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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 19 novembre 2017

Noi in Europa

Noi in Europa

La tabella del Risiko: la politica internazionale non può essere concepita e condotta con lo spirito bambinesco con cui si partecipa a quel gioco. Essere leader esige studio, preparazione ed esperienza. 


  L’Unione Europea è un complesso di istituzioni che hanno come obiettivo di  promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei popoli degli stati che vi aderiscono, creando una cittadinanza e un’economia  comuni, assicurando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone, organizzando un mercato interno che consenta lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, consentendo nello stesso tempo un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente, e infine organizzando un'unione economica e monetaria la cui moneta è l'euro. In concreto esse lavorano per promuovere la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri. Servono a superare la tirannia dell’interesse nazionale, che storicamente aveva portato a una continua serie di conflitti da quando, con il formarsi degli stati  nazionali, dal Seicento, l’assetto politico dell’Europa aveva assunto le caratteristiche che ancora aveva fino agli scorsi anni Cinquanta e per certi versi ancora ha.
  Ma l’Unione Europea è anche un processo, vale a dire un lavoro non ancora concluso,  un programma di azioni per il futuro che riguardano essa stessa: nell'istituirla, nel 1992, con il Trattato di Maastricht,  si decise infatti  che essa fosse una nuova tappa processo di creazione di un'unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini. Alcuni pensano, come gli autori del Manifesto di Ventotene,  scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Emanuele Colorni nel 1941, che quel processo debba scaturire nella creazione di uno stato federale, come lo sono gli Stati Uniti d’America. Questa probabilmente fu l’idea anche dei politici che iniziarono quel processo, dagli anni ’50, a partire dall’istituzione  nel 1951 della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio,  e di quelli che lo proseguirono fino ad 2007, quando, con la conclusione del Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 dicembre 2009, le istituzioni europee ebbero l’attuale organizzazione. Ma, considerando la sua evoluzione contemporanea e i problemi creati storicamente, e anche ora, dagli stati, probabilmente ne scaturirà qualcosa di nuovo, diverso da uno stato federale, ancora in gran parte da pensare e progettare.
  Lo stato, dal Seicento, è stato costruito ideologicamente come l’istituzione nazionale che non riconosceva alcun potere sopra di sé, come era per gli antichi imperatori. Lo si iniziò a definire stato nazionale. Si collegava in tal modo il potere supremo alla nazione, vale a dire ad un popolo con caratteristiche culturali ed etniche comuni, quindi lingua, cultura, intesa come costumi e tradizioni,  in essa compresa la religione, ed infine stirpe, la comune discendenza che dà a quelli di famiglie da tempo stanziate in un certo posto delle facce simili. Il monarca, appartenente ad una dinastia regnante per stirpe, rappresentava l’unità della nazione e questo giustificava il potere supremo che gli era attribuito. Con il  manifestarsi e il progredire, dal Settecento, dei processi democratici, altre istituzioni, legittimate da moti rivoluzionari o procedure elettive,  condivisero, e i molti casi sostituirono, quel potere supremo, che tese a divenire però impersonale, come espressione di quello del popolo. Quest’ultimo, in questa concezione, non si identifica solo con la gente che risiede stabilmente in un certo territorio, ma  è fondamentalmente un’entità culturale, storica ed etnica, che comprende vivi e morti e anche i non ancora nati, ragione per cui, ad esempio, la democrazia italiana concede la cittadinanza anche a persone di etnia italiana residenti in tutto il mondo e le ammette al voto alle elezioni politiche nazionali. A questo ci si vuole riferire ancor oggi quando si lamenta che l’immigrazione porterebbe all’inquinamento  o alla distruzione  dell’identità nazionale. Questa idea, portata all’estremo, condusse il regime nazista hitleriano (1933-1945) a cercare di depurare l’Europa dall’ebraismo sterminando gli ebrei (ma anche altre genti ritenute  inquinanti) utilizzando un gas antiparassitario insetticida, lo Ziklon B. L’idea  è la medesima, varia solo l’intensità omicida che si esprime.
