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mercoledì 29 novembre 2017

Democrazia in sintesi: storia, metodo, valori

Democrazia in sintesi: storia, metodo, valori

0. Ripubblico alcune note su storia, metodo, valori della democrazia. Come cittadini ci stiamo preparando alle elezioni politiche della prossima primavera. Sento in giro che qualche volta si è poco convinti della democrazia, si è democratici tiepidi. Di questi tempi la democrazia ha molti diffamatori e può essere che si sia un po’ perduto il contatto vivo con essa: un ripasso è sempre utile. Anzi, nella preparazione scolastica, si dovrebbe sempre partire da lì.
1. La democrazia è una forma di organizzazione della società in cui si vuole realizzare un’ampia partecipazione alle decisioni comuni.
  Democrazia è una parola greca che si compone di altre due parole greche: dèmos, che significa popolo, e cràtos, che significa potere. Dunque significa il potere del popolo.
  Gli antichi greci furono tra i primi a ragionare sul potere sociale.
  Contrapponevano la democrazia, il potere dei più, alla monarchia, il potere di uno solo, e alla oligarchia, il potere di pochi.
  Anche in democrazia i capi sono pochi, ma devono rispondere ai più, non hanno un potere illimitato e possono essere periodicamente sostituiti.
  Ciò che distingue una democrazia da una oligarchia è dunque la possibilità di critica  sociale e  l’esistenza di regole  che limitino  il potere dei capi e ne prevedano la periodica sostituzione con metodi che coinvolgano i più.
  Schematicamente: in una democrazia il potere tende a salire dal basso, perché i più possono scegliere i pochi che saranno i loro capi; in una oligarchia il potere scende dall’alto, perché i pochi che comandano scelgono i loro successori  e quelli che comanda ai livelli inferiori.
  Ogni democrazia, degenerando, tende a diventare una oligarchia, mentre ogni oligarchia è insidiata dai processi democratici, così come ogni monarchia.
  Nelle società complesse non esistono vere monarchie: queste ultime, a ben vedere, sono in genere delle oligarchie dinastiche, quindi basate su una rete di famiglia, per cui il potere supremo rimane tra parenti che se lo trasmettono di generazione in generazione.
  Un altro tipo di oligarchia è la ierocrazia (un'altra parola greca composta da ieròs, che significa sacro, e da cràtos): in essa i capi ritengono di essere stati scelti in modo soprannaturale per fare da tramite tra il Cielo e il mondo umano.
  Attualmente la nostra Chiesa è, dal punto di vista dell’organizzazione del potere, una oligarchia-ierocrazia in cui si stanno sviluppando processi democratici.
  La Repubblica italiana è invece attualmente una democrazia in cui si stanno sviluppando processi oligarchici: questa è una tendenza che è in atto in tutto il mondo, salvo che in pochi stati.
  Paradossalmente le monarchie dell’Europa settentrionale sono i sistemi politici in cui i processi democratici sono più attivi e al sicuro. La degenerazione oligarchica è segnalata dalla restrizione della possibilità di critica sociale, ad esempio di quella giornalistica, dell’ampliamento in durata ed estensione dei poteri dei capi e dal contemporaneo indebolirsi dei limiti a questi poteri, ad esempio della possibilità di ricorrere in giudizio contro le loro decisioni,  e dalla difficoltà della periodica sostituzione di chi comanda ai vertici supremi.
  Le monarchie e le oligarchie in genere cadono a seguito di processi rivoluzionari, più o meno violenti. Le democrazie possono evolvere in oligarchie senza atti formalmente rivoluzionari.
  Queste informazioni vengono date di solito agli studenti all’inizio dei corsi di Legge, Scienze politiche e Sociologia, ma dovrebbero rientrare nel patrimonio culturale di tutti i cittadini. Se ne dovrebbe parlare anche in parrocchia, se si vuole che prepari i laici di fede a svolgere in società i compiti impegnativi indicati nell’enciclica Laudato si’.
2.  Ogni forma di organizzazione sociale cambia continuamente. Questa è la lezione che ci viene dallo studio dei fatti umani, fin da quelli più antichi.
  Possiamo farci un’idea di come si era in tempi molto lontani studiando le società umane meno evolute che ancora ci sono e che verosimilmente vivono come i primitivi.
  L’evoluzione delle società umane è stata favorita dalla conquista del linguaggio e soprattutto da quella della scrittura. Con la produzione di documenti scritti inizia la storia umana. A quel punto le società erano già piuttosto complesse.
