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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 11 novembre 2017

Il rischio di crollo della società per la crisi delle banche

Il rischio di crollo della società per la crisi delle banche

Assegnini: dalla metà degli anni Settanta furono emessi dalle banche per sostituire le monete metalliche da cento lire che erano diventate insufficienti


 La società è  una collettività umana organizzata, vale a dire costruita. E’ possibile che crolli, come quando accade ad un palazzo? Quindi non per fatti rivoluzionari, per la volontà di cambiarla con la violenza, ma per difetti suoi propri di organizzazione. E’ possibile e ciclicamente accade. Può accadere anche nel corso di una rivoluzione, quando essa non riesce a costruire rapidamente un nuovo ordine. Nella metamorfosi degli stati comunisti dell’Europa orientale prodottasi nel corso degli scorsi anni ’90 accadde solo nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia: nel corso della sua disgregazione, in una delle repubbliche che la componeva, la Bosnia - Erzegovina, la società crollò per alcuni anni, tra il 1992 e il 1997. Si trattò di un di una piccola porzione della società europea e ancora poco integrata con le altre economie del continente: le conseguenze per gli altri stati europei furono poco rilevanti. Se, invece, crollasse la società italiana le conseguenze sarebbero molto più gravi, trattandosi di uno stato al settimo posto tra i dieci paesi più industrializzati, in una classifica che comprende (dal maggiore al minore) Cina, Usa, Giappone, Germania, Corea del Sud, India, Italia, Francia, Gran Bretagna e Messico [fonte: rapporto Scenari Industriali 2017 di Confindustria].
  Bisogna essere consapevoli che la politica nazionale è uno dei fattori determinanti della stabilità di una società e, quindi, può anche determinarne il crollo, oppure, se si produce per altre cause un cedimento sociale, può non essere capace di contenerlo con successo.
 Un altro di quei fattori è l’economia.
 L’economia può essere considerata sotto diversi aspetti. Da un punto di vista politico, vale a dire del governo di una società nell'interesse di tutti, serve a mantenere il benessere della gente, a farle arrivare ciò che le serve per la vita di tutti i giorni e anche quello che occorre per produrre e commerciare. Serve anche a fare in modo che la ricchezza prodotta e non immediatamente utilizzata per ciò che serve per la vita quotidiana possa essere tenuta al sicuro (risparmio) o investita in attività di produzione o commercio (capitalizzazione). Tutto ciò serve a far funzionare la società nel suo complesso e quindi interessa alla politica di governo, che vi interviene in modo molto intenso.
 Dal punto di vista dei privati, dell'interesse particolare di ciascuno, l’economia serve a ricavare ciò che serve per la vita quotidiana e ad arricchirsi. Non ci si può arricchire senza partecipare al sistema sociale. E questo anche quando, ad esempio, si hanno eccezionali doti personali, come accade ad un grande musicista o ad un campione di calcio. Se queste qualità non possono essere spese nell’economia sociale non valgono nulla e quindi non servono a nulla, se non, nel caso delle opere artistiche o nella ricerca scientifica, all’elevazione personale. “La poesia non dà il pane”  si dice da secoli, ed è vero, nel senso che il poeta, e in genere l’artista, migliora la propria condizione sociale quando riesce ad essere apprezzato socialmente, quindi quando, sostanzialmente, si spende sul mercato e viene valutato  e quindi retribuito.
 Nessuna organizzazione pubblica, nemmeno nei sistemi comunisti totalitari che vennero instaurati nell’Europa orientale, nemmeno nell’attuale Repubblica Popolare di Cina, il più potente stato comunista mai creato, riesce a controllare completamente l’economia. In particolare ciò è vero negli stati con economia capitalista, in cui sono libere le attività di produzione e commercio e ciascuno vi può investire i propri soldi, vale a dire convertire risparmio in capitale, organizzandole come crede nel proprio interesse particolare.   I governi cercanodi avere una visione affidabile dei fatti economici affidandosi a specialisti nel campo e  a rilevazioni statistiche. Ma se gli operatori economici maggiori agissero slealmente questa attività non raggiungerebbe il suo scopo. Per questo vi sono norme giuridiche che impongono di collaborare lealmente ai controlli pubblici sulle attività più importanti. Ma non sempre sono osservate. A quel punto le violazioni acquistano addirittura rilevanza penale e diventano di competenza della magistratura, che tuttavia, in genere, può intervenire quando i danni maggiori si sono già prodotti e l’equilibrio delle aziende è già sbilanciato, per cui non riescono più a pagare i propri debiti, diventano come si dice  insolventi, e falliscono.
  In un sistema capitalistico è frequente che le imprese che non hanno o non hanno più successo sul mercato debbano chiudere o, addirittura, falliscano, vale a dire siano assoggettate d'autorità a procedure giudiziarie o amministrative per farle cessare e per dividerne il patrimonio tra i creditori,  quando ad esempio, in quest’ultimo caso, si manifesta una crisi sul mercato ma si cerca di andare avanti sperando di riuscire a superarla, non ci si riesce e si diventa insolventi. Di solito la crisi di un’impresa di produzione e commercio diventa insuperabile quando le banche non le fanno più credito, chiedono di restituire velocemente ciò che hanno dato in prestito e non concedono più prestiti. Accade quando le banche prevedono che un’impresa in crisi non possa più restituire ciò che le viene prestato. Quindi anche le banche che prestano denaro alle imprese esercitano un controllo su di esse, e si tratta di un’attività molto importante, perché le banche sono imprese che commerciano il denaro, lo prestano e ne ricavano dei frutti, degli interessi: se i clienti che hanno ricevuto in prestito il denaro non restituiscono i prestiti o non riescono a pagare gli interessi e questo riguarda grossi importi, può essere che la stessa banca entri in crisi, debba chiudere o fallisca.
