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martedì 28 novembre 2017

La vita non è un roulette

La vita non è un roulette



[da Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale,  Feltrinelli editore, 2000]

  Esiste dunque una disposizione perfettamente intelligibile delle élite politiche a spostare e localizzare le cause di ansia più profonde -cioè l’esperienza dell’insicurezza esistenziale e dell’incertezza- nella preoccupazione generale per le minacce alla sicurezza personale [,,,]. Questo spostamento è politicamente (cioè elettoralmente ) allettante e ciò per una ragione pragmatica molto convincente. Poiché le radici dell’insicurezza  affondano in luoghi anonimi, remoti o inaccessibili, non è immediatamente chiaro che cosa i poteri locali, visibili, possano fare per porre rimedio alle afflizioni attuali. Se si riflette attentamente sulle promesse elettorali dei politici di migliorare la vita di tutti aumentando la flessibilità dei mercati di lavoro, favorendo il liberismo, creando condizioni più allettanti per i capitali stranieri ecc., s possono cogliere casomai, casomai, i segni premonitori di una maggiore insicurezza e incertezza. Ma sembra esistere una risposta ovvia, semplice, all’altro problema, quello connesso alla sicurezza personale dei cittadini in quanto collettività. I poteri statali possono sempre essere impiegati per chiudere le frontiere ai migranti, per inasprire le norme sul diritto d’asilo, per fermare ed espellere gli stranieri indesiderati, sospettati di possedere inclinazioni odiose e condannabili. Possono mostrare i muscoli combattendo i criminali, essere “inflessibili nella lotta al crimine”, costruire più prigioni, mandare più poliziotti in servizio attivo, rendere il perdono dei criminali più difficile e persino, per soddisfare i sentimenti popolari, seguire la regola: “criminale una volta, criminale per sempre”.
   Per farla breve, i governi non possono francamente promettere ai loro cittadini un’esistenza sicura e un futuro certo; ma possono per il momento alleviare almeno in parte l’ansia accumulata (approfittandone anche a fini elettorali) con l’esibire la loro energia e determinazione in una guerra contro gli stranieri in cerca di lavoro e altri estranei penetrati senza invito nel giardino di casa, un tempo pulito e tranquillo, ordinato e accogliente. Agire in questo modo potrebbe recare grandi soddisfazioni; sarà pure un’impresa modesta ed effimera, ma potrebbe compensare la sensazione avvilente di non sapere che cosa fare davanti a un mondo insensibile, distaccato e  indifferente.

