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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 21 novembre 2017

Bilanci

Bilanci

  Sabato 17 ottobre 2015 si è aperta un’altra era nella nostra parrocchia, con l’arrivo del nuovo parroco mons. Remo Chiavarini. Questa settimana c’è la festa liturgica di San Clemente papa, che è anche l'occasione per la festa della parrocchia,  e può essere il tempo di un bilancio. Ci venne mandata una nuova squadra di preti. Che cosa trovarono? Ebbero chiara l’immagine di un problema: una parrocchia poco vitale e isolata nel quartiere. Eppure, quando il Papa l’aveva visitata, il 2 dicembre 1979, disse, nell’omelia che ho pubblicato ieri, che era vivace, dinamica e attiva”. E lo era veramente: avevo notizie di prima mano da mia madre che era catechista. Sulle origini di questa situazione mi sono dilungato in vari post che ho pubblicato negli anni 2014 e 2015, che potete ancora trovare su questo blog cliccando sull'elenco qui a destra: non sto a ripetermi. Fondamentalmente: si era ritenuto inutile e addirittura controproducente il pluralismo che c’era e  si era voluta compattare la vita parrocchiale secondo un unico metodo e un’unica ideologia religiosa. Quest’ultima era in forte polemica con la società intorno. Questo sembrò allontanare la gente del quartiere, che venne sostituita da gente di fuori. La vita della parrocchia non ruotò più intorno alla Messa domenicale. Si prese ad arrivarvi a liturgia già cominciata: è un’abitudine che i nuovi preti non riescono a spiegarsi e che hanno sperimentato solo da noi, e che ancora c’è.
  Tutto cominciò nella seconda metà degli anni Ottanta. Vi si può vedere un collegamento con il clima religioso di allora, dominato dalla figura del Papa regnante, san Karol Wojtyla. Egli fu un riformatore. C’è chi lo definisce reazionario, ma in realtà il suo insegnamento non si attaglia a questo orientamento. Cercò di suscitare una nuova via, sia nella sua Polonia che in Italia, ma anche in tutto il mondo. Non mostrò mai di apprezzare particolarmente il cattolicesimo sociale italiano, in particolare nella sua versione democratica, storicamente dialogante con il socialismo. Era per un cattolicesimo di popolo fortemente integrato con la gerarchia dei vescovi e da esso diretto. Ne aveva fatto esperienza, anzi l’aveva escogitato insieme ad altre grandi figure di vescovi polacchi, nella lunga resistenza contro il regime comunista polacco. Si trattava però di una situazione molto diversa da quella italiana. In Italia non c’era un cattolicesimo oppresso dalla politica: quello italiano era stato invece determinante nella fondazione della nuova Repubblica democratica, che poi diresse fino al 1994, e nella costruzione del processo di integrazione europeo, che negli anni ’90 sfociò nell’istituzione dell’Unione Europea. Vi aveva portato l’idea di riforma sociale promossa dalle istituzioni politiche, al contrario del cattolicesimo politico di impronta tedesca, fortemente conservatore. L’azione di san Wojtyla ebbe come effetto collaterale avverso il sostanziale silenziamento del cattolicesimo democratico italiano, l’inaridimento della sua iniziativa politica. Mentre la dottrina sociale, sotto il magistero di san Wojtyla assimilava l’idea politica di democrazia, in particolare a partire dagli anni ’90, venne a mancare in Italia l’agente politico capace di realizzare le nuove idee. Quindi poi, nel 2005, i vescovi italiani rilevarono la gravità della situazione  nella “Lettera ai fedeli laici «Fare di Cristo il cuore del mondo»”, pubblicata il 27 marzo 2005 dalla Commissione episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana, invocando una la “nuova primavera del laicato” e, in particolare «una rinnovata dedizione cristiana alla politica, che sappia porsi in ascolto della dottrina sociale della Chiesa, levando la sua voce – in modo realmente libero e profetico – in difesa della partecipazione e delle istituzioni democratiche, e progettando nuove forme di incontro fra etica ed economia, per sconfiggere la grande tentazione dell’individualismo». Il testo integrale del documento può essere letto sul WEB:
http://www.dehoniane.it:9080/komodo/trunk/webapp/web/files/riviste/archivio/02/200511305a.htm
  Si era negli ultimi giorni del regno di san Wojtyla, in un clima cupo segnato dalla malattia del Papa e dall’acuto pessimismo che connotava all’epoca il santo, sul quale probabilmente avevano inciso le sue ingravescenti condizioni di salute. Egli sostanzialmente vedeva il mondo caduto nelle mani dell’Anticristo, sulla scorta delle fosche profezie dell’eclettico filosofo e teologo russo Vladimir Sergeevic Solovev (1853-1900).
 L’appello dei vescovi del 2005 non bastò per determinare un cambiamento e neppure bastarono quelli successivi, analoghi, del nuovo Papa e, ancora e ripetutamente, dei vescovi italiani. Non sembra bastare neppure il nuovo corso del papa Francesco. Ricostruire una tradizione è molto duro. E’, sostanzialmente, il problema che si è posto nella nostra parrocchia.