 Lo stato nazionale  così concepito  si è dimostrato avere nello stesso tempo troppo e troppo  poco potere. Nel mondo dell’economia globalizzata contemporanea esso non ha il potere sufficiente per governare i mercati in modo che non pregiudichino i principi di solidarietà e sicurezza sociale  e per fronteggiare altri problemi sociali ed economici che si manifestano a livello sovranazionale, siano ad esempio i flussi migratori mondiali e quelli dell’approvvigionamento delle materie prime energetiche, in particolare petrolio, metano, uranio. Non solo: in un mondo di stati nazionali, quelli grossi tendono a inglobare quelli piccoli, cercando di sopprimere o comunque limitando le loro identità politiche nazionali. In Italia se ne fece esperienza nel dominio che l’Impero d’Austria-Ungheria esercitò sulle regioni italiane nord-orientali. Nello stesso tempo si è visto storicamente che lo stato nazionale può cadere con una certa facilità in mano ad oligarchie spregiudicate che all’interno prendono a tiranneggiare la gente mentre si dimostrano molto aggressive all’esterno, e così di rischia la guerra: i processi democratici a livello statale non si sono dimostrati contromisure sufficienti. Quindi, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si sta cercando di ridurre e controllare il potere degli stati nazionali con due strumenti politico-giuridici: da un verso organizzando istituzioni sovranazionali che abbiano potere anche sugli stati e dall’altro attuando dentro gli stati il principio di sussidiarietà, ideato nel Novecento dalla teologia politica cattolica, secondo il quale le istituzioni maggiori non debbono sovrastare e sostituire con propria burocrazia quelle minori, ma lasciar loro margini di autonomia e di auto-organizzazione e sostenerne l’azione. L’Unione Europea è organizzata proprio secondo questi principi.
  Nessun attuale problema italiano ha una dimensione esclusivamente italiana. Anzi: la maggior parte delle nostre crisi ha origine globale o comunque sovranazionale. La soluzione non può quindi che essere trovata ad un livello simile, per lo meno europeo. L’Unione Europea serve proprio per questo. In essa noi italiani siamo un membro co-decidente. Nel senso che l’Unione va dove anche noi decidiamo che vada. Non da soli, però: insieme a molti altri. Certamente la posizione dell’Italia è particolare. Il processo di unificazione politica europea infatti partì, venne e viene ancora sorretto da tre fondamentali membri: Francia, Germania e Italia. Qualora uno di essi abbandonasse l’Unione, come sta facendo la Gran Bretagna, sarebbe l’intera Unione Europea a fallire e a disgregarsi. Nella costruzione dell’Unione Europea ebbero un ruolo fondamentale i cattolico democratici: per molti versi si tratta di un progetto che scaturisce da principi della nostra dottrina sociale. L’indebolirsi dell’adesione a quest’ultima da parte della politica europea è uno degli elementi critici del processo di integrazione europea. La responsabilità della politica italiana, e in particolare dei cattolico democratici italiani, è quindi molto più alta di quella della politica di stati che sono ancora un po’ al margine del processo. Come, ad esempio, quelli che aderirono dopo essersi sottratti all’egemonia dell’Unione Sovietica. Essi oggi appaiono insofferenti delle regole stabilite per attuare la solidarietà europea. Vorrebbero ottenere i grandi vantaggi che derivano dal partecipare all’Unione Europea con i minori costi sociali ed economici. Questa, a ben vedere, è stata anche la linea dell’adesione della Gran Bretagna. Questi stati si relazionano con l’Unione Europea un po’ con lo spirito con cui lo facevano con la soppressa Unione Sovietica. Dall’esterno. Mantenendo, come dire, un piede fuori e un piede dentro, stando sulla soglia. L’Italia, invece, è sempre stata, fin dalle origini, ben dentro, al centro di tutto il processo. Lo  è stata perché storicamente ha avuto una politica di alto livello, colta, virtuosa, anche se i diffamatori della nostra democrazia non vogliono riconoscerlo, cercando di cancellarne la memoria.