  Andremo a votare per le elezioni politiche nazionali nel marzo del prossimo anno, tra quattro mesi. Si dovrà selezionare un nuovo ceto parlamentare che dovrà prendere decisioni molto importanti per le nostre vite. Deciderà sul nostro benessere, la nostra felicità, il quadro delle alleanze internazionali, su quanto delle entrate tributarie dovrà essere destinato ai servizi pubblici e sociali, ed anche sulla pace e sulla guerra, oltre che su molti altri temi importanti. E’ stupefacente constatare che ancora le formazioni che si propongono di proporsi alle elezioni con proprio candidati non hanno presentato programmi precisi e vanno avanti per slogan molto generici, tipo  “Meno tasse!” (lo propongono quasi tutti), “Più polizia!”, “Prima gli italiani!”. In realtà, a ben considerare, pochi vogliono veramente cambiare un modello di organizzazione sociale e di sviluppo economico che sta creando incertezza per il futuro e insicurezza esistenziale, ad esempio con il rischio di perdere il lavoro e i propri risparmi per chi ce li ha e la paura di non riuscire ad averli per chi non ce li ha, e, in definitiva, in genere si prevede che, andati al potere vincendo  le elezioni, si potrà, al più, continuare a vivere come ora, alla giornata, fronteggiando in qualche modo ciò che accade, ma, a quel punto, da una posizione di potere, che è quella a cui, appunto, si ambisce, e tutto il resto si vedrà strada facendo. E’ serio ragionare così? Fino agli anni ’80 non si pensava che lo fosse. Oggi è diverso. Che cosa è cambiato? Siamo cambiati  noi, il popolo.
  Il potere per il potere. Ecco a che cosa mira chi si propone alle elezioni senza indicare un programma preciso, attuabile, sufficientemente dettagliato, coerente (ad esempio senza sostenere di volere prendere a modello le politiche economiche e fiscali dell'attuale amministrazione federale statunitense, sostenitrice di un capitalismo marcatamente liberista, criticando, contemporaneamente e incoerentemente, il capitalismo liberista). Un cittadino consapevole dovrebbe accuratamente evitare di scegliere chi punta al potere per il potere. Perché se andasse su gente con questo proposito, poi potrebbe diventare difficile sostituirla e, comunque, non farebbe gli interessi della collettività, ma essenzialmente il proprio, vale a dire che metterebbe al primo posto l’esigenza di conservare il potere.
  Eppure abbozzi di programmi qualche volta si vedono. Ma, ad un vaglio anche superficiale, non appaiono credibili, perché dicono tutto e il contrario di tutto. Ad esempio: “Meno tasse!” e “Pensioni più alte!”. Come si fa?  Se si riducono le tasse  ci saranno meno soldi per le pensioni e soldi pubblici servono per mantenerle ad un livello accettabile, vale a dire per assicurare un’esistenza degna da anziani: infatti i contributi versati spesso non bastano a questo. E, allora, per risparmiare, o si sposta in avanti l’età della pensione o si riduce l’entità delle pensioni, si paga di meno. D’altra parte negli ultimi venti anni gli stipendi dei lavoratori più anziani non sono aumentati secondo il costo della vita e quelli dei lavoratori più giovani sono diventati più bassi: questo si riflette sulla misura dei contributi pensionistici versati, che sono inferiori, e quindi, in un sistema che commisura le pensioni ai contributi, sulla misura delle pensioni. E poi: gli anziani sono sempre di più e i lavoratori sono un po’ di meno.  Si vorrebbe  pagare con i contributi dei lavoratori le pensioni di quelli ritirati dal lavoro, ma quei contributi non bastano. Se si vogliono pensioni più alte, occorre intervenire con soldi pubblici. Ma se questi ultimi sono sempre meno, perché ci si propone meno tasse, non è possibile farlo. E, in questa situazione, ai lavoratori e ai pensionati, impauriti per ciò che potrebbe riservare il futuro, e già riserva il presente, si propone meno immigrati  e non regolarizzare gli immigrati che già si sono stabiliti da noi da tempo, integrandosi nella nostra società: in questo modo si riduce uno dei modi di ampliare il numero dei lavoratori che pagano a lungo contributi, vale a dire, facendo arrivare gente giovane che vuole lavorare. Sottraggono  il lavoro agli italiani, in nuovi o recenti arrivati? Non è dimostrato. Non è tanto che gli italiani non vogliono più fare certi lavori e allora li fanno gli immigrati, e, in questo caso, nessuno  sottrarrebbe  nulla. E’ che non ci sono più abbastanza giovani italiani per tutti i lavori  che ci sono e/o non ci sono più abbastanza giovani italiani che li sappiano fare. E com’è che, allora, c’è la disoccupazione giovanile? E’ essenzialmente un problema di preparazione al lavoro. La formazione dei giovani al lavoro non va bene. Bisognerebbe cambiare qualcosa nel sistema scolastico e nella società, per favorire l’accesso al lavoro dei più giovani, per prepararli meglio. Oggi, purtroppo, la realtà è questa: l’unico vero requisito richiesto ai più giovani è che siano disposti a lavorare con salari bassissimi e senza prospettive di sicurezza per il futuro, o addirittura gratis. E’ a questo che, in definitiva, la società li vorrebbe  preparare. Una persona così in qualche modo la si occupa, anche se sa fare poco.  