  Sull’ultimo numero della rivista bolognese Il Mulino, è recensito un nuovo libro dello statunitense Rod Dreher, L’opzione di Benedetto: una strategia per i Cristiani in una nazione post-Cristiana.  La nazione  post-cristiana  sarebbero gli Stati Uniti d’America. Sarebbe post-cristiana a causa della rivoluzione sessuale e omosessuale. In questo l’autore condivide la visione di vari integralismi religiosi, anche non cristiani.  Dreher interpreta la legalizzazione del matrimonio omosessuale  a livello federale, nel 2015, come la sconfitta definitiva della politica cristiana conservatrice, paragonata alla caduta dell’Impero romano o alla sconfitta subita a Waterloo dall’imperatore francese Napoleone Bonaparte. La soluzione proposta dal Dreher, per resistere culturalmente alla persecuzione dello stato liberale e secolarista è quella di separarsi, di abbandonare totalmente e radicalmente lo spazio pubblico  e ritirarsi in comunità di tipo neo monastico, come quelle fondate da Benedetto da Norcia nel Sesto secolo della nostra era, al riparo del disastro morale e antropologico in corso. Questa fu, sostanzialmente, la via proposta alla nostra parrocchia. Essa appare ideologicamente in contrasto con la dottrina sociale, che invita alla partecipazione alla società, anche con quella riformata secondo le concezioni di san Wojtyla.
  Nella nostra parrocchia, separazione significò inaridimento. Questo trovarono i nuovi preti. La gente del quartiere non ci portava più i bambini per la prima formazione religiosa: evidentemente non voleva che fossero formati secondo quei principi. Il pluralismo associativo parrocchiale si ridusse molto: ai giovani era proposta una sola via, le altre venivano viste come residuali e ad esaurimento, per i più anziani, comprese quelle dell'Azione Cattolica parrocchiale e della  nostra stessa parrocchia come era stata prima. Si disse che non ci portavano più i bambini non perché si era in polemica con l’impostazione parrocchiale, ma perché non ce n'erano più: il quartiere era invecchiato, si erano fatti, per egoismo, pochi figli e questo era il risultato.  Gli ultimi due anni hanno dimostrato quanto fosse sbagliata questa visione.
  I bambini del catechismo sono tornati e numerosissimi. Ma è tutto il quartiere che sta tornando in parrocchia: lo si vede nelle affollatissime messe domenicali. C’è un nuovo coro. Anche i giovani hanno un nuovo spazio: non si indica più loro solo una via. Ma ancora c’è molto da fare. Lo ripeto: ricostituire una tradizione è molto faticoso. In prospettiva si può pensare anche a una rinnovata vitalità dell’esperienza di Azione Cattolica, che vuole essere anche una palestra  di azione sociale e una scuola di impegno politico, per attuare nella società i valori della fede, secondo quanto ci richiede la dottrina sociale.
  Tra le cose da fare, e più difficili da fare, vi è quella di completare la liberazione della Pasqua, delle liturgie della Settimana Santa e della Veglia Pasquale. Nell’era passata erano diventate un’esperienza molto faticosa e poco in linea con l’esigenza di raccoglimento religioso che dovrebbe connotarle. La Veglia era diventata una lunghissima maratona mono-culturale in tutti i sensi. Questo teneva, e in parte ancora tiene, lontana la gente del quartiere, me compreso. La scorsa Quaresima, approssimandosi la Settimana santa,  ho invocato la presenza del vescovo ausiliare di settore, perché presiedesse la Veglia e ci aiutasse a cambiare. Ma i nostri vescovi hanno tante situazioni da sanare, tante sofferenze da sorreggere: non possiamo pensare che siano dappertutto quando li si vuole. Questa settimana, tuttavia, ne avremo tre tra noi. Si è cominciato domenica scorsa, si proseguirà giovedì e poi domenica prossima. E’ un grande dono, la manifestazione di una sollecitudine paterna che ci  è molto gradita e, direi, indispensabile.
  I nostri nuovi preti hanno cercato di organizzare le liturgie pasquali come festa religiosa per tutti, non solo per quelli che seguono una certa via, un certo metodo. Ma, naturalmente, facendo spazio a tutti, si è fatto spazio anche per quella via che aveva egemonizzato in precedenza. Ed è stato giusto fare così. Non si vuole escludere nessuno. Ma occorre fare ancora un po’ di più per umanizzare la Settimana Santa, in modo che sia momento forte  ed edificante per tutti, anche se questo significherà connotare ancor meno la liturgia secondo la precedente impostazione, liberarla  ancora un po’ da quest’ultima. La Veglia Pasquale non può essere un’esperienza sfiancante e rumorosa, in cui chi c’è, ad un certo punto, salvo che non si sia assuefatto in un certo cammino, non vede l’ora che finisca per andare finalmente a casa, ma non finisce, va e va e ancora va…Con che spirito poi, si esce, alle prime luci dell’alba, con ore e ore di debordanti attività? Si ha la testa confusa come quando, più o meno, nelle stesse ore, si esce da una notte in discoteca. E’ così che deve essere la Veglia Pasquale? Bisogna dire che la situazione negli ultimi due anni ha preso a migliorare, sulla via dell’umanizzazione, ma, come dico, bisognerebbe fare ancora di più. I nostri preti hanno fatto quello che hanno potuto. Bisogna tener conto che la loro missione è di rivitalizzare tenendo tutti  insieme. Quindi si procede per gradi, cercando di riabituare la gente a ritrovarsi insieme  e in pace. Non sono cose che si realizzano in un giorno: ci vogliono anni. Sulla Veglia Pasquale il confronto tra le varie componenti della parrocchia è ancora piuttosto aspro. Ecco che c’è campo per l’autorità religiosa: ci insegnino i nostri vescovi il giusto cammino per una Pasqua di tutti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.



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