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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 18 novembre 2017

Ancora di politica internazionale - 2

Ancora di politica internazionale - 2








Fin da quando le mie figlie facevano le medie, sotto l’ombrellone, al lago, le facevo giocare passando in rassegna tutto il mondo e cercando di ricordare a che punto si era in ciascuna nazione. Che stanno facendo i cinesi? E in Thailandia come va? E la guerra in Afghanistan? Come vanno le cose tra Argentina e Cile? E via dicendo. Fin da allora avevano tra le mani il Calendario Atlante De Agostini, un libretto tascabile con tutto il mondo dentro, le cartine geografiche, i fusi orari, le bandiere. Qui sopra potete vederne alcune pagine. Potete rendervi conto di quanto sia grande la Russia, a confronto degli stati dell’Unione Europea e di quanto sia piccola la nostra Italia, che sull’intero mappamondo è una virgoletta nel blu del mar Mediterraneo. L’essere in mezzo al mare ci dà, qui a Roma, dei cieli formidabili, amati dai pittori di tutti i tempi. A San Pietroburgo, in Russia, ad esempio, non ci sono, nonostante che la città sia su un mare, il Baltico. Il Mediterraneo, con la sua straordinaria luce, è molto lontano.
  E vedete la Città del Vaticano, nella cartina del Calendario, qui sopra? E’ una città fortificata, cinta da poderose mura. E’ aperta solo su piazza San Pietro, con quel bellissimo colonnato che sembra voler abbracciare le moltitudini. Chiusura e apertura: ogni dramma della nostra religione si è consumato tra questi atteggiamenti, che sono stati sempre compresenti. Il potere delle chiavi: simboli di quello papale nello stemma pontificio. Si apre e si chiude. Vedete? Le chiavi ci sono anche nello stemma di papa Francesco.
  Tutti dovrebbero avere tra le mani, prima di parlare del mondo, qualcosa come il Calendario Atlante De Agostini, se non proprio quello. Ma in particolare dovrebbero averlo quelli che vogliono dedicarsi alla politica. Questo li salverebbe da molte brutte figure.
  Un Presidente statunitense può permettersi di avere una visione approssimativa del mondo, anche se sarebbe sicuramente preferibile che ne sapesse di più. Basta che poi, al dunque, quando si tratta di qualcosa di diverso dalla campagna elettorale, lasci fare alle persone competenti. In visita all’estero dovrebbe sempre essere accompagnato da funzionari suggeritori, e così effettivamente accade. Ma quando si è, o si ritiene di essere, il centro del mondo, in fondo ci si può concentrare su ciò che è più vicino, sugli affari domestici. Non può essere così per l’Italia, che è un piccolo Paese periferico in tutti i sensi, e anche culturalmente lo sta diventando sempre di più. Ma soprattutto, per noi, non può essere così perché la nostra realtà è molto diversa da quella americana. In America si parlano, da costa a costa  e dall’ oceano Artico all’Antartico  grosso modo quattro lingue: anglo-americano, spagnolo, portoghese, francese. In Europa, invece, circa una trentina, ma in un territorio molto più piccolo. Basta un’ora di aereo per trovarsi in un altro mondo: negli Stati Uniti si passa al più da un fuso orario ad un altro. Ogni lingua europea corrisponde a una cultura e, in genere, anche ad uno stato. Il nostro benessere è sempre dipeso dalle nostre relazioni con gli stati intorno, con culture e lingue diverse, ora in particolare che l’Italia è integrata politicamente nell’Unione Europea.
  Il momento in cui, di solito, ci si informa su come si vive e che si pensa negli altri stati è quando si va in viaggio all’estero. Una cosa però è andarci come turisti, altra è andarci come politico o addirittura come esponente istituzionale. Perché alla curiosità di chi viaggia corrisponde quella di chi riceve l’ospite. Anche dove si va vorrebbero saperne di più su chi arriva e sul Paese da cui arriva. Ecco che, in questo caso, è ancora più  importante tenere sempre in tasca qualcosa come il Calendario Atlante De Agostini. Ma non sarebbe male aggiornarsi anche in modo un po’ più approfondito sulla nazione dove si va e sulle nostre relazioni con essa.
 Gli Stati Uniti d’America, a esempio. Sono di solito una delle mete obbligate per i nostri politici emergenti. Essi sono molto di più del loro governo federale: in un certo senso sono proprio un intero mondo, che è al centro - culturale, economico, politico - di tutto il mondo di oggi. Ma la politica federale, quindi l’atteggiamento che ad esempio gli Stati Uniti hanno verso l’Europa e l’Italia, è data dalla linea del governo federale, oggi diretto dal presidente Donald Trump. Questa linea è riassumibile in poche parole: disgregare accordi e unioni politiche multilaterali per fare in modo che gli Stati Uniti d’America, in confronti solo bilaterali, loro con un singolo altro stato, siano sempre il “pesce grosso” in un mondo in cui il pesce grosso mangia il pesce piccolo. Quindi Trump si mostra insofferente anche verso l’Unione Europea e la sua politica, come lo fu il suo predecessore George H.W. Bush a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 verso l’Unione Sovietica in crisi. Ha accolto con compiacimento il distacco della Gran Bretagna, nel processo che è chiamato Br-exit (=uscita della Gran Bretagna) e che è iniziato con un referendum popolare celebrato in quello stato. Il nostro interesse nazionale è invece, al contrario, quello di farci forza  e forti presentandoci come parte integrante e determinante, vale a dire decidente, di un altro pesce grosso, l’Unione Europea, in modo che le nostre relazioni internazionali non siano sbilanciate a favore degli Stati Uniti. Ed è impressionante constatare, invece, che i nostri politici in visita negli Stati Uniti quasi mai sappiano (o vogliano?) farlo.
