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giovedì 30 novembre 2017

Fake news

Fake news

  Nel dibattito politico di questi giorni si parla molto di fake news. Fake è una parola inglese che significa  falso. Nella stessa lingua news  significa le notizie che vengono messe in circolo tra la gente, ad esempio mediante i quotidiani, i telegiornali, ma anche mediante le applicazioni sociali sul WEB, come i blog (uno è quello in cui leggete questo intervento), Facebook  e Twitter. Fake news  significa quindi notizia falsa che circola in un certo pubblico, tra la gente. Non è la stessa cosa dire una bugia e farla circolare in modo che diventi una voce  credibile. Si tratta sempre di un inganno, ma nel secondo caso gli effetti sono molto maggiori. Di solito, quando viene riconosciuta una bugia, si sa chi l’ha detta, nelle fake news, invece, è diverso: con difficoltà si riesce a riconoscerne l’origine.  Chi le ha diffuse si difende sostenendo di averla trovate circolare tra la gente e questo in particolare per quelle che si riesce a diffondere sul WEB. Si è scoperto di recente che certe ci sono addirittura agenzie governative che diffondono fake news  sul WEB sotto falsa identità: in questo caso si tratta di una specie di guerra informatica e fatti del genere finiscono per interessare il controspionaggio. Ma una fake news  può originare anche da un errore, da un abbaglio, da ignoranza o via dicendo: anche chi la diffonde può non rendersi conto che si tratta di un falso. Nell’organizzazione dei grandi quotidiani è più difficile che accada, perché le redazioni organizzano attività di fact checking, di verifica della credibilità dell’informazione. Non solo per non essere trascinati in cause civili e penali per diffamazione, ma per mantenere il prestigio del giornale. Ci sono però giornali che, programmaticamente, tendono un po’ a gonfiare ed esagerare certe notizie, e a riportare senza tante verifiche puntuali, voci correnti nel pubblico, ma di solito dichiarano espressamente a che gioco vogliono giocare: si tratta di pubblicazioni  scandalistiche,  destinate ad un pubblico che vuole proprio quello e che, però, non utilizza le informazioni che riceve per orientarsi nelle scelte più importanti, ma per farsi solleticare, in particolare su argomenti pruriginosi. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America la differenza tra i due tipi di giornali è molto riconoscibile: in Italia meno, ma facendo un piccolo sforzo si può riuscire a cogliere la differente impostazione. E’ chiaro che, di solito, nelle informazioni diffuse sul WEB, ad esempio in un  gruppo di amici su Facebook, quell’attività di fact checking  manca. Dovrebbe essere la persona che riceve l’informazione a verificarne l’affidabilità, ma, data la velocità con cui si passa da un argomento all’altro nelle applicazioni sociali telematiche, penso che in genere si trascuri di farlo. Così le fake news  che girano sul WEB tendono ad avere una certa stabilità, che è appunto l’effetto di chi le ha diffuse volontariamente, dolosamente.
 Le  fake news  possono influenzare pesantemente una campagna elettorale. In Italia i partiti se ne sono accorti e ho letto che si ha in animo di approvare d’urgenza una legge in materia.
  Qualche anno fa, durante una campagna elettorale statunitense in cui era candidato il democratico  Barak Obama, si diffuse la voce che quest’ultimo non fosse nato negli Stati Uniti d’America e che quindi, in base alla Costituzione di quella nazione, non potesse candidarsi alla presidenza federale. In realtà, Obama era nato nel 1961 nelle Hawaii, che dal 1959 sono uno degli stati degli Stati Uniti d’America. La fake news ha resistito anche all’esibizione di documenti comprovanti la nascita negli Stati Uniti d’America. Obama è figlio di una statunitense e di un kenyota, un africano e ha la pelle più scura dei discendenti degli europei. Basta nascere negli Stati Uniti d’America per averne la cittadinanza.  E’ come se da noi diventasse Presidente della Repubblica uno di quei ragazzi, nati in Italia, figli di immigrati, ai quali siamo tanto restii a concedere la cittadinanza. Al fondo della credibilità della  fake news c’era un pregiudizio razzista, il rifiuto che certe etnie potessero esprimere un presidente.
  La diffusione di fake news  può fare la differenza in un contesto politico elettorale, dove, dopo il terremoto alle elezioni del 2013, le formazioni politiche che ne uscirono hanno riacquistato una certa stabilità. Le indagine demoscopiche rilevano differenze nel tempo  molto piccole, dello zero virgola qualcosa. In questo scenario è molto importante la quota marginale degli elettori, proprio quello zero virgola qualcosa. Diffondere nei giorni precedenti quello delle elezioni una fake news  ben confezionata può determinarne il passaggio da una parte all’altra. Si tratta di elettori che spesso decidono come votare il giorno stesso delle elezioni.
  Per verificare  una notizia è utile discuterne o confrontare varie fonti. Io compro giornali di varia tendenza in modo da avere un quadro più preciso: ciascuno racconta una verità orientata e critica quello che dicono gli altri giornali di schieramento diverso. Nel complesso mi posso fare un’idea più precisa del grado di affidabilità  di una notizia e, in particolare, farmi un’idea delle sue fonti e degli scopi per i quali eventualmente è stata diffusa. Questo è più difficile da fare partecipando ad applicazioni sociali sul WEB e questo perché ci si ritrova prevalentemente tra gente che la pensa in uno stesso modo e che, quindi, è poco disposta a mettersi in  questione. Noi ci orientiamo come fanno gli stormi di uccelli, guardando come fanno quelli più vicini. Se ci ritroviamo sempre e solo tra gente che va in una sola direzione e pensa in uno stesso modo, è più difficile esercitare un vaglio critico. Sulle applicazioni sociali chi dissente di solito è sentito come estraneo e spesso cancellato dal gruppo o, comunque, indotto ad andarsene. E non è raro che chi dissente non lo faccia argomentando in modo razionale, proponendo notizie affidabili, ma insultando, ricorrendo a slogan e frasi fatte. Si vive connessi, si ha sempre in mano il telefonino, ma, a parte la consolazione di partecipare emotivamente ad un gruppo di persone, di non sentirsi più  soli, quello che si ricava da questa connessione permanente  è spesso abbastanza povero in termini di informazione. A chi è colpito da questo tipo di povertà non è difficile darla da bere.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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