E' gratis o quasi! Ma che differenza c'è tra questo tipo di occupazione e il lavoro di una schiavo? Poi c’è da dire che quando si è avuto successo nella formazione dei giovani,  quelli sono indotti a cercare lavoro all’estero, perché, appunto, qui si vorrebbe che lavorassero quasi gratis, mentre fuori d’Italia, nella nostra Unione Europea, c’è chi non la pensa così e, a chi sa fare, offre lavori ben pagati: a questo appunto serve il mercato comune, anche a  liberare  i lavoratori da condizioni locali di mercato del lavoro loro sfavorevoli. E’ proprio quello che da noi cercano i migranti  che arrivano da fuori. Le statistiche dicono che, negli ultimi anni, migrazione e immigrazione per lavoro si sono equivalse, tanti sono quelli che si sono stabiliti da noi per lavorare (riuscendoci) quanti quelli che dall’Italia sono migrati con lo stesso proposito.  Stando così le cose, la soluzione giusta sarebbe quella di riformare il nostro mercato del lavoro a) migliorando la formazione dei più giovani, b) scoraggiando la tendenza a pretendere che i giovano lavorino gratis o quasi. Purtroppo negli ultimi venti anni, o giù di lì, si è andati in direzioni diverse, ad esempio aumentando la flessibilità  del lavoro, lì dove si è preteso che ad essere flessibili  siano solo, essenzialmente, i lavoratori, che oggi devono accettare condizioni di insicurezza sul lavoro impensabili fino agli anni ’80.
  Meno tasse!, Meno regole!, Più flessibilità, Meno Stato!: sono le parole d’ordine di una vera e propria rivoluzione che, tra gli Occidentali, si è prodotta dagli anni ’80 e ha portato al mondo in cui oggi viviamo, globalizzandosi, vale a dire conquistando alla sua causa tutto il mondo. Bauman vedeva in questo processo i poteri economici contrapporsi a quelli degli stati, prendere il sopravvento sugli stati e sulla politica, ma io non la vedo così. Chi comanda in economia ha preso il sopravvento negli stati: è un’unica classe politica a comandare, ad essere al potere nell’economia e negli stati. Si è avuto il sopravvento in economia nella misura in cui lo si è avuto negli stati, in politica, e così si sono cambiate le regole che limitavano l’avidità in economia, che tendevano a dare all’economia una funzione sociale, in modo che ne beneficiassero tutti. E’ questo che ha consentito, con regole giuridiche molto sofisticate e concordate a livello internazionale, di mettere al riparo il grande capitale da ogni crisi ciclica e strutturale dell’economia, per cui, quando sul mercato le cose, per una qualche ragione, vanno male, a rimetterci sono quasi sempre solo i lavoratori e i consumatori, mentre il capitale, la ricchezza investita nella produzione e nel commercio e controllata da pochi, riesce rapidamente a sganciarsi, diventando liquida, e ad emigrare, senza incontrare più alcun ostacolo. La lunga fase di recessione che si è vissuta nel mondo dal 2008 non è stata per tutti una grave crisi: per i più ricchi i profitti sono rimasti più o meno invariati e le loro ricchezze sono rimaste al sicuro, salvo quelle di chi è stato troppo lento a fuggire o ha rischiato troppo. Sul campo sono rimaste macerie, umane e materiali, ma i capitali in genere sono rimasti al sicuro, viaggiando velocemente per i canali giuridici organizzati dagli accordi internazionali. Vanno, vengono, per loro, osserva giustamente Bauman non ci sono frontiere. Il sistema è questo e, come sostiene il Papa oggi, è un sistema che  è caratterizzato da inequità, che crea ingiuste diseguaglianze nella società e, in definitiva, la minaccia. Infatti, dare libero spazio all’avidità (che è cosa diversa dall’interesse economico) crea fatalmente le condizioni per conflitti disastrosi, in società e tra le società. E’ questo che l’insegnamento che può ricavarsi dalla storia di sempre. Ma è una storia di cui, di solito, in campagna elettorale non si parla.
  Si parla spesso dell’economia, ma in fondo di tutta la vita,  come di un gioco d’azzardo: si vince e si perde, ci sono vincenti e perdenti,  e chi vince si tiene tutto ciò che ha vinto. Ma la vita non è, non può essere, come giocare alle roulette. E poi,  in ogni gioco d’azzardo, è chi organizza il gioco  il solo a vincere, il solo  vincente, quello che vince  sempre. E' la politica che crea i vincenti, quelli destinati a vincere  sempre, e, così, anche i perdenti, quelli che hanno sempre  la peggio in società.  Le elezioni politiche potrebbero essere l’occasione di cambiare il gioco, ma invece molti di quelli che si propongono di farlo e chiedono per questo la fiducia degli elettori, in definitiva si limitano ad invitarci a fare un’altra puntata, come i gestori delle case da gioco.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
   



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