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martedì 7 novembre 2017

La stabilità sociale come valore: il paradosso delle rivoluzioni

La stabilità sociale come valore: il paradosso delle rivoluzioni

  Che cos'è un paradosso? E’ una spiegazione di ciò che accade che contrasta con quello che generalmente si pensa.
  Ad esempio: l’idea di rivoluzione richiama quella di forte e generalizzato cambiamento. Ma quest’ultimo, in realtà, non è il suo scopo ultimo. Le rivoluzioni infatti tendono ad una stabilità sociale secondo nuovi principi. Finché essa non è raggiunta, la rivoluzione non è compiuta. Questo significa che una rivoluzione che sia  permanente, senza fine,  è una rivoluzione inconcludente, che non raggiunge il suo obiettivo. Se è promossa da un movimento dal basso, di massa, contro un potere pubblico esistente e dominante, rimane semplice rivolta, non riesce mai ad avere la forza di sostituirlo. Se è promossa dall’alto, da un potere che è riuscito a dominare la società e che vuole dominarla in modo ancor più penetrante vincendo ogni resistenza residua, fatalmente mina le basi sociali di quello stesso potere. E’ stato questo, in genere, il paradosso dei sistemi politici totalitari, che cercarono di raggiungere un controllo completo delle società da loro dominate. E’ esperienza che si è vissuta in molti regimi fascisti di tipo rivoluzionario e in quelli comunisti di scuola leninista. Tra i fascismi più duraturi vi sono stati quello spagnolo di Francisco Franco (1892-1975), egemone dal 1939 al 1975, e quello portoghese di Antònio de Olivera Salazar (1889-1970) e Marcelo Caetano (1906-1980), al potere dal 1932 al 1974, i quali furono fondamentalmente di tipo reazionario e successivamente conservatore, puntando alla stabilità sociale dopo una breve fase rivoluzionaria. Anche il comunismo sovietico, egemone nei vastissimi territori una volta dominati dall’impero zarista russo dal 1917 al 1991, fu fondamentalmente, dopo una breve fase rivoluzionaria durata circa dieci anni, di tipo rigidamente conservatore. Questa sua impostazione fu replicata negli stati europei caduti sotto il suo dominio dopo la Seconda guerra mondiale e gli interventi militari promossi dai sovietici in Ungheria, nel 1956, e in Cecoslovacchia, nel 1968, furono sostanzialmente di tipo controrivoluzionario, per contrastare moti rivoluzionari manifestatisi in quegli stati a partire da movimenti popolari di vasto consenso.
  I fascismi spagnolo e portoghese riuscirono a raggiungere la stabilità con l’apporto fondamentale della Chiesa cattolica, facendo propria la sua ideologia sociale nella versione precedente agli sviluppi che si erano manifestati dal 1941, a partire dal pontificato del papa Eugenio Pacelli, Pio 12° in religione, vale a dire quella neo-corporativa, anti-democratica e anti-socialista, reazionaria, basata sull’idea di collaborazione tra classi sociali per autocorrezione etica dello strapotere di quelle dominanti e per una corrispondente autolimitazione delle tentazioni rivoluzionarie di quelle subalterne. Il fascismo italiano di Benito Mussolini riuscì ad ottenere un analogo risultato tra il 1929 e il 1939, dopo i Patti Lateranensi, stipulati l’11 febbraio 1929 tra il Regno d’Italia, rappresentato dal Mussolini, e la Santa Sede. La stabilità fu persa prima alleandosi politicamente con il nazismo hitleriano e poi, con accordi internazionali, con la Germania dominata da quel partito politico. Il regime dominato dal nazismo di Adolf Hitler (1889-1945) rimase invece sempre sostanzialmente instabile e, anzi, come tale fu sempre deliberatamente mantenuto: esso ebbe vita breve, dal 1933 al 1945, conducendo alla rovina sociale, economica e politica la Germania e i suoi alleati nella Seconda guerra mondiale.
  La stabilità sociale e politica crea un clima favorevole allo sviluppo dell’economia. Ma quest’ultima influenza molto quella stabilità. Un’economia che si basi sulla legge della giungla, secondo la quale il più forte mangia il più debole, rende instabile la società e quindi la sua stessa economia, in mancanza di correttivi sociali. E’ questo il paradosso dell’economia capitalista che, se non regolata secondo principi diversi da quelli della legge della giungla, pone le basi per il suo crollo e per la rovina della società che l'esprime. 
