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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 8 novembre 2017

Papa Francesco - omelia del 2-11-17 - contro la guerra, con una mia nota in coda


Dal WEB:
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2017/documents/papa-francesco_20171102_omelia-defunti.html

SANTA MESSA PER TUTTI I CADUTI DELLE GUERRE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Cimitero Americano di Nettuno
Giovedì, 2 novembre 2017

  Tutti noi, oggi, siamo qui radunati in speranza. Ognuno di noi, nel proprio cuore, può ripetere le parole di Giobbe che abbiamo sentito nella prima Lettura: “Io so che il mio Redentore è vito e che ultimo si ergerà sulla polvere”. La speranza di rincontrare Dio, di rincontrarci tutti noi, come fratelli: e questa speranza non delude. Paolo è stato forte in quella espressione della seconda Lettura: “La speranza non delude”.
  Ma la speranza tante volte nasce e mette le sue radici in tante piaghe umane, in tanti dolori umani e quel momento di dolore, di piaga, di sofferenza ci fa guardare il Cielo e dire: “Io credo che il mio Redentore è vivo. Ma fermati, Signore”. E questa è la preghiera che forse esce da tutti noi, quando guardiamo questo cimitero. “Sono sicuro, Signore, che questi nostri fratelli sono con te. Sono sicuro”, noi diciamo questo. “Ma, per favore, Signore, fermati. Non più. Non più la guerra. Non più questa strage inutile”, come aveva detto Benedetto XV (=15°). Meglio sperare senza questa distruzione: giovani … migliaia, migliaia, migliaia, migliaia … speranze rotte. “Non più, Signore”. E questo dobbiamo dirlo oggi, che preghiamo per tutti i defunti, ma in questo luogo preghiamo in modo speciale per questi ragazzi; oggi che il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra. “Non più, Signore. Non più”. Con la guerra si perde tutto.
  Mi viene alla mente quell’anziana che guardando le rovine di Hiroshima, con rassegnazione sapienziale ma molto dolore, con quella rassegnazione lamentosa che sanno vivere le donne, perché è il loro carisma, diceva: “Gli uomini fanno di tutto per dichiarare e fare una guerra, e alla fine distruggono se stessi”. Questa è la guerra: la distruzione di noi stessi. Sicuramente quella donna, quell’anziana, lì aveva perso dei figli e dei nipotini; le erano rimaste solo la piaga nel cuore e le lacrime. E se oggi è un giorno di speranza, oggi è anche un giorno di lacrime. Lacrime come quelle che sentivano e facevano le donne quando arrivava la posta: “Lei, signora, ha l’onore che suo marito è stato un eroe della Patria; che i suoi figli sono eroi della Patria”. Sono lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare. Questo orgoglio di questa umanità che non ha imparato la lezione e sembra che non voglia impararla!
  Quando tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra, sono convinti di portare un mondo nuovo, sono convinti di fare una “primavera”. E finisce in un inverno, brutto, crudele, con il regno del terrore e la morte. Oggi preghiamo per tutti i defunti, tutti, ma in modo speciale per questi giovani, in un momento in cui tanti muoiono nelle battaglie di ogni giorno di questa guerra a pezzetti. Preghiamo anche per i morti di oggi, i morti di guerra, anche bambini, innocenti. Questo è il frutto della guerra: la morte. E che il Signore ci dia la grazia di piangere.

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Nota mia:
  Il problema della guerra mi pare completamente assente dal dibattito politico nazionale.
  E’ vero che, come sostiene il Papa, “il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra”?
  Sicuramente ci si prepara alla guerra, in particolare in tre delle quattro maggiori potenze mondiali: gli Stati Uniti d’America, la Federazione Russa, la Repubblica Popolare di Cina.
  Un teatro di guerra si sta inscenando molto vicino alla Repubblica Popolare di Cina. Una flotta navale statunitense è laggiù nei pressi, inviata, secondo la versione ufficiale, per fare pressioni sul governo della comunista Repubblica Popolare Democratica di Corea, egemone nel nord della penisola coreana, perché cessi il suo programma di progettazione, costruzione e sperimentazione di armi nucleari strategiche. Quando grandi dispositivi militari di potenze in contrasto di interessi politici si accostano molto tra loro, il pericolo di un incidente di guerra, di una battaglia che scoppi per un fraintendimento delle intenzioni degli altri, è molto alto. Fatalmente un conflitto tra gli statunitensi e i nord-coreani coinvolgerebbe i cinesi e questo farebbe di colpo cessare il modello di sviluppo europeo. Perché? Perché gran parte degli oggetti di nostro uso quotidiano ci viene dalla Cina. Ma siamo legati agli Stati Uniti d’America, dal trattato militare degli accordi NATO, da un impegno di intervento in loro aiuto qualora venissero aggrediti. Una guerra dall’altra parte del mondo coinvolgerebbe anche noi, come già è accaduto nella guerra in Afghanistan, dopo l’attentato della distruzione delle Torri Gemelle a New York, l’11 settembre 2001. Una questione, quindi, di grande interesse politico, ma apparentemente di nessun interesse per i politici delle maggiori formazioni politiche italiane, che vi dedicano distrattamente pochi riferimenti di circostanza. A parole, certo, chi oggi è a favore della guerra? Ma, nei fatti, di fronte a un concreto pericolo di guerra, quali progetti si fanno per evitarla? E come si potrebbe fare per riuscirci? Non è questione in cui possa essere decisiva l’Italia, che è stata storicamente, dal 1945, sempre fortemente influenzata dai governi federali statunitensi. I nostri politici rampanti che ambiscono al governo prima o poi vanno negli Stati Uniti d’America a presentarsi per ottenere una specie di via libera. Un risultato concreto potrebbe raggiungersi influenzando la politica internazionale dell’Unione Europea e noi siamo in buona posizione per farlo, poiché, nella Commissione Europea, abbiamo l’italiana Federica Mogherini che si occupa della politica estera dell’Unione. Ma i discorsi che da noi si fanno riguardo all’Unione Europea in genere volano basso e trattano di noi e l’Europa, delle nostre rivendicazioni verso l’Unione, piuttosto che di  noi nell’Europa, vale a dire della nostra influenza nelle istituzione europee. E’ un po’ lo stesso atteggiamento che abbiamo verso gli statunitensi, verso una potenza straniera che tende ad esercitare sull’Italia una sorta di protettorato. Solo che, in realtà, noi siamo Europa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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