  Dal punto di vista biologico discendiamo da esseri viventi sociali. Come erano i nostri progenitori non umani? Si pensa che fossero simili alle scimmie antropomorfe (parola che significa: con  aspetti fisici e movenze simili a quelle umane) che vivono in gruppi sociali dominati da un maschio che si accoppia con molte femmine e al quale altri maschi sono sottomessi. L’evoluzione biologica è sociale ha reso possibile organizzazioni più complesse, dominate da oligarchie di maschi o, più raramente, di femmine. Tra i maschi probabilmente contavano di più i cacciatori e i guerrieri e gli anziani, questi ultimi perché sapevano come andavano le cose del mondo sulla base di una lunga esperienza. Nelle società primitive contemporanee i capi sono anche mediatori con le divinità. Fin dalle origini probabilmente era così. Gli esseri umani capivano di essere dominati da potenze non umane, innanzi tutto quelle della natura, e le deificavano. Per rendersele propizie si escogitarono dei riti, delle cerimonie simboliche, che avevano bisogno di chi compisse le azioni prescritte: questo era il compito dei sacerdoti. I re, le figure dominanti tra gli oligarchi, erano in genere sacerdoti. Fin dalle origini troviamo quindi il potere connesso con la religione. Uno dei compiti degli oligarchi, e i particolare dei re, era quello di risolvere le controversie civili e religiose: questo produsse una giurisprudenza, vale a dire una tradizione nelle decisioni con cui si risolvevano le liti, connotata religiosamente. C’era un ordine nell’universo, di carattere sacro  perché non in dominio umano, e, nel caso venisse turbato, occorreva rimediare per ripristinarlo. La religione  e il diritto servivano a questo e venivano somministrati da giudici/sacerdoti. A ben vedere qualcosa delle origini rimane anche nelle contemporanee ideologie religiose e giuridiche e questa è una costante nelle cose umane, sia di quelle biologiche che sociali.
  Ai tempi nostri si ha talvolta l’idea che le società umani siano radicate  in certi posti.  Questo è uno sviluppo politico  relativamente recente nella storia umana, che si è avuto probabilmente con lo sviluppo dell’agricoltura tra i 20.000 e i 10.000 anni addietro. Le società umane delle origini erano verosimilmente nomadi e troviamo tracce di loro lunghissime migrazioni per tutta la Terra. Abbiamo indizi molto convincenti che i progenitori degli attuali Europei provenissero dal centro dell’Africa.
  Il radicamento  politico su un territorio sviluppò molto la concezione giuridica della proprietà, sulla base delle controversie che sorgevano. Si divenne proprietari di terra e anche di altri esseri umani. I re, che concepivano sé stessi inizialmente come figure paterne, come  padri  del loro popolo, iniziarono ad agire come proprietari  di esso. Cercarono a lungo un’investitura divina. E’ significativo che, ad un certo punto, gli antichi imperatori romani assumessero anche la carica di pontefice massimo, il più importante sacerdote dei lori tempi. E sommo Pontefice  è uno dei nomi con cui oggi si indica il Papa. Il potere politico veniva in questo modo collegato all’ordine universale, cosmico  (cosmo è una parola del greco antico che significa universo). Si ebbe così una sacralizzazione  del potere, che significa appunto collegare il potere all’ordine cosmico. Quest’ultimo veniva considerato come voluto dagli dei  soprannaturali. Ciò che riguardava le cose soprannaturali era sacro, nel senso di sottratto religiosamente al potere degli esseri umani sotto pena di gravi conseguenze. Solo speciali mediatori tra gli umani e il soprannaturale potevano accostare il sacro. Sacralizzare  il potere significò volerlo sottrarre alle contestazioni e ad altri pretendenti. Il potere sacerdotale, di mediazione tra umani e soprannaturale, era accentrato in chi deteneva il potere politico  e costituiva un’arma in più a presidio di quel potere. Vi furono anche re che vollero farsi dei, ma in genere dei tra altri dei: vollero essere considerati una delle potenze soprannaturali del mondo. Questa sacralizzazione  del potere è ancora molto forte nella nostra organizzazione religiosa.
3. La sacralizzazione  del potere politico spiega perché i processi democratici siano stati considerati anche delle eresie e l’importanza che ha per la loro affermazione il principio della laicità  delle istituzioni pubbliche.
  Secondo il  principio della laicità dello stato, le istituzioni pubbliche non devono far ricorso alla religione per motivare quello che fanno ed è vietata ogni discriminazione su base religiosa.
  La sacralizzazione del potere si è sviluppata in varie forme nelle civiltà del mondo. In un discorso sulla democrazia, però, interessa particolarmente il modo europeo, perché è da europei che sono state ideate le prime democrazie contemporanee. E poi noi italiani siamo europei.
