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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 19 novembre 2017

Papa Giovanni Paolo 2° - omelia nella Messa del 2 dicembre 1979, celebrata durante la visita alla nostra parrocchia

dal WEB:
https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1979/documents/hf_jp-ii_hom_19791202_st-clement-parish.html

VISITA ALLA PARROCCHIA ROMANA
DI SAN CLEMENTE AI PRATI FISCALI
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
I Domenica di Avvento, 2 dicembre 1979

Dal WEB. Karol Wojtyla arriva a Roma per il Conclave nel 1978. Aveva due anni meno di me ora. Divenne un Papa giovane che piaceva a noi giovani di allora.


1. Desidero salutare tutta la vostra parrocchia nel nome di colui che è il suo Patrono: San Clemente, uno dei primi successori di San Pietro, Vescovo di Roma, vissuto alla fine del primo secolo dopo Cristo, testimone della fede apostolica, esule e martire. Diriga egli i nostri passi ed accompagni questa visita che, dopo 19 secoli, compie, nella parrocchia a lui dedicata, il suo successore in Roma. Interceda per noi e parli a noi con l’eloquenza di quella testimonianza apostolica, nella quale è vissuta questa città ai suoi tempi, appena qualche decina di anni dopo i Santi Pietro e Paolo.
  La città di una particolare scelta da parte di Dio: potessimo noi sempre meritare, con la nostra vita e con la nostra condotta, questa scelta insolita! Possa servire a tale scopo anche la visita odierna alla vostra parrocchia!
  In conformità con la tradizione apostolica, inizio questa visita con un saluto rivolto a Dio e al nostro Signore Gesù Cristo “che è, che era e che viene” (Ap 1, 8). E, nello stesso tempo, con un saluto rivolto a tutta la vostra comunità in Cristo.
  Anzitutto, un cordiale saluto al vostro zelante parroco, Monsignor Vincenzo Pezzella, e ai sacerdoti che con lui collaborano nella cura pastorale; alle buone Suore della Congregazione del “Divino Amore” e a tutte le Religiose, che vivono ed operano nell’ambito della parrocchia; alle 6.000 famiglie, ai padri, alle madri, a tutti i 24.000 fedeli, che formano la Chiesa viva in questa zona di Roma, e che dal 1956, cioè da 23 anni, costituiscono la parrocchia.
Il mio paterno saluto va anche ai bambini, agli adolescenti, ai giovani, alle giovani coppie, agli anziani, agli ammalati. Un saluto di compiacimento e di incoraggiamento a tutti coloro che, sacrificando generosamente il loro tempo, si dedicano, secondo le proprie possibilità e capacità, ad essere disponibili per il vario e complesso lavoro che si svolge in questa comunità, così vivace, dinamica e attiva. Un plauso, in particolare, a quanti si consacrano con impegno alla catechesi parrocchiale a tutti i livelli.
  Ed aggiungo, anche, in questa gioiosa circostanza, l’augurio che siano presto superate tutte le difficoltà e che siano trovati i mezzi adeguati perché possiate avere un tempio, non più provvisorio, e accomodato, ma bello e definitivo, quale lo sognate e lo desiderate, insieme con i vostri sacerdoti, da tanti anni.
2. Avvento: Prima domenica d’Avvento. “Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse...” (Ger 33, 14): leggiamo oggi queste parole del libro del profeta Geremia e sappiamo che esse annunziano l’inizio del nuovo anno liturgico e, nello stesso tempo, annunziano il momento imminente, già in questa liturgia, della natività del Figlio di Dio dalla Vergine. A tale momento nell’anno liturgico della Chiesa, a questa grande e gioiosa solennità, ci prepariamo ogni anno. Desidero che anche la mia odierna visita nella parrocchia di San Clemente serva a questa preparazione. Infatti, il giorno in cui nasce Cristo deve portarci (come annuncia lo stesso profeta Geremia) questa gioiosa certezza che “il Signore è la nostra giustizia” (cf. Ger 33, 16).
3. Per il Natale la Chiesa si prepara in modo del tutto particolare. Ci ricorda lo stesso evento, che ha presentato recentemente, alla fine quasi dell’anno liturgico. Ci ricorda, cioè, il giorno dell’ultima venuta di Cristo. Vivremo in modo giusto il Natale, cioè la gioiosa prima venuta del Salvatore, quando saremo consapevoli della sua ultima venuta “con potenza e gloria grande” (Lc 21, 27), come dichiara il Vangelo di oggi. In questo brano c’è una frase, sulla quale voglio richiamare la vostra attenzione: “Gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra” (Lc 21, 26).
  Richiamo l’attenzione perché anche nella nostra epoca la paura “di ciò che dovrà accadere sulla terra” si comunica agli uomini.
