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martedì 14 novembre 2017

Dottrina sociale e pensiero politico

Dottrina sociale e pensiero politico


Dal WEB: un aero da guerra F-35, del costo di oltre 80 milioni di dollari.  La stampa ha riferito che il Governo italiano prevede di acquistarne diverse decine


     Secondo la dottrina sociale, e quindi mi riferisco a un insegnamento che obbliga,  dottrina  appunto, la vita religiosa non deve rimanere confinata nella vita individuale o di famiglia, ma deve essere tesa a cambiare la società intorno secondo certi principi. Questo significa che ha esigenze politiche, perché cambiare la società  significa governarla  e la politica è il governo della società. La parola  governare  ci viene dal greco antico e originariamente indicava il dirigere un’imbarcazione manovrando il timone. Ma la società non è una nave. La possiamo immaginare simile a uno stormo di uccelli, come quelli che in questi giorni vediamo volare cercando la direzione per migrare. Chi li  dirige? Gli scienziati ci dicono che ognuno si orienta sul proprio vicino e non si riesce a individuare  precisamente uno  che guidi, anche se gli uccelli che stanno procedendo in quello che di volta in volta è il davanti dello stormo, e che varia continuamente, hanno un ruolo più importante nell’orientare quelli dietro. Cercando la direzione giusta, lo stormo fa grandi e veloci evoluzioni, cambiamenti di rotta: la direzione è il risultato di un lavoro collettivo. Se quelli che stanno davanti cedono per qualche motivo, ad esempio vengono colpiti da un cacciatore, da un uccello predatore o si ammalano, non per questo lo stormo si ferma e si disorienta.
  Anche la politica è un lavoro collettivo. Il Governo, il gruppo che sta ai vertici delle istituzioni, ha solo un limitato controllo della società, e questo accade anche negli stati totalitari, in cui si cerca di ottenere il massimo controllo sociale. Il governo, come azione di direzione della società, è il risultato di complesse influenze  collettive, tra grandi gruppi di gente. Tra di essi vi sono quelli di orientamento religioso, composti di persone che si sforzano di fare vita religiosa. Anche quest’ultima è un lavoro collettivo: la fede è  un fatto sociale. Nessuno si inventa la propria fede e se lo fa non vi trova grande soddisfazione. In una fede religiosa  si nasce,  vi si può aderire  da grandi, e in genere ciò accade anche se in una fede si è nati man mano che si cresce e la si interiorizza da adulti, ma non la si inventa. Sostanzialmente:  ci viene spiegata, la apprendiamo. Però la fede di ciascuno non è indifferente per il contesto delle collettività religiose: in qualche modo,  e in diversa misura, la vita religiosa sociale ne viene influenzata. Per orientarsi si vede come fanno gli altri e si cercano maestri. Nella nostra confessione sono stati istituiti  ministeri, vale a dire funzioni, che hanno proprio il compito di formare e orientare gli altri: parlo del papa, dei vescovi, dei preti, ma anche dei loro collaboratori nelle varie istituzioni che si dedicano a questo lavoro. E’ in questo contesto di funzioni dirette ad orientare  che viene elaborata la dottrina sociale, che è un insegnamento diffuso con la forza dell'autorità religiosa, non solo (ma anche) con quella dei suoi argomenti. Nata come un settore della teologia, la scienza che studia le convinzioni di fede e cerca di dar loro coerenza e sistematicità, è divenuta sempre più un lavoro di tante discipline, che richiede una vasta collaborazione. Questo proprio perché ha esigenze  politiche, di governo della società, e si tratta di un’attività che si è fatta sempre più complessa e richiede anche competenze, ad esempio, di economia, sociologia, psicologia, politologia, storiche, e, quando ci si occupa dell’influsso delle società umane sull’ambiente naturale, competenze in materia di scienze naturali. Anche la dottrina sociale è divenuta un lavoro collettivo, benché venga diffusa con la firma del papa regnante, che dei lavori di dottrina sociale è in genere un supervisore e garante etico, in particolare nei settori scientifici in cui non ha competenza propria, o da altri vescovi, e più spesso da quelle assemblee di vescovi che sono le Conferenze episcopali, nazionali o internazionali ed anche i Concili.
  La dottrina sociale ha in sé anche un pensiero politico, propone soluzioni non si limita a indicare esigenze religiose e  problemi sociali. Ne scrivo come di un  pensiero per definire ciò che  non obbliga  dal punto di vista religioso: ci sono infatti tante vie politiche che soddisfano le esigenze della  dottrina sociale. In Italia c’è stato, molto a lungo, dagli anni Quaranta agli anni Novanta, un partito esplicitamente  cristiano, la Democrazia Cristiana, ma non si era obbligati a iscriversi né a votare per quella formazione. Il pensiero politico, anche quello espresso nella dottrina sociale, cerca di rispondere alle esigenze etiche della  dottrina sociale,  ma vale quanto le argomentazioni che lo sorreggono. Non definisce la vita religiosa in quanto tale, ma è uno dei suoi sviluppi possibili. Ad esempio: partecipare alla vita politica democratica è anche un obbligo religioso, che discende dalla  dottrina sociale. Votare in un certo modo, scegliere tra diversi candidati, scegliere un programma politico non lo sono. Come ho detto: ci sono più vie possibili. E’ un obbligo religioso scegliere in modo da non favorire il male nella società. In questo siamo aiutati dal pensiero politico che c’è nella dottrina sociale, ma che da essa è distinto e con essa non va confusa.