   Dal Quarto secolo della nostra era, in Europa, la sacralizzazione del potere avvenne secondo la teologia della nostra fede. Questo la mette in questione e ci mette in questione, come persone di fede, parlando di democrazia. I sistemi politici che scelsero come sede suprema del loro potere la città di Bisanzio,  nella regione greca della Tracia, furono il modello originario di quella sacralizzazione: di là dominarono l’imperoromano,  ridottosi poi progressivamente a porzioni sempre più piccole del territorio originario,  procedendo le invasioni di popoli dal nord Europa e quelle arabe nel meridione. Quello fu anche il modello della magnificenza liturgica dei cerimoniali del potere europei. Ogni sovrano europeo vi si richiamò, compresi i Papi. E’ significativo che tutti i Concili ecumenici,  vale a dire le assemblee deliberative comprendenti tutti i capi religiosi della nostra fede, del primo Millennio della nostra era siano stati indetti dagli imperatori  di Bisanzio. In questo modello c’era un sovrano celeste, soprannaturale, di cui quello terreno, l’imperatore era un delegato. Le culture dei popoli che dal nord Europa avevano conquistato la parte occidentale dell’Impero romano lo assimilarono. Nel Nono secolo della nostra era, oligarchie di popolazioni germaniche costituirono un Sacro Romano Impero, un’organizzazione politica sacralizzata secondo la nostra fede durata circa mille anni. Possiamo riconoscere che la sacralizzazione del potere politico funzionò bene nel renderlo più stabile. Traccia di questa sacralizzazione la troviamo nei preamboli delle leggi del Regno d’Italia, piuttosto vicino a noi nel tempo, dove è scritto che il sovrano regna e legifera “per grazia di Dio”. Il Trattato tra la Santa Sede e l’Italia, concluso l’11-2-1929 tra il papato romano, regnante Achille Ratti - Pio 11°, e il Regno d’Italia, rappresentato da capo del Governo dell’epoca Benito Mussolini, Duce del Fascismo, inizia con “In nome della Santissima Trinità”. Formule analoghe furono impiegate negli atti legislativi e di governo degli stati europei, ma il riferimento alla divinità si trova anche in quelli di diversi stati islamici contemporanei.
  La sacralizzazione giustifica il potere assoluto, vale a dire  senza limiti, del sovrano. Non c’è autorità più alta di quella celeste, dunque anche quella del delegato terreno di quella potenza non può riconoscerne un’altra superiore nel mondo. La sacralizzazione del suo potere spiega perché, ancora oggi, il Papa è, secondo il diritto canonico, quello della nostra organizzazione religiosa, un sovrano assoluto. Si tratta, nelle nostre organizzazioni religiose, di un processo che si è sviluppato nel secondo millennio della nostra era, non era originario nella nostra fede. Nei secoli precedenti il papato, all’inizio, era stato  politicamente subordinato all’imperatore romano, in realtà al potere politico supremo con sede in Bisanzio. Successivamente divenne politicamente un feudatario (che significa principe  di livello inferiore, legato alla fedeltà ad un sovrano superiore) degli imperatori germanici e da questi ebbe il suo regno nell’Italia centrale. Nel secondo millennio della nostra era volle costituirsi come un impero religioso, come supremo mandatario (che significa delegato) celeste, con un potere più alto di quello dell’imperatore civile. Da qui una serie molto lunga di conflitti politici tra il papato romano e le monarchie civili europee, e tra queste ultime per ragioni anche religiose che coinvolgevano la loro sacralizzazione, quindi la giustificazione del loro potere assoluto, con alterne vicende, fino a che, tra il Cinquecento e il Seicento cominciò a svilupparsi il processo di laicizzazione  del potere politico. Questo consentì lo sviluppo e l’affermazione dei processi democratici. Indebolitasi la giustificazione sacrale  del potere, ne occorreva trovare un’altra. Ma come giustificare, in questo nuovo quadro, un potere  assoluto, per di più attribuito a una sola persona, scelta nelle generazioni di un’unica famiglia, come accadeva nelle monarchie europee dinastiche? La persistente attuale, forte, sacralizzazione del potere del papato romano ha impedito finora l’affermazione di processi analoghi nella nostra organizzazione religiosa.