  Il tempo della fine del mondo nessuno lo conosce “ma solo il Padre” (Mc 13, 32), e perciò da quella paura, che si comunica agli uomini del nostro tempo, non deduciamo alcuna conseguenza per quanto riguarda il futuro del mondo. Invece, è bene fermarsi su questa frase del Vangelo odierno. Per vivere bene il ricordo della memoria della nascita di Cristo, bisogna tener bene in mente la verità sull’ultima venuta di Cristo; su quell’ultimo Avvento. E quando il Signore Gesù dice: “State bene attenti... che quel giorno non vi piombi addosso improvviso, come un laccio” (Lc 21, 34), allora giustamente sentiamo che egli parla qui non solo dell’ultimo giorno di tutto il mondo umano, ma anche dell’ultimo giorno di ogni uomo.
  Quel giorno, che chiude il tempo della nostra vita sulla terra e apre davanti a noi la dimensione dell’eternità, è anche l’Avvento. In quel giorno verrà a noi il Signore come Redentore e Giudice.
4. Così dunque, come vediamo, è molteplice il significato dell’Avvento, che, come tempo liturgico, ha inizio con la domenica odierna. Sembra però che soprattutto la prima delle quattro domeniche di questo periodo voglia parlarci con la verità del “passare”, a cui sono sottoposti il mondo e l’uomo nel mondo. La nostra vita nel mondo è un “passare”, che inevitabilmente conduce al termine. Tuttavia, la Chiesa vuol dire a noi – e lo fa con tutta la perseveranza – che questo passare e quel termine sono, nello stesso tempo, avvento: noi non solo passiamo, ma contemporaneamente ci prepariamo! Ci prepariamo all’incontro con lui.
  La fondamentale verità sull’Avvento è, nello stesso tempo, seria e gioiosa. È seria: risuona in essa lo stesso “vegliate” che abbiamo sentito nella liturgia delle ultime domeniche dell’anno liturgico. Ed è, nello stesso tempo, gioiosa: l’uomo infatti non vive “nel vuoto” (lo scopo della vita dell’uomo non è “il vuoto”). La vita dell’uomo non è soltanto un avvicinarsi al termine, che insieme alla morte del corpo significherebbe l’annientamento di tutto l’essere umano. L’Avvento porta in sé la certezza della indistruttibilità di questo essere. Se ripete: “Vegliate e pregate...” (Lc 21, 36), lo fa perché possiamo essere preparati a “comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21, 36).
5. In questo modo, l’Avvento è anche il primo e fondamentale tempo di scelta; accettandolo, partecipando ad esso, scegliamo il principale senso di tutto la vita. Tutto ciò che avviene tra il giorno della nascita e quello della morte di ognuno di noi, costituisce, per così dire, una grande prova: l’esame della nostra umanità. E perciò, quell’ardente richiamo di San Paolo nella seconda lettura di oggi: il richiamo a potenziare l’amore, a rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori nella santità; l’invito a tutto il nostro modo di comportarci (in linguaggio d’oggi si potrebbe dire “a tutto lo stile di vita”), all’osservanza dei comandamenti di Cristo. L’Apostolo insegna: se noi dobbiamo piacere a Dio, non possiamo perseverare nella stasi, dobbiamo andare avanti, cioè “per distinguerci ancora di più” (cf. 1 Ts 4, 1). Ed è così infatti. Nel Vangelo vi è un invito al progresso. Oggi tutto il mondo è pieno di inviti al progresso.    
  Nessuno vuole essere un “non-progressista”. Si tratta, tuttavia, di sapere in che modo si debba e si possa “essere progressisti”, in che cosa consista il vero progresso. Non possiamo passare tranquillamente al di sopra di queste domande. L’Avvento porta in sé il significato più profondo del progresso. L’Avvento ci ricorda ogni anno che la vita umana non può essere una stasi. Deve essere un progresso. L’Avvento ci indica in che cosa consiste questo progresso.
6. E perciò aspettiamo il momento della nuova nascita di Cristo nella liturgia. Poiché egli è Colui che – come dice il Salmo di oggi – “addita la via giusta ai peccatori; guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie” (Sal 25, 8-9).
E quindi verso Colui che verrà – verso Cristo – ci rivolgiamo con piena fiducia e convinzione.
E diciamo a lui:
Guida!
Guidami nella verità!
Guidaci nella verità!
Guida, o Cristo,
nella verità i padri e le madri di famiglia della parrocchia:
spronati e fortificati
dalla grazia sacramentale del matrimonio
e consapevoli di essere sulla terra
il segno visibile
del tuo indefettibile amore per la Chiesa,
sappiano essere sereni e decisi
nell’affrontare con coerenza evangelica
le responsabilità della vita coniugale
e dell’educazione cristiana dei figli.
Guida, o Cristo, nella verità
i giovani della parrocchia:
che non si lascino attrarre
dai nuovi idoli,
quali il consumismo ad oltranza,
il benessere ad ogni costo,
il permissivismo morale,
