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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 5 novembre 2017

Valutare la politica

Valutare la politica

1. Nel film Aprile  del regista Nanni Moretti c’è una sequenza in cui un sondaggista dà istruzioni ai suoi collaboratori. Spiega che a volte l’elettore decide solo all'ultimo momento come votare. Se si alza e piove, si deprime e può cambiare opinione. Questo accade in un numero limitato di casi, circa un 5%, ma accade. In un sistema politico in cui le forze maggiori si equivalgono, questa quota marginale che decide in quel modo può fare la differenza.
  E’ chiaro che una elettore che decide solo il giorno del voto non si è preparato bene. A volte non è stato aiutato a farlo. Questo accade quando ci si è rivolti a lui solo con azioni di propaganda.
  La propaganda è una immagine alterata della realtà, in cui si nascondono o sottovalutano i problemi e si esaltano i successi, spesso oltre la loro vera portata. Ad esempio, se ci si vuole vantare di una certa politica del lavoro, si dirà che ha prodotto un certo numero, rilevante, di nuovi contratti di lavoro, sulla base del fatto che dopo una certa legge si sono fatti quei contratti. Ma siamo certi che siano dipesi solo da quella legge? O, ad esempio, anche ad una fase espansiva dell’economia. O anche ad incentivi straordinari pubblici, per cui il costo del lavoro per le imprese viene ridotto per i nuovi contratti. E poi il dato rilevante non è quello proposto, ma quanti rapporti di lavoro  in più  rispetto a prima ci sono, vale a dire il rapporto tra i contratti stipulati e quelli cessati. Se una politica prevede più libertà di licenziare e meno poteri dei giudici per sanzionare licenziamenti illegittimi, ci si può attendere un aumento dei licenziamenti. Questo dato, di solito, non viene proposto nella propaganda. E, infine, ce n’è un altro molto importante: quanti nuovi contratti sono stati semplicemente la trasformazione di vecchi contratti, per assoggettare i rapporti di lavoro a nuove regole che prevedano più libertà nel licenziare. Se nei nuovi contratti si può licenziare più facilmente di prima ed essi tendono a sostituire precedenti rapporti di lavoro, è chiaro che uno degli esiti sociali della politica del lavoro che li prevede è quello di rendere più instabili i rapporti di lavoro. Questo risultato contrasta con le indicazioni della dottrina sociale, vale a dire con l’etica religiosa. Il lavoro instabile rende instabili le famiglie. Quindi una politica del lavoro che rende instabile il lavoro è anche una politica contro l’istituto della famiglia, e anche questo contrasta con le indicazioni della dottrina sociale. Ma quella politica del lavoro può essere stata necessaria in mancanza di realistiche alternative: può essere stata una soluzione imposta da forza maggiore. Però il politico che voglia tener conto delle dottrina sociale dovrebbe essere in grado di rendere ragione di ciò, spiegare perché non si poteva fare diversamente. Questo però non è propaganda e in campagna elettorale ci si dedica di solito alla propaganda, che è diventata un po’ come la pubblicità commerciale. Quest’ultima però non può eccedere: ci sono infatti norme che puniscono la pubblicità ingannevole. Solo gli elettori possono invece punire la propaganda ingannevole. Ma occorrerebbe anzitutto capire. Se però non si ha tempo per questo, è possibile che il giorno delle elezioni ci si alzi, si veda che piove, ci si senta depressi e allora si decida all’istante sulla base della propaganda più ottimista e allegra. Non  è tanto diverso da quando si gioca alla lotteria. Ma la politica non è una lotteria. Ne va della vita di tutti.
2.  Al tempo della mia giovinezza c’era in televisione una trasmissione, Tribuna politica, in cui i capi dei partiti rispondevano alle domande di tanti giornalisti di diverso orientamento.
 Ne potete trovare un esempio sui Youtube:
https://www.youtube.com/watch?v=xdFWkfRd2AM .
 E una trasmissione del 1960 in cui il politico presente era Aldo Moro.
 Questo è un buon modo per dare agli elettori informazioni per orientarsi il giorno del voto. Oggi non si segue più quel metodo. I capi politici ne sono insofferenti. Preferiscono spazi televisivi in cui possano dedicarsi alla propaganda, raccontando ciò che si erano preparati a dire. Se un giornalista indipendente ti interroga, invece, ti può cogliere in fallo. Se non è indipendente, concorderà le domande con il politico, in modo che quest’ultimo non abbia sorprese e possa prepararsi. Allora tutto si svolgerà come in uno spettacolo teatrale e il politico avrà il ruolo dell’attore, curando la sua  parte  proprio come fanno gli attori, con attenzione alla gestualità e alle espressioni del viso, che proverà a lungo davanti allo specchio.
  A volte, ma raramente, si segue il metodo statunitense del confronto televisivo tra candidati. Una serie di candidati, due o più,  compaiono in televisione e rispondono a domande di un gruppo ristretto di intervistatori o di un solo intervistatore. Di solito ad una domanda rispondono tutti i candidati, in modo da far emergere le differenze di impostazione politica su varie questioni. Questa tecnica è meno efficace di quella del politico intervistato da tanti giornalisti, perché, in primo luogo, valorizza il politico che ha più resa come attore televisivo per doti innate, è più bello, più spigliato ecc., e questo ha poco a che fare con il suo valore come politico, poi perché consente più propaganda e, infine, perché, favorendo le polemiche personalistiche generiche, sottrae spazio ai contenuti più rilevanti.