4.  Gli esseri umani, nella loro biologia e nella loro psicologia, quindi nel corpo  e nella mente,  e le loro organizzazioni sociali, in ogni loro aspetto,  mutano continuamente. Se  non se ne è convinti, è inutile procedere con i ragionamenti sulla democrazia, in particolare sulla democrazia come la si concepisce dalla metà del secolo scorso. Perché, appunto, quel tipo di democrazia serve a far cambiare la società pacificamente, ma a farla cambiare. La sacralizzazione  del potere politico serve invece a contrastare la tendenza delle società a cambiare, travolgendo che le domina. In una società dominata da un potere sacralizzato  un cambiamento può essere solo rivoluzionario e violento. Un potere è sacralizzato  quando lo si ritiene frutto di una volontà soprannaturale, la volontà del Cielo. Si istituisce così un continuità tra l’ordine dell’universo e quello politico, che si ritiene scaturire da una medesima volontà. Ciò che è sacro  si ritiene sottratto al dominio umano sotto pena di gravi conseguenze, di punizioni divine. Un potere sacralizzato, in cui chi domina concepisce sé stesso come delegato del Cielo, si sentirà autorizzato a irrogarle  per conto  della potenza celeste che l’ha delegato.  Tutte le società europee in cui si svilupparono, dalla metà del Settecento, processi democratici erano dominate da regimi assolutistici sacralizzati, nelle quali le dinastie regnanti, e i sovrani di volta in volta da esse espressi, governavano“per grazia di Dio”.  Anche nel mondo contemporaneo vi sono poteri politici sacralizzati.  Siamo europei: anche nelle nostre società è così. La massima sacralizzazione del potere politico si riscontra, nelle società europee, quelle del nostro continente e quelle di colonizzazione europee, nella nostra Chiesa. Essa sotto molti aspetti è ancora organizzata come un impero religioso, quindi come uno stato, e ne possiede anche un simulacro qui da noi in città, nel quartiere romano di Borgo. Lo definisce stato  in modo non del tutto conforme al Trattato che nel 1929 il papato romano, regnante Achille Ratti - Pio 11°, concluse “ In nome della Santissima Trinità”, come è scritto nel preambolo di quell’accordo internazionale,  con il Regno d’Italia, rappresentato nell’occasione del Duce del Fascismo, Benito Mussolini. Infatti in quel Trattato  si legge che “è istituita la Città del Vaticano”, e mai si parla di tale entità politica come di uno stato. Ma anche negli stati dell’Unione Europea, benché basata sul principio della laicità delle istituzioni pubbliche, si avvertono vari livelli di sacralizzazione  del potere politico. Una ripresa di sacralizzazione politica si avverte negli stati dell’Europa orientale che all’inizio degli anni ’90 uscirono dal dominio dei regimi comunisti. A livello simbolico, il mantenere il Crocifisso negli spazi pubblici è una manifestazione di sacralizzazione delle istituzioni pubbliche, anche se ora se ne propongono altre giustificazioni, in genere poco convincenti dove vige il principio supremo della laicità dello Stato.
   Il principio giuridico, e addirittura costituzionale, della laicità dello Stato significa prendere atto che non vi è potere politico che possa arrogarsi di governare “per grazia di Dio, sottraendosi così al giudizio collettivo e alla possibilità di essere cambiato. Esso è fondamentale per lo sviluppo dei processi democratici. E’ chiaro che non è in questione la nostra religione, ma la sua strumentalizzazione politica, per lasacralizzazione  del potere politico.
  Storicamente il processo di desacralizzazione  del potere politico iniziò con il finire dell’era storia che definiamo Medioevo  europeo, nel Quattrocento. Esso fu innescato da sviluppi dell’economia che andarono di pari passo a quelli delle scienze. Nelle città si aprirono nuovi spazi di libertà per aumentare il benessere privato e collettivo, le relazioni commerciali si intensificarono, si scoprirono nuove terre, che apparivano come nuovi mondi. Lo sviluppo delle scienze, nelleuniversità  europee cominciò a rendere un’immagine più realistica del cosmo e dei fatti naturali.
  Dal Duecento in Europa si svilupparono università degli studi, istituzioni di studi superiori, le quali in genere, in epoca e ambienti sociali di fortissima sacralizzazione  del potere politico, erano dominate dalla teologia della nostra fede. L’ordine naturale e sociale dovevano combaciare, andare di pari passo, perché frutto di una medesima volontà celeste, che aveva istituito sulla terra dei delegati, tra i quali il papato romano, proprio in quell’epoca, pretendeva di essere il più potente. A quel periodo risale l’istituzione del potente sistema di polizia politica del papato romano, l’Inquisizione, che segnò tragicamente il secondo Millennio, travagliando le vite di quasi tutti i riformatori in ogni campo, fino all’affermazione dei processi democratici nel Settecento. Un esempio di come la si pensava a quei tempi lo si ritrova nella Divina Commedia  di Dante Alighieri, scritta nel Trecento, un documento essenzialmente di critica politica e religiosa in cui si riflettono le concezioni dell’epoca sull’universo.
  Il primo regno ad essere colpito dal processo di desacralizzazione, quindi ad essere messo in questione nella sua legittimazione sacrale, fu, nel Cinquecento, il papato romano, con la Riforma  promossa del monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) professore nell’università di Wittemberg, nella regione tedesca della Sassonia, nel Nord-Est della Germania. Questo processo, originato da controversie teologiche, ebbe prestissimo risvolti politici, manifestando chiaramente di riguardare anche la sacralizzazione  del potere politico, anche se  ad essere contestata era la sacralizzazione del papato romano non la sacralizzazione del potere politico in sé. Il vero processo di desacralizzazione iniziò invece dopo una lunga serie di conflitti bellici tra regni europei che rivendicavano diverse forme di propria sacralizzazione e in genere lo si fa risalire ad accordi di pace conclusi nel 1648  nella regione tedesca della Vestfalia, nel Nord-Ovest della Germania.