 Un capitale è una quota di risorse che è in mano di soggetti privati e che viene liberamente impiegata per la produzione o il commercio, vale a dire nell'impresa. I privati che controllano queste risorse organizzano liberamente le attività d’impresa in aziende, che comprendono locali, macchine, uffici, persone, materie prime, ma anche, ad esempio, brevetti, vale a dire tecnologie il cui sfruttamento è riservato a coloro che ne sono riconosciuti giuridicamente come titolari. Le relazioni tra imprese e tra esse e i consumatori si svolgono in uno spazio giuridico che è definito mercato e che, talvolta, si manifesta anche come spazio fisico, come nei vari mercati di quartiere, nei mercati generali, dove i rivenditori al dettaglio, i negozianti, si riforniscono di merci, o la Borsa, che è un’istituzione dove si scambiano velocemente grandi quantità di merci o di titoli (quote in imprese o quote di prestiti fatti alle imprese o agli stati e altri prodotti finanziari più sofisticati). Le imprese che producono o commerciano gli stessi beni  competono  sul mercato. La competizione, se non è viziata da posizioni dominanti di alcune imprese più forti, genera l’effetto positivo di abbassare i prezzi, premiando chi riesce a produrre a costi minori. Le imprese che non hanno successo soccombono e chi lavora in esse perde il lavoro. Ogni impresa cerca di acquisire quote maggiori di mercato e di dominarlo. Se le riesce, diverrà dominante  e potrà fissare più liberamente i prezzi, e così si perderà quell’effetto positivo di cui dicevo, di abbassamento dei prezzi. Ma quell'impresa, basandosi sulla sua forza, tenderà a mantenere comunque bassi i costi, per aumentare ancora di più i propri profitti. In definitiva, in mancanza di correttivi sociali, il mercato  tende a regolarsi secondo la legge della giungla. Chi è più forte tenderà a diventarlo sempre di più e ad arricchirsi a spese degli altri, lavoratori compresi, i quali si vedranno costretti ad accettare salari più bassi pena il licenziamento. E nei sistemi dominati da quel tipo di economia si riuscirà a imporre leggi che ampliano la possibilità di licenziare e riducono i poteri di intervento dei giudici.
  Negli stati  democratici, e in particolare nell’Unione Europea, vi sono però regole giuridiche molto stringenti per impedire posizioni dominanti e lo sfruttamento senza limiti dei lavoratori. Un’economia lasciata alla legge della giungla, infatti, renderebbe instabile la società, distruggendola e danneggiando lo stesso sviluppo economico. Questa è stata la lezione che si è tratta dalla storia dell’economia. Viviamo però un’epoca in cui questi correttivi sociali del mercato si sono fatti più deboli, in particolare in danno dei lavoratori. Questo sta rendendo instabili le nostre società e anche l’economia ne ha risentito. Per ripristinare questi correttivi sociali occorrerebbe un’iniziativa politica, che però fatica ad emergere perché l’instabilità sociale ha anche fatto più debole la politica democratica, quella che si muove nell’interesse della generalità, secondo il bene comune, non nell’interesse di chi in società è più potente e ricco, e che deve essere sorretta dal consenso delle masse, per cambiare la politica facendo forza su  maggioranze popolari. La gente dispera che si possa cambiare e quando immagina un cambiamento lo pensa essenzialmente come rivolta, come uno scossone dato al sistema per vedere che succede. E’ per questo che, in tutta Europa, ha successo l’anti-politica, che appunto significa voler scuotere  per manifestare il proprio disagio sociale, ma senza porsi il problema di progettare un nuovo ordinamento sociale che, a beneficio di tutti, tenendo conto di tutti, guarisca le sofferenze sociali e corregga un’economia che danneggia la società, concentrando le ricchezze nelle mani di un ristretto gruppo di privilegiati rendendo sempre più poveri tutti gli altri.
