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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 16 novembre 2017

Ancora di politica internazionale - 1

Ancora di politica internazionale - 1

dal WEB. 11 settembre 1973: il presidente cileno Salvator Allende durante l'attacco militare di forze ribelli al palazzo presidenziale. Poco dopo morirà e quelli della sua scorta saranno fatti prigionieri, torturati crudelmente e assassinati


  Osservare i nostri politici quando vanno in visita ufficiale all’estero ci può dare molti buoni argomenti per valutarli. Girano, parlano e sono seguiti dai giornalisti che riportano tutto sotto diversi punti di vista e, a volte, sono anche ammessi a intervistarli. Ci si può fare un’idea di quello che sanno e sanno fare e dei risultati che potrebbero avere in futuro, in particolare conquistando posti più importanti, ad esempio in un governo.
  Lo scorso autunno l’allora Presidente del Consiglio dei ministri andò in visita negli Stati Uniti d’America, che erano in campagna elettorale per le presidenziali, e incontrò il Presidente in carica, che a poco sarebbe stato sostituito avendo esaurito l'ultimo suo mandato possibile, dopo otto anni di governo. Ne ottenne dichiarazioni di apprezzamento che ricambiò. Violò quindi una delle buone pratiche di politica internazionale, vale a dire quella che sconsiglia di appoggiare apertamente una delle fazioni in campo in una campagna elettorale di un altro stato. Come andranno quelle elezioni? Chi può dirlo, in un'autentica democrazia come quella statunitense? Le elezioni presidenziali statunitensi di allora sorpresero molti. Con che spirito l’attuale Presidente statunitense affronterà le questioni italiane sapendo che siamo governati da gente di una parte politica che gli si è mostrata ostile?
  Chi ha memoria storica sa che gli Stati Uniti d’America si fanno lecito di intervenire molto incisivamente negli affari interni degli altri stati. E’ successo in modo eclatante nelle questioni russe, nel corso della rivoluzione del 1991, quando l’amministrazione statunitense di George Herbert Walker Bush, il padre (per distinguerlo dal figlio George Walker Bush che fu presidente federale dal 2001 al 2009), appoggiò apertamente la politica e l’ascesa al ruolo di presidente della Repubblica Russa, dichiaratasi indipendente nel 1990, e poi della Federazione Russa dal 1992, del politico russo Boris Eltsin, all’epoca presidente del Parlamento Russo. La politica del Governo federale statunitense mirava a quei tempi  a favorire la disgregazione dell’Unione sovietica, la fine del regime comunista che la dominava dal 1917 e quella dei regimi comunisti da essa patrocinati in altri stati dell’Europa occidentale e in altre parti del mondo.
 Un altro caso in cui gli Stati Uniti d’America influirono pesantemente nell’assetto politico di un altro stato fu tra il 1972 e l’11 settembre 1973, con l’azione per favorire il rovesciamento del governo socialista del presidente cileno Salvador Allende, eletto nel corso di elezioni democratiche tenutesi nel settembre 1970. Gli storici  sono concordi nel ritenere che in quei fatti operò spregiudicatamente la statunitense C.I.A, l’agenzia federale di  intelligence  dei fatti del mondo (raccolta e studio di informazioni per comprendere fatti sociali al fine di incidervi) la quale  ha una potente componente operativa, in grado di scatenare  e condurre vere e proprie guerre.
 Ma si potrebbe continuare a lungo e, continuando, si potrebbe rilevare con una certa sicurezza che anche fatti italiani sono giunti storicamente all’attenzione di quell’intelligence  e verosimilmente lo sono ancora, dato il ruolo strategico fondamentale e, per gli Stati Uniti d’America, irrinunciabile dell’Italia.
  Gli Stati Uniti d’America hanno avuto la volontà e la capacità di entrare in guerra, dichiarata o segreta, anche attraverso la C.I.A., tutte le volte che, nel quadro internazionale, fosse in gioco il loro interesse nazionale. Ora, è possibile affermare con una certa sicurezza che l’assetto politico dell’Italia rientra in esso. Un politico in visita negli Stati Uniti d’America dovrebbe sempre esserne consapevole. Perché, se si mostrasse ostile, o riluttante a seguire la politica statunitense su certi temi, potrebbe suscitare una reazione.  Dunque trovo prudente l’orientamento del passato dei politici italiani di rilievo in visita all’estero di parlare prevalentemente degli affari interni italiani, limitandosi a generici complimenti alle nazioni visitate (non ai loro Governi) e a dichiarazioni di amicizia (verso il popolo non tanto verso i Governi).
  E’ poi importante rispettare il ruolo ufficiale che si riveste andando in visita. Ad esempio, dovrebbe essere diverso l’atteggiamento di un ministro degli esteri e di un presidente di un ramo del parlamento o di una commissione parlamentare, o anche di un altro parlamentare, da quello di altri esponenti politici che non rivestano quegli incarichi. E ciò in particolare visitando gli Stati Uniti d’America. In quella nazione è molto vivo il senso della differenza tra i ruoli governativi e parlamentari, da noi molto meno. E’ una differenza culturale  di cui però andrebbe tenuto conto. Per questo, un ministro o un parlamentare in visita all’estero dovrebbe consultarsi preventivamente e nel corso dell’evento con i nostri diplomatici all’estero. Gli uffici diplomatici servono anche per questo. Un parlamentare in visita negli Stati Uniti d’America non dovrebbe mostrare di tenere molto all’apprezzamento di un ministero federale, quindi di un organo del governo. Questo perché negli Stati Uniti d’America i parlamentari tengono orgogliosamente a mantenere una posizione di indipendenza dal governo, anche se espresso e sostenuto dalla loro stessa fazione politica. Un parlamentare che si mostrasse succube di un ministero federale ne uscirebbe screditato.  Inoltre se si va in visita estera con un ruolo istituzionale, ad esempio di capo di stato o del governo, ministro o presidente di un organismo parlamentare, bisognerebbe evitare di fare dichiarazioni di fazione. Questo potrebbe sconcertare gli interlocutori stranieri, in particolare quelli di democrazie avanzate come quella statunitense. Una delle principali critiche che, anche da parte di quelli della sua parte politica, si fanno al presidente Donald Trump è quella di non essersi riuscito a liberare dallo spirito di fazione una volta raggiunto il suo alto ruolo istituzionale: di essere quindi un po’ sempre in campagna elettorale.