  Il papato romano, fino ad epoca recente,  reagì sempre duramente ai tentativi di desacralizzare  il suo potere politico. Una della ultime manifestazioni di ciò fu l’enciclica Quas primas [= Nella prima (enciclica)], del papa Achille Ratti - Pio 11°, diffusa nel 1925, in cui, criticando il laicismo (l’orientamento culturale volto ad escludere la religione dai discorsi pubblici), si critica in realtà il principio della laicitàdello stato. In essa si legge (testo integrale su
https://w2.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_11121925_quas-primas.html  )

Il "laicismo"
La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti;si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso.

 In seguito il papato romano usò toni più sfumati, riconducendo la sua pretesa di potere all’ambito essenzialmente spirituale. Di fatto rimase uno dei principali agenti politici in Italia, e lo è stato fino all’inizio del regno di papa Francesco, ma operando attraverso la mediazione prima di un  partito cristiano desacralizzato, vale a dire di ispirazione religiosa ma senza la pretesa di essere delegato  da poteri soprannaturali, e poi di più correnti politiche desacralizzate, presenti in vari partiti politici, trasversali come si suole dire.
  A conclusione di questo discorso, tengo a precisare che bisogna convincersi di questo: non sono le religioni che minacciano la pace politica, come talvolta sento sostenere, ma la sacralizzazione del potere politico. Se il potere politico è sacralizzato, allora   viene a dipendere per la propria stabilità da una, e una sola, religione. Per questo diventerà intollerante della altre e queste ultime lo avverseranno per affermare il proprio diritto civico ad esistere o per affermare un potere politico sacralizzato basato sulle proprie convizioni di fede. Se invece lo  si desacralizza, quindi se trova giustificazioni non religiose per la propria sussistenza, potrà reggere società in cui si manifestano più concezioni religiose e anche concezioni ateistiche. Un esempio di ciò lo vediamo nella prima delle democrazie contemporanee, gli Stati Uniti d’America, in cui un potere politico totalmente desacralizzato regge una società complessivamente molto religiosa, secondo diverse confessioni.
5.   L’evoluzione degli organismi e delle società lascia tracce di ciò che c’era prima in ciò che si è evoluto. Ecco perché, ragionando sul futuro, è importante conoscere la storia, quindi gli eventi passati. Sotto certi profili il passato non è sempre veramente passato. Lo vediamo, ad esempio, nelle lingue umane. Dico “lingua” e parlo latino, la lingua della Roma di duemila anni fa, ma insieme anche l’italiano di oggi.
  La Questione romana ha travagliato la storia italiana dall’unità nazionale, nel 1861, alle elezioni politiche del 1913, le prime a cui poterono votare tutti gli adulti maschi cittadini italiani. Il papato romano, come reazione alla conquista militare del suo piccolo  stato nell’Italia centrale da parte del Regno d’Italia, vietò ai fedeli italiani, obbligandoli per fede e quindi considerando in peccato mortale i trasgressori, la partecipazione alle elezioni politiche nazionali, sia come candidati sia come elettori. Il Re Savoia venne scomunicato (in un Regno che nel suo Statuto  proclamava: “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato”!). Successivamente il papato romano contrastò duramente i processi democratici nazionali, vietando espressamente di considerarli validi per portare valori  di fede nell’organizzazione sociale italiana, vietando quindi ogni idea di una democrazia cristiana, punendo come eretici coloro che non si uniformavano a quest’orientamento. Negli anni Venti del secolo scorso contrattò con il Mussolini, il Duce del Fascismo, il simulacro di stato che ancora possiede nel quartiere romano di Borgo, concludendo nel 1929 accordi con i quali accettava gravissime limitazioni alla libertà di azione dei preti, che fino ad allora erano stati protagonisti della vita sociale italiana, e di tutti gli altri  fedeli, considerando così chiuso provvidenzialmente  il conflitto con il Regno d’Italia. E, infine, con l’enciclica Il Quarantennale, del 1931, spinse gli italiani verso il fascismo proclamando di apprezzarne l’ordinamento corporativo, invitando i fedeli a collaborarvi, ma anche l’azione repressiva politica contro le organizzazioni socialiste. Nessuna autocritica è mai venuta dal papato per questa tragedia nazionale, salvo il riconoscere, come fece il papa Montini, la natura provvidenziale  della fine dello Stato Pontificio, il regno politico dei papi. Questa autocritica deve però venire da noi fedeli: dobbiamo essere consapevoli dell’influenza negativa che, a lungo, la religione ha avuto nello sviluppo della democrazia nazionale.