  Il posto della nostra politica è dentro  l’Unione, ma come riuscire ad esserlo senza un livello sufficiente di cultura? E’ vitale, per noi italiani, rimanere dentro e dirigere l’Unione in modo che non si disgreghi, mantenga la sua forza nel mondo, e raggiunga i propri obiettivi sociali. Ma per questo occorre prepararsi molto bene. Non bastano le nozioni di base. Spesso addirittura si affronta lo scenario internazionale con spirito un po’ bambinesco, come quando si gioca a Risiko. E’ anzitutto la classe politica nazionale a doversi preparare adeguatamente, studiando, facendo esperienza e, in primo luogo, cercando e intrattenendo relazioni personali a livello sovranazionale, non rimanendo quindi confinata culturalmente e fisicamente nelle città e regioni di origine, nelle micro-patrie. Ma chi la sceglie? Non solo i partiti, anche se, certo, anche loro, preparando le liste dei candidati per le elezioni nazionali. Alla fine, però, il via libera lo dobbiamo dare noi il giorno del voto. Ma, come ho scritto anche in un intervento precedente, possiamo incidere anche prima del voto, proprio in questi mesi, nei quali si preparano programmi elettorali e si scelgono i candidati. E’ da adesso che possiamo, e quindi dobbiamo, influire in modo che siano candidate e poi siano elette le persone giuste, con il livello di cultura e competenza che servono per lavorare nell’Unione Europea. Quelle che, ad esempio, in ogni crisi sappiano proporre soluzioni che tengano conto non solo del nostro interesse nazionale, ma anche dell’interesse collettivo degli altri popoli dell’Unione Europea. Perché la nostra salvezza non sta nel rinchiuderci nella Penisola, ma nel farci forti a livello continentale: sarebbe perdente, per una nazione come l’Italia, il seguire la linea del presidente statunitense Donald Trump il quale ha riproposto lo slogan America First, l’interesse nazionale prima di tutto. Italia First  ci porterebbe alla rovina nazionale, perché siamo in un mondo in cui il  pesce grosso mangia il pesce piccolo e noi, italiani, da soli, saremmo, appunto, il pesce piccolo. Non è un caso che la politica attuale del governo statunitense appare quella di incoraggiare la disgregazione dell’Unione Europa, per poi trattare separatamente con ogni stato europeo, in un confronto in cui gli Stati Uniti sarebbero il pesce grosso.
  Anche la Santa Sede, che storicamente ha avuto una lunga controversia con lo stato italiano, dall'unità nazionale italiana, nel 1861, al 1929, per riavere un suo stato nel centro Italia, e infine lo riebbe nella  cittadella fortificata vaticana patteggiandolo con il Mussolini, si è resa conto che, nel mondo di oggi, essere  o avere  uno stato (la Santa Sede lo ha, non lo è) non basta più per procurarsi un  potere completamente indipendente e mettere così al sicuro da ingerenze indebite il supremo ministero religioso. Nessuno stato, nemmeno quello posseduto dalla Santa Sede a Roma, può oggi sottrarsi ad obblighi stabiliti da istituzioni sovranazionali e, del resto, la stessa Santa Sede di tali istituzioni è stata storicamente promotrice e sostenitrice. Pensa infatti, nella sue dottrina sociale, ad un’autorità mondiale  che limiti l’arbitrio degli stati nazionali. Ma quell’idea è obsoleta e andrebbe rivista ideologicamente: infatti un’autorità con quella potenza, un vero e proprio  impero,  riproporrebbe a livello globale gli stessi problemi degli stati nazionali. Nata per liberare  la Santa Sede dalla tirannia degli stati nazionali intorno, in primo luogo da quella del Regno d’Italia, la Città del Vaticano, all’interno delle grandi muraglie che la circondano da ogni lato salvo che su piazza San Pietro, appare un po’ come la prigione in cui i Papi si sono volontariamente separati e reclusi. Le stesse insufficienze che gli stati nazionali hanno dimostrato su  scala maggiore si sono manifestate anche nella gestione dello stato posseduto  dalla Santa Sede a Roma.
  Le questioni europee, che sono vitali anche per la salvezza nazionale richiedono, ha detto recentemente papa Francesco, parlando nello scorso ottobre ad una conferenza convocata dai  vescovi sui temi europei,  cristiani capaci di  «favorire il dialogo politico, specialmente laddove esso è minacciato e sembra prevalere lo scontro. I cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica, intesa come massimo servizio al bene comune e non come un’occupazione di potere. Ciò richiede anche un’adeguata formazione, perché la politica non è “l’arte dell’improvvisazione”, bensì un’espressione alta di abnegazione e dedizione personale a vantaggio della comunità. Essere leader esige studio, preparazione ed esperienza.» [Papa Francesco discorso ai partecipanti alla conferenza "(Re)thinking Europe", 8 ottobre 2017]. Ricordiamo bene queste parole quando toccherà a noi decidere per selezionare un nuovo ceto politico nazionale. Studio, preparazione ed esperienza: questo dobbiamo cercare nei curricoli dei candidati.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




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