegetariana italiana. Trasferiva questi temi suoi originali della prima esperienza antifascista e quelli nuovi della difesa delle minoranze religiose e civili sulle colonne delle riviste laiche del tempo, dal Ponte a Belfagor, alla Riforma della scuola, per citarne solo alcune.
  Un taglio polemico e un impegno civile che tuttavia si stemperavano con l'esaurirsi dell'esperienza centrista tra il 1953 e gli inizi degli anni '60. Il C., anche in quest'ultima fase della vita, seppe tuttavia, a differenza di altri, rimanere fedele a se stesso. Già nel 1961 organizzava la marcia della pace da Perugia ad Assisi, e diveniva il mallevadore in Italia di quelle campagne civili e pacifiste che, a seguito della caduta di tensione della guerra fredda, si sviluppavano con grande adesione di pubblica opinione specie nel mondo anglosassone. In questo seppe essere precursore e sostenitore - pur trasferendo in esse i limiti della sua personale esperienza militante - di quelle campagne radicali e laiche per i diritti civili che acquistarono uno spazio nei dibattiti della società civile italiana alla fine degli anni '60.
  Dopo la Liberazione aveva ripreso il suo posto di segretario alla Scuola normale e, conseguita la libera docenza in filosofia morale, ne aveva ricoperto l'incarico all'università di Pisa fino al 1956, quando vinse la cattedra di pedagogia, che insegnò prima all'università di Cagliari, poi a quella di Perugia. Numerosi i suoi scritti su questi argomenti, che costituiscono però più un contributo alla sua biografia che alle rispettive discipline.
Il C. morì a Perugia il 16 ott. 1968.
Fonti e Bibl.: Necrol. in Corriere della Sera, 22 ott. 1968 e 22 nov. 1968; B. Razzolti, Ricordo di A. C., in Studi urbinati, n. s., XLIII (1969), pp. 456-59; M. Melelli, in Boll. d. Dep. di st. patria per l'Umbria, LXXIII (1971), 2, pp. 151-169 (con bibl.); Una lotta nel suo corso, a cura di S. Contini Bonacossi-L. Ragghianti Collobi, Venezia 1954, ad Ind.; C. Francovich, La Resistenza a Firenze, Firenze 1961, ad Ind.; G. Cattaneo, L'uomo della novità. Storia di un mov. relig., in Paragone, XVIII (1947) n. 214, pp. 74 ss.; A. Bandinelli, A. C.: la chiave antiautorit., in Astrolabio, 27 ott. 1968; Lettere di A. C. a D. Dolci, a cura di F. Alasia, in Il Ponte, XXV (1969), pp. 1241-78; il fascicolo della riv. Azione non violenta, V (1968), 11-12, è a lui dedicato, con articoli di W. Binni, E. Enriques Agnoletti, L. Borghi, A. Apponi e con ampia bibl. delle sue opere; P. Spriano, Storia del Partito comunista, Torino 1973, III, pp. 53, 80.
Opere (da https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Capitini)
Opere
·         1937 Elementi di un'esperienza religiosa, Laterza, Bari.
·         1942 Vita religiosa, Cappelli, Bologna.
·         1943 Atti della presenza aperta, Sansoni, Firenze.
·         1947 Saggio sul soggetto della storia, La Nuova Italia, Firenze.