  Un politico in visita ufficiale all’estero dovrebbe avere ben chiara la distinzione tra un governo di una nazione e il suo popolo. Non sono la stessa cosa. Si cerca di essere amici  di tutti i popoli, si arriva ad essere alleati  solo con certi governi. Il fatto di non essere  alleati  non implica anche il non essere  amici. Ad esempio l’Italia cerca di essere amica dei russi, del popolo russo, ma anche del suo governo attuale, se non altro perché dipende pesantemente dall’industria estrattiva russa per le forniture energetiche di gas metano, per una quota che nel 2013 era di circa il 45% del totale. Con gente come i russi non si può proprio evitare di essere amici: altrimenti si potrebbe stare al freddo d’inverno, come accaduto anni fa agli ucraini. Questo non toglie che con i russi non siamo alleati  nella gran parte delle questioni  militari e, anzi, che nella questione ucraina e in quella degli affari degli stati baltici  che sono entrati nell’Unione Europea si sia molto pericolosamente su fronti opposti. Ma sulle vicende irachene, siriane e libiche, in cui l’Italia è impegnata anche militarmente, possiamo dire lo stesso? Qui le cose sono più complesse. In questi fronti, propriamente bellici, di guerra, i russi si sono mostrati nostri alleati, anche se hanno interessi strategici divergenti dai nostri. Allora, un politico in visita ufficiale all’estero, tenendo presente tutto questo, dovrebbe essere molto cauto sugli argomenti di alleanza  e  amicizia  con i russi, tra l’altro perché,  avendo noi gente nostra impegnata in quei fronti bellici in cui operano anche i russi, dichiarazioni imprudenti la potrebbero mettere in pericolo. Anni fa un politico (parlamentare e ministro) fece una piazzata in Italia indossando una maglietta con una figura insultante per la religione islamica e in Libia questo causò di morti, perché una calca cercò di assaltare il nostro consolato a Bengasi e la polizia nel tentativo di respingerla sparò, uccidendo.
  In generale, su guerre in corso in cui  è impegnata gente nostra un politico in visita ufficiale all’estero dovrebbe essere molto prudente, per non creare reazioni avverse.
  L’Italia è impegnata in una guerra in Afghanistan in cui è alleata con gli Stati Uniti d’America. Intervenimmo perché ce lo imponevano gli obblighi del trattato NATO: gli Stati Uniti d’America erano stati colpiti, l’11 settembre 2001, con gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, e quell’accordo internazionale prevede che quando una nazione aderente è colpita gli altri debbono darle aiuto militare. Una situazione del genere potrebbe riproporsi, ad esempio, se gli Stati Uniti d’America fossero colpiti da un missile partito dalla Corea del Nord. In quel caso il conflitto diverrebbe rapidamente mondiale, perché, se attaccassimo la Corea del Nord, poi interverrebbe anche la Cina, con ciò che ne conseguirebbe. Dunque: siamo in guerra in Afghanistan. E’ vera guerra, facciamo  morti, abbiamo avuto decine di morti, gli altri, i nemici,  non sappiamo quanti, ma verosimilmente molti di più. I nostri soldati non sparano a salve. Fatto sta che, se un politico emergente annuncia che la sua politica di governo, se il suo partito vincerà le elezioni, sarà quella di ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan potrebbe ottenere, pur avendo le migliori intenzioni, alcuni importanti effetti controproducenti. Il primo è che, poiché la guerra in Afghanistan rientra negli  interessi nazionali  statunitensi, potrebbe avere, se lo prendessero sul serio,  l’ostilità degli Stati Uniti d’America, i quali potrebbero essere tentati di attivare le loro forze segrete operative  sul teatro estero per contrastare l’ascesa di quel partito. Il secondo è che, vista l’incertezza e la scarsa determinazione sulla missione di guerra mostrata da quel politico emergente, i nostri nemici in Afghanistan potrebbero decidere di scatenare un’offensiva nelle zone del teatro di guerra assegnate, nel quadro dell’alleanza bellica internazionale operante laggiù, alle forze militari italiane, per assecondare quella politica infliggendo qualche strage per portare l'opinione pubblica verso di essa. Spesso sono gli anelli deboli di uno schieramento militare ad essere attaccati.  O, ancora peggio, i nemici potrebbero decidere di attaccare direttamente in Italia, con attentati terroristici. La guerra, in definitiva, iniziò proprio a seguito di attacchi terroristici negli Stati Uniti d’America. I ritiri da un fronte di una guerra destinata a proseguire non si annunciano, si negoziano con gli alleati in via riservata e si attuano il più velocemente possibile. Ciò è tanto più consigliabile sul fronte afgano, in quanto per ritirare le migliaia di nostri soldati laggiù ci è indispensabile l’aiuto degli statunitensi, per il viaggio fino agli aeroporti di partenza e per la disponibilità degli stessi aeroporti. In mancanza, o con un aiuto riluttante, i nostri potrebbero trovarsi intrappolati al fronte.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 



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