la violenza protestataria,
ma vivano con gioia il tuo messaggio,
che è il messaggio delle Beatitudini,
il messaggio dell’amore verso Dio
e verso il prossimo,
il messaggio dell’impegno morale
per la trasformazione autentica della società.
Guida, o Cristo, nella verità
tutti i fedeli della parrocchia:
che la fede cristiana
animi tutta la loro vita
e li faccia diventare, di fronte al mondo,
coraggiosi testimoni
della tua missione di salvezza,
membri coscienti
e dinamici della Chiesa,
lieti di essere figli di Dio
e fratelli, con te, di tutti gli uomini!
Guidaci, o Cristo, nella verità!
Sempre!
**********************************
Nota mia:
   Quando il Papa venne a visitare la nostra parrocchia nel 1979 io non c’ero. La parrocchia non era il mio mondo, era quello di mia madre, che vi faceva la catechista, Aveva dieci anni di meno del me di adesso, ma a me sembrava vecchia. Ora lo è veramente e anch’io lo sto diventando. Nel ‘79 ero più giovane delle mie figlie oggi. Stavo finendo l’università. Da qualche mese ero entrato in FUCI e, da fucino, avevo incontrato il Papa, che aveva 59 anni, uno di  meno di me ora, e aveva iniziato il suo alto ministero l’anno precedente.
  E’ passata una vita intera, molto velocemente ad uno sguardo retrospettivo. Mi ammonirono all’epoca: questo  è per te il momento della scelta, irripetibile, il tempo è poco, è ora che bisogna decidersi. Come tanti giovani miei coetanei non credetti, non prestai fede. All’inizio la vita sembra smisurata. Mi accorgo così di aver sprecato tanto tempo, in particolare tante possibilità di bene.
   Alla fine dell’anno liturgico è tempo di fare un bilancio, ci ha spiegato stamattina a Messa il sacerdote. Alla mia età adesso è addirittura l’ora di fare quello di una vita. Mio padre ci lasciò improvvisamente quando aveva solo quattro anni più di me.
  Che dire? Come ho utilizzato i talenti che mi erano stati consegnati? Che farei se mi trovassi nella situazione dei servi della parabola del Vangelo di oggi (Mt 25,14-30)? Temo di aver portato con me il talento che mi era stato affidato, senza nemmeno sotterrarlo per preservarlo, ma mettendolo tra le tante cianfrusaglie di  una vita, di modo che ogni tanto saltava casualmente fuori e poi veniva di nuovo perso.
  Riconosco la verità della critica che un amico mi fece a quell’epoca, a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80. Ho rifiutato l’impegno, mi sono sempre ritirato, sono stato prevalentemente un osservatore. Ora posso dare tante giustificazioni, ma rimane il fatto  che ora vorrei essere stato migliore. Ho potuto constatare che è un sentimento abbastanza comune tra i miei coetanei.
  Cambiare il passato è impossibile. Lo dico ai ventenni di adesso. Ci credano, prestino fede a quello che dico. Si può essere diversi solo da oggi in avanti. E il tempo fugge. Man mano che si cresce, cambiare diventa sempre più difficile: manca il tempo. Si diventa poveri di tempo.
  Nella storia del pensiero è stato osservato che il tempo soggettivo non appare scorrere sempre uguale nella nostra vita. E’ lento a passare all’inizio e prende ad andare sempre più veloce crescendo. Alla mia età un anno è come un mese di quando avevo vent’anni. E da adesso in poi andrà sempre peggio. Si è ricchi di tempo da giovani e sempre più poveri da anziani. Da vecchi il trascorrere del tempo tende anche a diventare senza senso, così, tutto sommato, è dolce che acceleri: si soffre di meno.
 Da giovani si è più ricchi di tempo, ma non di rado lo si spreca. E la civiltà in cui viviamo spesso non ci aiuta a correggerci. Tutto, a volte, coopera nello scoraggiarci. Chi ha tempo, ne tenga conto. Non perseveri nella stasi. E’ comunque inutile rimpiangere il tempo perduto, e anche molto doloroso proprio perché inutile. Avanti, bisogna guardare. «Avanti! Avanti!» ci esortava in famiglia, da  molto anziano, mio zio Achille, nostro riferimento spirituale di sempre.  «Nel Vangelo vi è un invito al progresso» ha insegnato il Papa santo, «l’Avvento ci indica in che cosa consiste questo progresso. E perciò aspettiamo il momento della nuova nascita di Cristo nella liturgia. Poiché egli è Colui che – come dice il Salmo– “addita la via giusta ai peccatori; guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie” (Sal 25, 8-9)». Così sia.
 Mi consola questo: Karol Wojtyla è stato proclamato santo in gran parte per le cose che fece dai sessant’anni in poi. Cooperò al cambiamento del mondo di allora. Dunque: avanti! Vale anche per gli anziani.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.




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