   La lunghissima sacralizzazione  dei poteri politici in Europa fece ritenere al papato romano di non essere sacro  a sufficienza senza un proprio dominio politico territoriale, senza un proprio stato. Questo perché, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, lo stato era ritenuto la sede del potere supremo, vale a dire di quello che non riconosceva altri poteri sopra di sé (questa è proprio la formula che definiva il potere statale nei manuali di diritto pubblico di una volta): il papato romano storicamente, dall’inizio del Secondo millennio della nostra era, non volle riconoscere alcun potere politico sopra di sé e dunque ritenne che gli fosse indispensabile possedere  uno stato. Nel mondo di oggi non è più così. Si è costituita una potente organizzazione sovranazionale, quella delle Nazioni Unite, che dà direttive agli stati e questi ultimi sono spesso legati ad altre organizzazioni simili, come accade nella nostra Unione Europea. Si organizzano azioni internazionali per deporre dittatori  o per far cessare crudeltà  e guerre. Un potere che possieda  uno stato non può più essere considerato solo per questo supremo. Se ne sono accorti anche nel piccolo regno di quartiere dei papi, quando non avevano adeguato le loro procedure di controllo finanziario alla normativa internazionale antiriciclaggio e allora gli si sono spenti i bancomat. Sono dovuti di corsa correre ai ripari.
 Ecco come  la rivista Panorama  ha sintetizzato quella vicenda in un articolo del gennaio 2013:

I bancomat funzionano in tutta la Capitale, ma non in quei 44 ettari che stando alle leggi (umane e anche divine) proprio Roma non sono: si tratta del perimetro della Città del Vaticano.
È così dal primo gennaio: ai musei Vaticani, ma anche al distributore, al supermercato, al magazzino abbigliamento, al tabacchi ed elettronica, alla posta e in farmacia, si paga come una volta: solo in contanti o al massimo tramite il bancomat interno emesso dallo Ior, l'Istituto per le opere di Religione , che però i numerosi turisti e italiani che frequentano i Sacri Palazzi non hanno.
Colpa di Bankitalia, che non ha poteri in quei 44 ettari, ma che ha imposto a Deutsche Bank Italia, braccio italiano della prima banca privata tedesca, di disattivare i POS a San Pietro e dintorni, che gestisce dal 1997.
E per farlo Via Nazionale ha più di una ragione: il Vaticano non può utilizzare POS gestiti con banche italiane, perché - secondo la normativa antiriciclaggio - è un soggetto extracomunitario non equivalente a fini della vigilanza sul riciclaggio del denaro .
San Pietro, in altre parole, trattato come la peggiore isola caraibica. Ma le regole sono regole: Deutsche Bank Italia, infatti, è un soggetto di diritto italiano e quindi controllato da Bankitalia. Quindici anni fa aveva aperto POS in Vaticano senza richiedere la necessaria autorizzazione.

 La storia ci ha lasciato in eredità il piccolo regno di quartiere dei Papi che oggi è sentito più che altro come un impaccio da chi lo governa. Sotto certi aspetti è un po’ un  parco a tema, come Disneyland, con tanti pittoreschi figuranti. Non è come capi di stato  che i papi contano nel mondo, ma come capi spirituali di circa un miliardo di fedeli. Possedere  uno stato è anche sotto certi altri aspetti controproducente per il papato romano, come segnalarono ai tempi del compromesso con il fascismo gli studiosi di diritto ecclesiastico: i fedeli infatti vi entrano un po’ come stranieri. Si potrebbe tornare indietro? Il Papa è un sovrano assoluto nel suo piccolo regno, certo che potrebbe farlo, ma, in realtà, non può. Quella storia di cui parlavo lo condiziona, lo limita. Accade anche a noi qualcosa di simile in tante cose e, in particolare, nella questione della democrazia. Questo perché il cedimento al fascismo, avvenuto ormai tanto tempo fa, ha lasciato tracce profonde in noi, nella cultura a cui ci riferiamo prendendo decisioni. Fascismo e religione si compenetrarono reciprocamente e, sotto certi aspetti, quando pensiamo al modello ideale di fedele, a volte ci richiamiamo al modello clerico-fascista. In genere non ce ne accorgiamo, perché non curiamo a sufficienza la memoria storica. Accade ad esempio quando ci confrontiamo con l’ebraismo o con le genti che arrivano da noi dall’Africa. Nelle questioni sulla famiglia. Su quella del Crocifisso nelle aule pubbliche. E in molte altre. Quando si sostiene superficialmente che la Chiesa non è una democrazia  si ragiona in quel modo. Innanzi tutto: la Chiesa non è uno stato e non dovrebbe nemmeno possederne uno. Ne siamo convinti? Prendiamo sul serio le parole del Maestro quando disse che il suo Regno non era di questo mondo? Se però,  nel mondo,  si costituiscono delle istituzioni per vivere collettivamente la religione, come possono essere un ente caritativo, un’università, o una parrocchia,  perché non si dovrebbe praticarvi il metodo democratico, che oggi è generalmente riconosciuto come migliore di quello feudale di tanti secoli fa? Perché, si sostiene, altrimenti i valori di fede sarebbero nelle mani delle maggioranze. Bene, su questo si può discutere. Bisogna capire bene, innanzi tutto, che cosa intendiamo, ai tempi nostri, per democrazia.