  Una persona di fede cercherà di prendere sul serio la dottrina sociale e il pensiero politico che in essa c’è. E, innanzi tutto, cercherà di conoscerli. In particolare è molto importante conoscere le argomentazioni del pensiero politico, perché qui la libertà, e dunque anche la responsabilità, del fedele è molto ampia. Se ad esempio si dice che l’umanità è una sola famiglia, principio di dottrina  sociale, che obbliga, ci sono poi vari modi di realizzare  politicamente  questo principio: uno  è quello che è stato espresso anche in Italia, con vari principi costituzionali, altri sono quelli che si sono  manifestati negli stati vicini o nell’Unione Europea, come istituzione politica. Vi possiamo trovare tratti comuni, perché  rispondono  alle stesse esigenze, ma poi ci sono tante particolarità, che dipendono da storie diverse e anche da diverse influenze di gruppi sociali.
  Ho notato che, nella politica italiana di oggi, sono quasi inesistenti i riferimenti sia alla dottrina sociale che al pensiero politico da essa proposto. Ma spesso si fanno richiami  religiosi, che però, senza quella cultura, appaiono superficiali o spregiudicati. Ad esempio sul tema del mondo come famiglia umana: chi si propone, politicamente, questo obiettivo? Ci si sorvola sopra, quando addirittura non si va in direzione contraria, proponendo la via del respingimento, della discriminazione, dell’esclusione, dell’egoismo nazionalistico (l’Italia e gli italiani al primo posto). Si sarebbe invece disposti a contrattare posizioni di favore, ad esempio erogazioni pubbliche, o misure normative, ad esempio in materia di disciplina dei rapporti familiari o in materia di ordinamento scolastico, a fronte di un sostegno politica che non vada troppo per il sottile.
  Una società in cui la dottrina sociale conta politicamente poco non andrà nella direzione da essa indicata: non ne sarà influenzata. Ma affermare politicamente le esigenze della dottrina sociale, così come affermare un pensiero politico ad essa coerente, è compito principale di noi laici di fede. La situazione  in cui ci troviamo dovrebbe allora interrogarci. Siamo stati e siamo ancora insufficienti. Non conosciamo, non ci impegniamo, siamo distratti e, forse, talvolta vogliamo  esserlo, perché i precetti della dottrina sociale ci sono scomodi. D’altra parte noi italiani siamo nella parte ricca e potente del mondo, anche se spesso ci illudiamo di essere tra i perdenti. Anche noi, ad esempio, ci prepariamo alla guerra, producendo e comprando armi sofisticate e molto costose. E’ così, infatti, che si domina nel mondo. Su questo ha ragione il presidente statunitense Donald Trump. Egli, in fondo, è ancora legato all’antico detto “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Ma non è per questo che dagli anni Quaranta non vi sono più  stati conflitti catastrofici a livello globale, mondiale:  è accaduto perché si voleva la pace e si è lavorato per la pace. Questa è la via indicata dalla dottrina sociale e dal pensiero politico ad essa collegato. Se si prepara la guerra, prima o poi si avrà la guerra. Gli Stati Uniti d’America, ad esempio, hanno conosciuto pochi periodi di vera pace nella loro storia e anche oggi sono in guerra su più fronti. E, sostiene il Papa, anche se non c’è stata una nuova guerra mondiale catastrofica, se ne sta combattendo una  a pezzi: vale a dire che il mondo non è pacificato, conflitti scoppiano qua e là, dove le politiche di potenza si scontrano. Ci stiamo di nuovo abituando alla guerra, sia praticandola che, soprattutto, pensandola. Di nuovo, rispetto al passato, è che, anche quando la si fa, della guerra si parla poco pubblicamente. Rimane cosa da servizi segreti, sottratta all’interesse dell’opinione pubblica che, da parte sua, preferisce non sapere.
 E così accade che un documento molto importante e recente, quindi aggiornato, della dottrina sociale, l’enciclica Laudato si’, la quale contiene anche molto pensiero politico, tutte cose che ci potrebbero tornare utili per orientarci in questi difficili frangenti della politica italiana in cui tutti noi adulti e cittadini saremo tra poco chiamati a decidere, appaia ormai confinato in archivio, in una ideale e poco frequentata biblioteca che contiene, come un cimitero le salme dei defunti, tutto il nostro pensiero colto e virtuoso espresso in religione in materia di società,  ormai rapidamente dimenticato in società.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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