  I politici di oggi preferiscono di solito spazi  completamente autogestiti, come si fa sul WEB nei loro siti elettorali o  nelle televisioni in cui c’è un politico e un giornalista o un presentatore amici con i quali si è preventivamente concordata la trasmissione. Questi sono i luoghi privilegiati della propaganda. In essi, ad esempio, l’intervistato proporrà particolari della propria biografia che lo rendano vicino alle masse, storie emotivamente toccanti di quand’era bambino o comunque giovane, sorvolando ad esempio sul fatto che certe esperienze le fece solo in un limitato, particolare, periodo della vita, mentre per il resto condivise la vita di ceti privilegiati, ad esempio della media o grande borghesia, e soprattutto sui fatti più significativi della sua formazione e della sua affermazione in politica. Che studi ha fatto? In quale settore è competente? Ha avuto esperienze di amministrazione pubblica? E che risultati ha avuto? Come risponde ai suoi critici? E soprattutto: che immagine del mondo ha?, quali sono i problemi su cui vuole incidere e come vuole farlo? E’ dalla parte dei più ricchi, che chiedono “meno tasse”, o dalla parte dei meno ricchi che chiedono “più sicurezza sociale”, che richiede più tasse? E’ per una società solidale, in cui tutti si aiutano come in un famiglia - questa è l’indicazione della dottrina sociale - o per una società organizzata secondo la legge della giungla, in cui l’animale grosso mangia quello piccolo - e questa è l’idea del capitalismo liberista -?
  La televisione è un’organizzazione molto costosa e, in definitiva, è controllata o dal governo, per quella pubblica, o dai più ricchi, per quella privata. Questo ne limita l’efficacia democratica sotto elezioni, perché il governo è insofferente delle critiche e i più ricchi cercheranno di utilizzarla per sostenere politiche a loro favorevoli, quindi sulla base di interessi particolari e non della considerazione del  bene comune, degli interessi e delle esigenze di vita della generalità dei cittadini. Nel WEB, poi, c’è molto  meno libertà di quella che si crede. Chi controlla i siti più quotati, controlla anche il dibattito. Non basta pubblicare qualcosa sul WEB per influenzare la società, occorre trovare qualcuno che legga e allora sono le tecniche di  marketing,  di pubblicità commerciale, che fanno la differenza: mediante esse si trovano, appunto, i lettori. E’ un lavoro costoso che viene svolto da professionisti della persuasione. Ma, a questo punto, chi interagisce sul WEB crede  di essere libero e di incidere sulla società, ma in realtà è solo oggetto di un lavoro di persuasione.  Lo si manipola, se si lascia manipolare.  
  Il lavoro dell’elettore è un po’ quello di un cercatore di verità, come quello degli investigatori, rimuovendo pazientemente, nelle argomentazioni proposte dai politici, tutte le incrostazioni propagandistiche che ci sono, fino ad arrivare al nucleo fondamentale di una certa proposta politica, quindi a capire che cosa i politici sanno veramente del mondo intorno e come vogliono incidervi. Ma, alla fine, poi, quando si ha in mano questo risultato, come orientarsi? Uno degli strumenti per farlo è la dottrina sociale, che ha proprio, espressamente, questa finalità. Naturalmente le indicazioni della dottrina sociale sono generali, e non tutte hanno la stessa rilevanza etica e la stessa inderogabilità.  E’, ad esempio, tra i principi più importanti quello che  il lavoro è sacro, come ha detto papa Francesco, - «Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia». [Papa Francesco, discorso all’udienza generale 19-8-15] - vale a dire che si sarà giudicati anche su come lo si tratterà, perché l’ingiustizia contro il lavoro è un peccato molto grave, di quelli che, come è scritto, gridano  al Cielo. E quindi che il lavoro deve essere difeso socialmente rendendolo più stabile ed equamente retribuito. Ci sono principi eticamente inderogabili come quello della sacralità del lavoro e quello per il quale ciò che si deve fare con gli immigrati è accogliere, proteggere, promuovere e integrare (così papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018). Una volta verificato che, sfrondato dalla propaganda, un progetto politico prevede invece respingimento, esclusione, discriminazione, la conseguenza è piuttosto chiara, trattandosi di divergenza su questione fondamentale. Ed è lo stesso se prevede l'umiliazione  o la svalutazione  o la precarizzazione  del lavoro.
  La dottrina sociale è il frutto di un’antica saggezza e di un pensiero colto, informato e che ha saputo trarre lezione dalla storia, anche dagli errori commessi. Qualche volta, invece, le proposte politiche spingono a ragionare con la pancia: ma l’organo del pensiero e della decisione è il cervello. Dell’ingordigia, della volontà di soddisfare desideri di pancia, si finisce per essere schiavi, il pensiero, invece, può rendere liberi, se ama la verità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


  

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