 7.  Per chi scrivo queste brevi note  sulla democrazia? Non per chi ne sa già abbastanza: chi ha studiato LeggeScienze politiche  e Sociologia, i preti, chi fa il dirigente in Azione Cattolica, chi è interessato all’argomento e ha già approfondito per suo conto. Scrivo per tutti gli altri, in particolare per i più giovani. La democrazia infatti è nelle loro mani, è una loro responsabilità per costruire il futuro. L’Azione Cattolica ritiene proprio compito specifico sviluppare una formazione per quel lavoro in società. Ed eccomi qui a scrivere. Ne so un po’ di più? Ho studiato Legge  e ho approfondito un po’.
  La democrazia, più o meno come noi ancora oggi la intendiamo, è un regime politico che si manifestò nell’antica Grecia, nel 6° secolo dell’era antica, quindi circa cinquecento anni prima che si formassero le nostre prime collettività di fede. Gli antichi greci produssero anche un pensiero molto sofisticato sulla politica, che era legato ad una sapienza più ampia e profonda che si chiedeva il senso della vita umana e dell’universo, la filosofia. Molti dei concetti che usiamo parlando di democrazia risalgono a quei tempi. Ma le nostre democrazie sono molto diverse da quelle dell’antica Grecia e, anzi, queste ultime, con i criteri dei nostri tempi, non le considereremmo nemmeno democrazie. Perché coinvolgevano una esigua minoranza di maschi adulti, forse un dieci per cento, si pensa, di tutta la popolazione degli adulti residenti. Questa era la quota degli adulti maschi  liberiLiberi  da che cosa? Fondamentalmente dal lavoro. Occuparsi dello stato veniva considerato incompatibile con il lavoro servile, vale a dire di quello che facevano gli schiavi, gente in proprietà altrui, ma anche le donne, e che consentiva di produrre i beni indispensabili per la vita quotidiana.
  La schiavitù non venne posta in questione dalla nostra religione e venne abolita solo in virtù dell’affermarsi dei processi democratici in Europa. E, tuttavia, ragioni per abolirla vennero trovate proprio nella teologia della nostra fede: nel fatto che riteniamo di essere stati creati e di essere all'origine  figli di un unico Padre. Da qui l’idea che si sia creati uguali. Quindi i processi democratici contemporanei sorsero in  Europa, nel Settecento, sulla base di concezioni che intendevano liberare  gli esseri umani dalle schiavitù  sociali perché li si considerava uguali  per natura, vale a dire all’origine. Certo, ognuno era diverso dall’altro, ma come ogni figlio  è diverso dal fratello. Il padre tra loro fa parti uguali.
  Evidenzio che la liberazione delle donne è molto più recente di quella degli schiavi.
  Benché dette con le parole della teologia della nostra fede, si tratta di concezioni che fecero fatica ad affermarsi in religione. Oggi non sono più avversate dalla nostra dottrina. Di solito cito, a questo proposito, la nota n.793 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004), dove, a proposito dell’amicizia civile da intendere come forma di fraternità alla base della pacifica convivenza sociale, si citano le parole di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°  in un’omelia tenuta il 1 giugno 1980 durante il suo primo viaggio in Francia: «“Libertà, uguaglianza, fraternità’”  è stato il motto della Rivoluzione francese.  In fondo sono idee cristiane ». Che progresso da quando una simile frase sarebbe stata invece condannata come eretica, solo poco più di un secolo prima! Ma si dovette arrivare al 1991, con l’enciclica del Wojtyla Il Centenario, nell’anniversario dei cento anni dalla prima enciclica della dottrina sociale, la Le Novità, del 1891, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°, per arrivare alla piena accettazione della democrazia contemporanea. Si tratta comunque di argomenti ancora controversi in religione. I reazionari considerano l’accettazione della democrazia una degenerazione del magistero  e giungono a contestare i papi più recenti perché, soprattutto in politica, hanno detto cose diverse dai papi di un tempo.