  Se si considera la storia recente realisticamente e con una visuale larga, ci si può rendere conto facilmente che dagli anni ’90 in Europa si stanno producendo cambiamenti di tipo rivoluzionario in società. Ma è il mondo intero che da quell’epoca è stato caratterizzato da dinamiche simili. Fondamentalmente è l’economia regolata dalla legge della giungla che ha iniziato  a prevalere, insofferente di ogni limite sociale, cambiando l’ordine sociale definito stato del benessere, che ne limitava la tirannia sociale. Essa non avrebbe potuto avere questo successo senza decisioni politiche, non solo a livello nazionale. Tutta una serie di trattati internazionali consente agli attori economici più forti di avere mano libera, superando ogni frontiera. Senza questa cornice giuridica, che le crea un ambiente estremamente favorevole, quell'economia non avrebbe potuto svilupparsi. Inizialmente gli europei, anche le masse non solo i ceti privilegiati, ne hanno beneficiato. Infatti gli europei finora si sono trovati dalla parte dei più forti. Gran parte del nostro benessere deriva dal poter avere a disposizione dei prodotti realizzati a basso costo sfruttando lavoratori asiatici. Guardate bene, sulle etichette, dove sono stati realizzati. Prevale il made in China.  Ma non durerà. Invece di avvicinare le condizioni di quei lavoratori a quelle degli europei, l’economia sta progressivamente imponendo a questi ultimi le condizioni peggiori di quegli altri. E’ la legge della giungla: i lavoratori europei si sono disaffezionati alla politica e al sindacato e questo li ha resi più deboli, dunque verranno mangiati. Il più forte mangia il più debole, ma in questo caso i più deboli sono milioni di  persone umane. La democrazia consentirebbe ancora di reagire, ma alla democrazia non si è stati più veramente formati, se ne è fatta sempre meno pratica, le procedure politiche sono state sempre più dominate da tecnologie di persuasione tipiche della pubblicità commerciale, quella che consente all’industria di dominare masse di consumatori facendo apparire di essere al loro servizio. Con queste tecniche, e in particolare dominando i larghi settori della cultura e dell’informazione che sono divenuti dipendenti dall’economia regolata dalla legge della giungla, si è riusciti a convincere molta  gente che: a) è inutile pensare ad una riforma, le cose devono andare come vanno; b)il benessere dipende dal far spazio all’economia condotta secondo la legge della giungla; c) arricchire i più ricchi genererà più ricchezza anche per gli altri; d) i meno ricchi devono vergognarsi di esserlo ed imputare solo a se stessi il loro disagio sociale; e)  l’impoverimento delle masse non deriva dallo sfruttamento da parte dell’economia secondo la legge della giungla, quindi da parte dei  vincenti e dei più ricchi,  ma dalla pressione dei più poveri, vale a dire dei perdenti e dei miseri, ad esempio degli immigrati. L’analisi storica, compresa quella della storia economica, dimostra con tutta evidenza che tutte queste affermazioni sono infondate. Infatti le società che si sono rivelate più stabili, sicure, meno infelici, sono state quelle in cui, democraticamente, si sono introdotte riforme per la correzione delle dinamiche selvagge di mercato, e delle loro ricadute negative sulla società e l’ambiente, e per la redistribuzione delle risorse sociali, in particolare attraverso servizi sociali pubblici, ad esempio nel campo della sanità, previdenza e dei lavori di pubblica utilità, utilizzando i proventi dell’imposizione fiscale. In questo senso un chiaro indicatore per capire in che direzione vadano una proposta politica e quelli che la propongono è lo slogan  “Meno tasse!”.  Esso infatti è la parola d’ordine di coloro che sono insofferenti dei controlli sociali sull’economia selvaggia e delle azioni per contenere le diseguaglianze. Meno tasse  significa anche, infatti, meno risorse per quel lavoro, che compete ai poteri pubblici. Significa anche  meno Stato.  Spesso lo slogan comprende quelle due prospettive:  “Meno tasse, meno Stato!”.
 Riuscirà la rivoluzione liberista,  vale a dire quella imposta dall’economia condotta secondo la legge della giungla, ad avere successo, stabilizzando un nuovo ordine? E che accadrà, se lo avrà, alle masse dei soggetti più deboli? E’ appunto questo uno dei temi principali dell’evoluzione politica, a livello mondiale. Esso però trova pochissimo spazio nel dibattito politico in Italia. E’ invece al centro dell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015 da papa Francesco. La Chiesa cattolica, con il vasto sistema delle sue università e con la sua organizzazione capillarmente diffusa in tutto il mondo, costituisce oggi una delle poche residue agenzie culturali e di formazione che non dipendono dall’economia selvaggia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

  

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