  In genere, in un’economia capitalistica, la politica di governo non interviene per impedire la chiusura o il fallimento di un’impresa, se non per cercare di salvaguardare le posizioni dei lavoratori dipendenti, con istituti come la cassa integrazione, che consente di mantenere per un certo tempo le retribuzioni in attesa del risanamento dell’impresa o di trovare un altro lavoro, o nel caso di imprese che siano fondamentali per l’assetto dell’economia nazionale. Tra queste ultime vi sono le banche.
  Si cerca di impedire il fallimento delle banche, perché esso distrugge risparmio e capitale a può innescare una crisi recessiva dell'economia, mettendo il pericolo la stabilità della società.. Quindi si sono stabilite regole molto stringenti per accorgersi molto precocemente della crisi delle imprese bancarie e per porvi rimedio, in particolare migliorando l’attività di valutazione dei clienti per la concessione di prestiti e quella di rilevazione dei prestiti che sono divenuti non più esigibili (i clienti non potranno mai restituirli) e quindi non vanno più iscritti nell’attivo della banca, ed anche imponendo alle banche di costituire delle riserve adeguate per fare fronte ad eventuali loro crisi. Questi controlli sono di competenza della Banca d’Italia e della CONSOB, Commissione Nazionale per la società e la Borsa, che sono autorità che agiscono in modo indipendente dal Governo (benché i loro dirigenti di vertice siano nominati dal Governo) con sede a Roma. Essi però richiedono la collaborazione delle banche controllate e non darla è per i dirigenti bancari un reato, di competenza della magistratura penale. Ma, naturalmente, i controlli di Banca d’Italia e CONSOB non sono mai puntuali, sulla singola operazione di prestito ad esempio, ma complessivi, basato su dati contabili riassuntivi: se questi ultimi non sono affidabili, anche l’attività di controllo non lo sarà. In genere i controlli si attuano mediante assunzione di informazione, acquisizione di relazioni, esame e valutazione di documenti contabili e societari, come, ad esempio, i bilanci e le delibere degli organi sociali. Ma la CONSOB può anche eseguire perquisizioni e sequestri.
  L’attività bancaria, in quanto vitale per il funzionamento dell’economia, è collegata con la politica, nel senso che i governi la supervisionano per prevenire crisi, ma anche che  in politica talvolta si cerca di ottenere trattamenti favorevoli per i propri sostenitori  e che le banche cercano di ottenere più comprensione nell'attività pubblica di vigilanza su di loro. Fino agli anni ’80 alcune della maggiori banche nazionali, come il Banco di Napoli o la Banca Nazionale del Lavoro, e tutte le Casse di Risparmio locali erano enti pubblici, controllati direttamente dal governo. Nel corso degli anni ’90 tutte le banche pubbliche sono state privatizzate, sono fuoriuscite dal controllo diretto del governo. Tuttavia l’influenza della politica sul sistema bancario c’è ancora, soprattutto nel caso delle banche minori, i cui statuti talvolta la consentono, prevedendo che esse siano controllate da fondazioni alle quali partecipano enti territoriali (ad esempio i Comuni),e comunque deriva dal fatto che la politica controlla amministrazioni pubbliche le quali esercitano il governo dell’economia, banche comprese.
  Diverse crisi bancarie sono state storicamente collegate a rapporti con la politica. Una politica virtuosa genererà, alla fine, banche virtuose e così renderà più stabile e sicura l'economia e la società. Ma la politica, in democrazia, è virtuosa più o meno quanto i cittadini che la esprimono. Parte di questi ultimi considerano l’attività bancaria dal proprio particolare punto di vista particolare, non da quello delle stabilità dell’impresa bancaria o della società: sono, in genere, quelli che hanno investito capitali e, in fasi di crisi dell’economia, vogliono continuare ad avere soldi in prestito nonostante che le prospettive si facciano sfavorevoli e potrebbero non restituirli alla scadenza. Altri cittadini, i risparmiatori, sono più interessati alla stabilità delle banche, ma anche a ricavare il più possibile dai propri risparmi investiti nel sistema bancario, ad esempio in conti correnti bancari o in libretti di deposito,  o mediante di esso, su consiglio dei funzionari bancari. Un banchiere spregiudicato cercherà allora di incoraggiare ad investire il risparmio in banca o in prodotti finanziari venduti dalle banche sorvolando, o addirittura mentendo, sui rischi di perdere parte o tutto, cercando che queste condotte non vengono rilevate dai controlli pubblici.
  In ballo, nelle elezioni politiche nazionali, c’è anche tutto questo. Una politica spregiudicata, sbilanciata tutto verso gli interessi privati e poco attenta a quelli generali, una politica che, ad esempio, pensi all’assalto delle banche, ad esempio ad  avere banche invece che a stimolarne condotte virtuose e a proteggerne la stabilità, creando in tal modo le condizioni di una crisi delle banche potrebbe creare, a stretto giro, anche quella dell’economia e quindi della società nel suo complesso.
  Concludo osservando questo: pensate che la moneta sia importante per la società? Ebbene, anche le banche  creano  moneta. Ce ne rendemmo conto tutti, noi più anziani, durante la grave crisi economica degli anni ’70, causata dall’aumento fortissimo e veloce del prezzo del petrolio, in particolare nel corso del 1976. All’epoca non furono più sufficienti le monete metalliche da cento lire (l’istituto di emissione, che all’epoca era Zecca dello Stato, aveva evidentemente sbagliato le previsioni) e allora alcune banche le sostituirono con propri assegni circolari, di formato ridotto come quello di una banconota, che vennero chiamati  assegnini e che per diversi anni, più o meno fino al 1980, sostituirono le monete metalliche mancanti.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli

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