  Certo, ai tempi in cui si formarono le nostre collettività delle origini, gli antichi processi democratici si erano da tempo estinti. Il regno e l’impero erano le forme politiche dominanti. E negli scritti sacri prodotti dall’esperienza di quelle collettività non troviamo dottrine politiche. Il Maestro non fu un capo politico. Parlò di un Regno, ma non di questo mondo.  Il detto che gli è attribuito  “Date a Cesare quel che è di Cesare…”, non va inteso, naturalmente, come una sorta di regolamento di condominio tra poteri nel mondo, quello di Cesare, il nome a cui si richiamarono tutti gli imperatori romani, e quello  Celeste, ma nel senso che su tutto prevalgono le esigenze della fede. Così appunto lo intesero i primi nostri fedeli che si fecero ammazzare in forme in genere particolarmente crudeli, quando non poterono procurarsi carte false attestanti l’adempimento dell’obbligo di compiere atti sacri per l’imperatore romano, pur di non riconoscere, con un atto rituale, la divinità dei Cesari. Fatto sta che le nostre prime organizzazioni religiose assunsero presto un aspetto monarchico, come piccoli regni federati tra loro con intese di  comunione: si riconoscevano reciprocamente con lettere di comunione, in cui ci si attestava di andare d’accordo. Ci si scambiavano anche lettere di scomunica, e piuttosto frequentemente! Una situazione piuttosto effervescente alla quale venne posta fine quando l’imperatore, Cesare, all’esito di un processo ancora piuttosto misterioso, decise di assumere la nostra fede come propria forma di sacralizzazione  politica, e quindi come ideologia dei proprio regno politico, nel Quarto secolo della nostra era.
8.  Gli antichi filosofi greci, ragionando sulle esperienze politiche dei loro tempi, diffidarono della democrazia. Vi partecipava una minoranza  della popolazione che praticamente non doveva occuparsi d’altro, ma anche questa gente si lasciava trascinare dall’emotività, non aveva la pazienza d’approfondire, seguiva quelli che meglio mostravano di saper agitare  le collettività divenendone guide. I più decidevano secondo i propri interessi privati o di gruppo, premiando le guide che mostravano di voleri favorire, ma chi arrivava al potere promettendo  di farlo spesso ne abusava. Ogni potere supremo tendeva rapidamente a degenerare, per cui occorreva correre ai ripari. Non sarebbe stato meglio scegliere guide politiche tra persone competenti e animate dall’intenzione di fare il bene di tutti? Ecco perché gli antichi filosofi greci pensarono a loro stessi come alle migliori guide delle collettività politiche, ma non riuscirono mai ad esserlo. Al massimo furono consiglieri  di chi comandava di volta in volta. Ma che cos’è poi il bene? Al dunque rimangono i rapporti di forza nella società. E chi giunge ai vertici tende a mantenere il potere che ha: poiché è il numero che fa la forza, tende a creare una sua  corte, un gruppo che lo spalleggia per avere in cambio un po’ del potere sugli altri. Le assemblee limitano chi comanda e allora chi ha il potere tende a limitarle a sua volta, riducendone gli spazi di decisione, fino ad abolirle addirittura. Ogni potere politico tende a diventare assoluto, libero da vincoli, da limiti.  In fondo è storia anche dei nostri giorni.
   In un mondo fatto di tanti servi abbruttiti dal lavoro, in cui l’accesso alla conoscenza era di pochi, sembrava inverosimile che la gente comune avesse voce in capitolo nelle cose della politica. E questo anche nelle epoche storiche in cui si manifestarono processi democratici, come nell’antica Roma prima che cadesse nel dominio di imperatori assoluti, nel primo secolo dell’era antica, nell’età d’oro dei Comuni  europei, le esperienze di libertà delle industriose città dall’inizio del Secondo Millennio della nostra era e fino al Trecento, o nel regno inglese dal Duecento. La magnificenza della corti che si riunivano intorno a chi era riuscito ad assolutizzare  il proprio potere politico supremo gravava sul duro lavoro dei più, che, oppressi dal lavoro, non avevano la capacità di occuparsi della politica, in particolare organizzandosi collettivamente, e cadevano in mani altrui, anche se non fino alla condizione di schiavi. A lungo si ritenne che questa fosse una situazione naturale e che la ribellione fosse un grave delitto. I poteri assoluti  proposero diverse giustificazioni di loro stessi, del perché dovessero essere assoluti. La loro sacralizzazione  li aiutò in questo: si presentarono come delegati dal Cielo per fare il bene di tutti. Altrimenti la società sarebbe caduta in rovina, in preda alla violenza e all’arbitrio. A lungo questa situazione di temuta anarchia  fu assimilata alla democrazia, dove di quest’ultima si erano perse esperienza e memoria.
  Quello che ho cercato di sintetizzare spiega perché, quando ci si propose di coinvolgere  tutti  nei processi politici, nelle decisioni comuni, si iniziò con l’idea di liberare il lavoro. E’ un processo recente: risale alla seconda metà dell’Ottocento. Nella Costituzione italiana vigente ne vediamo il frutto maturo: proclama l’Italia come una repubblica  democratica  fondata sul lavoro. Ma su un lavoro libero. Ai nostri tempi ha iniziato ad esserlo sempre meno, lo sappiamo. E anche i processi democratici sono entrati in crisi.
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Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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