·         1948 Esistenza e presenza del soggetto in Atti del Congresso internazionale di Filosofia (II Vol.), Castellani, Milano.
·         1948 La realtà di tutti, Arti Grafiche Tornar, Pisa.
·         1949 Italia nonviolenta, Libreria Internazionale di Avanguardia, Bologna.
·         1950 Nuova socialità e riforma religiosa, Einaudi, Torino.
·         1951 L'atto di educare, La Nuova Italia, Firenze.
·         1955 Religione aperta, Guanda, Modena.
·         1956 Colloquio corale, Pacini Mariotti, Pisa.
·         1958 Aggiunta religiosa all'opposizione, Parenti, Firenze.
·         1958 "Danilo Dolci", Piero Lacaita Editore, Manduria
·         1961 Battezzati non credenti, Parenti, Firenze.
·         1966 Antifascismo tra i giovaniCelebes editore, Trapani.
·         1966 La compresenza dei morti e dei viventi, Saggiatore.
·         1967 Le tecniche della nonviolenza, Feltrinelli, Milano (rist. Linea D'Ombra, Milano 1989; rist. Edizioni dell'asino, Roma 2009)
·         1967-1968 Educazione aperta (2 Voll.), La Nuova Italia, Firenze.
·         1969 Il potere di tutti, introduzione di N. Bobbio, prefazione di P. Pinna, La Nuova Italia, Firenze
·         1992 Scritti sulla nonviolenza, a cura di L. Schippa, Protagon, Perugia
·         1994 Scritti filosofici e religiosi, a cura di M. Martini, Protagon, Perugia
·         1999 Il potere di tutti, 2 ed. riveduta e corretta, Guerra Edizioni, Perugia
·         2003 Opposizione e liberazione: una vita nella nonviolenza, a cura di Piergiorgio Giacché, Napoli, L'ancora del Mediterraneo
·         2004-2007-2016 Le ragioni della nonviolenza. Antologia degli scritti, a cura di Mario Martini, ETS, Pisa scheda
·         2007 Lettere 1931-1968, "Epistolario di Aldo Capitini, 1" - con Walter Binni, a cura di L. Binni e L. Giuliani, Carocci, Roma (intr.di M. Martini)
·         2008 Lettere 1952-1968, "Epistolario di Aldo Capitini, 2" - con Danilo Dolci, a cura di G. Barone e S. Mazzi, Carocci, Roma
·         2008 La religione dell'educazione: scritti pedagogici, a cura di Piergiorgio Giacché, La meridiana, Molfetta
·         2009 Lettere 1936-1968, "Epistolario di Aldo Capitini, 3" - con Guido Calogero, a cura di Th. Casadei e G. Moscati, Carocci, Roma
·         2010 L'atto di educare, a cura di M. Pomi, Armando editore, Roma
·         2011 Lettere 1941-1963, "Epistolario di Aldo Capitini, 4" - con Edmondo Marcucci, a cura di A. Martellini, Carocci, Roma
·         2011 Religione Aperta, a cura di M.Martini, Laterza, Roma-Bari
·         2012 Lettere 1937-1968, "Epistolario di Aldo Capitini, 5" - con Norberto Bobbio, a cura di P. Polito, Carocci, Roma
·         2012 Lettere familiari, "Epistolario di Aldo Capitini, 6" - a cura di M. Soccio, Carocci, Roma.
·         2016, Un'alta passione, un'alta visione. Scritti politici 1935-1968 - a cura di L. Binni e M. Rossi, Il Ponte Editore, Firenze
·         2016, Attraverso due terzi del secolo, Omnicrazia: il potere di tutti - a cura di L. Binni e M. Rossi, Il Ponte Editore, Firenze