  La politica del governo statunitense appare attualmente fortemente aggressiva verso le nazioni del mondo che non assecondano gli interessi economici statunitensi. Ma gli Stati Uniti d’America possono permetterselo:  dispongono infatti ancora della più potente forza militare del mondo, organizzata in modo da poter condurre anche più guerre contemporaneamente in fronti lontani. Il bilancio federale statunitense è sempre in passivo, vale a dire che in esso le uscite superano le entrate, in particolare a causa delle spese per mantenere le forze armate e per procurare loro nuovi armamenti e, da ultimo, anche per sostenere l’economia mediante nuovo debito pubblico. Le commesse militari costituiscono un forte sostegno alle grandi industrie di quella nazione. Attualmente il debito pubblico statunitense ha superato la ricchezza prodotta in un anno (105%). Accade anche in Italia, ma la ricchezza prodotta negli Stati Uniti è molto superiore e quindi anche l’entità di quel  debito pubblico  lo è (19.200 miliardi di dollari a fonte del debito pubblico italiano di 2.229 miliardi di euro - cambio: 1€=1,18$) La situazione è destinata ad aggravarsi perché il presidente statunitense Trump segue lo slogan “Meno tasse!” dei suoi predecessori repubblicani, fin dalla presidenza di Ronald Reagan degli anni ’80, quindi ha l’orientamento di ridurre le entrate pubbliche. La politica federale è così, sostanzialmente,  quella di arricchire i ricchi con risorse pubbliche, tasse basse e riducendo gli obblighi sociali (ad esempio lasciando libertà di licenziamento) e di sottrarre risorse pubbliche ai meno ricchi, riducendo, in particolare, i programmi di assistenza sociale per i più poveri. In questo modo, sostengono i consulenti di riferimento del Presidente, la ricchezza si dovrebbe poi diffondere anche ai meno ricchi, attraverso le spese dei più ricchi. Fatto sta che gli analisti economici sono concordi nel rilevare uno stratosferico aumento delle diseguaglianza sociali negli Stati Uniti. E’ ciò che del resto ci si aspetta da una politica che arricchisce i più ricchi (e Trump appartiene a questa classe). Questa politica non solo non va bene per l’Italia, perché la nostra economia è stagnante, e incentivando i più ricchi si produrrebbe solo l'ulteriore dispersione della  loro ricchezza all’estero, dove gli investimenti rendono di più, ma ci è anche vietata ora da una norma costituzionale, quella contenuta nell’art.81 della Costituzione, che ci obbliga ad assicurare un equilibrio tra le entrate e le spese di bilancio, naturalmente tenendo conto delle varie fasi del ciclo economico. Ma ci è vietata , dall’art. 11 della Costituzione, anche l’aggressività verso gli altri stati del mondo. Si tratta, vale la pena ricordarlo, di politiche, quelle statunitensi che ho ricordato, che sono in rotta di collisione con i princìpi dell’attuale dottrina sociale.
 Una politica aggressiva condotta da una nazione militarmente molto potente condurrà fatalmente alla guerra, da qualche parte. E’ quello che temono gli stessi parlamentari statunitensi del partito che ha patrocinato l’elezione del presidente Trump. Nelle guerre statunitensi potremmo rimanere coinvolti anche noi italiani per gli obblighi  di assistenza militare che ci derivano dal trattato NATO, in caso di aggressione subita da uno stato membro. Ci è già accaduto in Afghanistan. Ciò considerato, un politico italiano che avesse modo di avere incontri con politici e governanti statunitensi non farebbe male a sensibilizzare i suoi interlocutori su questi temi, cercando di contenere e scoraggiare l’aggressività di quelle politiche, in particolare quella bellica, ma anche quella economica che di solito precede e spesso motiva avventure di guerra. Argomenti molto validi potrebbe trarre proprio dall’attuale dottrina sociale e quando dico attuale  mi riferisco a quella diffusa a partire dal Concilio Vaticano 2°, quindi dagli scorsi anni ’60. Chi vi facesse riferimento, anche senza sapere molto altro oltre a quello che si può leggere nel Calendario Atlante De Agostini, farebbe sicuramente una buona figura, se non altro la figura di una persona colta e virtuosa. E’ così che i nostri maestri religiosi vorrebbero chi si occupa di politica, intendendo chi si occupa più da vicino di affari politici ma, in definitiva, tutti noi cittadini.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

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