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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA 
50° GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 
1° GENNAIO 2017

La nonviolenza: stile di una politica per la pace

1. All’inizio di questo nuovo anno porgo i miei sinceri auguri di pace ai popoli e alle nazioni del mondo, ai Capi di Stato e di Governo, nonché ai responsabili delle comunità religiose e delle varie espressioni della società civile. Auguro pace ad ogni uomo, donna, bambino e bambina e prego affinché l’immagine e la somiglianza di Dio in ogni persona ci consentano di riconoscerci a vicenda come doni sacri dotati di una dignità immensa. Soprattutto nelle situazioni di conflitto, rispettiamo questa «dignità più profonda»[1] e facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita.
  Questo è il Messaggio per la 50ª Giornata Mondiale della Pace. Nel primo, il beato Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile)». Metteva in guardia dal «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Al contrario, citando la Pacem in terris del suo predecessore san Giovanni XXIII, esaltava «il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore».[2] Colpisce l’attualità di queste parole, che oggi non sono meno importanti e pressanti di cinquant’anni fa.
  In questa occasione desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace e chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali. Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.
Un mondo frantumato
2. Il secolo scorso è stato devastato da due guerre mondiali micidiali, ha conosciuto la minaccia della guerra nucleare e un gran numero di altri conflitti, mentre oggi purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi. Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa.
In ogni caso, questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli: guerre in diversi Paesi e continenti; terrorismo, criminalità e attacchi armati imprevedibili; gli abusi subiti dai migranti e dalle vittime della tratta; la devastazione dell’ambiente. A che scopo? La violenza permette di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene non è forse di scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali che recano benefici solo a pochi “signori della guerra”?
  La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti.
La Buona Notizia
3. Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive» (Mc 7,21). Ma il messaggio di Cristo, di fronte a questa realtà, offre la risposta radicalmente positiva: Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cfr Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cfr Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16). Perciò, chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori».[3]
  Essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. Essa –   come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio».[4] Ed egli aggiungeva con grande forza: «La nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”».[5] Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (cfr Lc 6,27) viene considerato «la magna charta della nonviolenza cristiana»: esso non consiste «nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».[6]
Più potente della violenza
4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo».[7] Perché la forza delle armi è ingannevole. «Mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita»; per questi operatori di pace, Madre Teresa è «un simbolo, un’icona dei nostri tempi».[8] Nello scorso mese di settembre ho avuto la grande gioia di proclamarla Santa. Ho elogiato la sua disponibilità verso tutti attraverso «l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi».[9] In risposta, la sua missione – e in questo rappresenta migliaia, anzi milioni di persone – è andare incontro alle vittime con generosità e dedizione, toccando e fasciando ogni corpo ferito, guarendo ogni vita spezzata.
  La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.
Né possiamo dimenticare il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e l’azione coraggiosa. Speciale influenza hanno esercitato il ministero e il magistero di san Giovanni Paolo II. Riflettendo sugli avvenimenti del 1989 nell’Enciclica Centesimus annus (1991), il mio predecessore evidenziava che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».[10] Questo percorso di transizione politica verso la pace è stato reso possibile in parte «dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità». E concludeva: «Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne ed alla guerra in quelle internazionali».[11]
La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura.
  Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita».[12] Lo ribadisco con forza: «Nessuna religione è terrorista».[13] La violenza è una profanazione del nome di Dio.[14] Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!».[15]
La radice domestica di una politica nonviolenta
5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono.[16] Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società.[17] D’altronde, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica.[18] Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambini.
  Il Giubileo della Misericordia, conclusosi nel novembre scorso, è stato un invito a guardare nelle profondità del nostro cuore e a lasciarvi entrare la misericordia di Dio. L’anno giubilare ci ha fatto prendere coscienza di quanto numerosi e diversi siano le persone e i gruppi sociali che vengono trattati con indifferenza, sono vittime di ingiustizia e subiscono violenza. Essi fanno parte della nostra “famiglia”, sono nostri fratelli e sorelle. Per questo le politiche di nonviolenza devono cominciare tra le mura di casa per poi diffondersi all’intera famiglia umana. «L’esempio di santa Teresa di Gesù Bambino ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Una ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo».[19]
Il mio invito
6. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.
  Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo».[20] Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso.[21] Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che «le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto».[22]
  Assicuro che la Chiesa Cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura».[23] Ogni azione in questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero dalla violenza, primo passo verso la giustizia e la pace.
In conclusione
7. Come da tradizione, firmo questo Messaggio l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Maria è la Regina della Pace. Alla nascita di suo Figlio, gli angeli glorificavano Dio e auguravano pace in terra agli uomini e donne di buona volontà (cfr Lc 2,14). Chiediamo alla Vergine di farci da guida.
«Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti e molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla».[24] Nel 2017, impegniamoci, con la preghiera e con l’azione, a diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune. «Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace».[25]
Dal Vaticano, 8 dicembre 2016
Francesco



[3] «Leggenda dei tre compagni»: Fonti Francescane, n. 1469.
[4] Angelus, 18 febbraio 2007.
[7] Madre Teresa, Discorso per il Premio Nobel, 11 dicembre 1979.
[8] Meditazione “La strada della pace”, Cappella della Domus Sanctae Marthae, 19 novembre 2015.
[10] N. 23.
[11] Ibid.
[15] Discorso, Assisi, 20 settembre 2016.
[16] Cfr Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 90-130.
[24] Regina Caeli, Betlemme, 25 maggio 2014.
[25] Appello, Assisi, 20 settembre 2016.



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