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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 9 novembre 2017

La giusta mercede

La giusta mercede

Dall’enciclica Le novità - Rerum novarum,  del papa Vincenzo Giocchino Pecci, regnante in religione come Leone 13°, del 15 maggio 1891:

«17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede*. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai... che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti (Giac 5,4). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell'operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l'operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza. L'osservanza di questi precetti non basterà essa sola a mitigare l'asprezza e a far cessare le cagioni del dissidio ?»
*[nota: mercede, significa retribuzione] 

Dal discorso del papa Jorge Mario Bergoglio, regnante in religione come papa Francesco, al 1° incontro mondiale dei movimenti popolari - Roma, 28 ottobre 2014:

  «Questo incontro dei Movimenti Popolari è un segno, un grande segno: siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!
  Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare, questo è piuttosto pericoloso. Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare.
[..]
Questo nostro incontro risponde a un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre, qualsiasi madre, vuole per i propri figli; un anelito che dovrebbe essere alla portata di tutti, ma che oggi vediamo con tristezza sempre più lontano dalla maggioranza della gente: terra, casa e lavoro. È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri.
[…]
  Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.
[…]
   Oggi al fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione si somma una nuova dimensione, una sfumatura grafica e dura dell’ingiustizia sociale; quelli che non si possono integrare, gli esclusi sono scarti, “eccedenze”. Questa è la cultura dello scarto, e su questo punto vorrei aggiungere qualcosa che non ho qui scritto, ma che mi è venuta in mente ora. Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo, la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il dominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori.
  E per illustrarlo ricordo qui un insegnamento dell’anno 1200 circa. Un rabbino ebreo spiegava ai suoi fedeli la storia della torre di Babele e allora raccontava come, per costruire quella torre di Babele, bisognava fare un grande sforzo, bisognava fabbricare i mattoni, e per fabbricare i mattoni bisognava fare il fango e portare la paglia, e mescolare il fango con la paglia, poi tagliarlo in quadrati, poi farlo seccare, poi cuocerlo, e quando i mattoni erano cotti e freddi, portarli su per costruire la torre.
  Se cadeva un mattone — era costato tanto con tutto quel lavoro —, era quasi una tragedia nazionale. Colui che l’aveva lasciato cadere veniva punito o cacciato, o non so che cosa gli facevano, ma se cadeva un operaio non succedeva nulla. Questo accade quando la persona è al servizio del dio denaro; e lo raccontava un rabbino ebreo nell’anno 1200, spiegando queste cose orribili.
[…]
  Già ora, ogni lavoratore, faccia parte o meno del sistema formale del lavoro stipendiato, ha diritto a una remunerazione degna, alla sicurezza sociale e a una copertura pensionistica.
[…]
  In questo incontro avete parlato anche di Pace ed Ecologia. È logico: non ci può essere terra, non ci può essere casa, non ci può essere lavoro se non abbiamo pace e se distruggiamo il pianeta. Sono temi così importanti che i popoli e le loro organizzazioni di base non possono non affrontare. Non possono restare solo nelle mani dei dirigenti politici. Tutti i popoli della terra, tutti gli uomini e le donne di buona volontà, tutti dobbiamo alzare la voce in difesa di questi due preziosi doni: la pace e la natura. La sorella madre terra, come la chiamava san Francesco d’Assisi.
Poco fa ho detto, e lo ripeto, che stiamo vivendo la terza guerra mondiale, ma a pezzi. Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro ovviamente vengono sanati. E non si pensa ai bambini affamati nei campi profughi, non si pensa ai dislocamenti forzati, non si pensa alle case distrutte, non si pensa neppure a tante vite spezzate. Quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, care sorelle e cari fratelli, si leva in ogni parte della terra, in ogni popolo, in ogni cuore e nei movimenti popolari, il grido della pace: Mai più la guerra!
  Un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura, saccheggiare la natura per sostenere il ritmo frenetico di consumo che gli è proprio. Il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, la deforestazione stanno già mostrando i loro effetti devastanti nelle grandi catastrofi a cui assistiamo, e a soffrire di più siete voi, gli umili, voi che vivete vicino alle coste in abitazioni precarie o che siete tanto vulnerabili economicamente da perdere tutto di fronte a un disastro naturale. Fratelli e sorelle: il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno è una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con rispetto e gratitudine.
[…]
  Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia. Noi cristiani abbiamo qualcosa di molto bello, una linea di azione, un programma, potremmo dire, rivoluzionario. Vi raccomando vivamente di leggerlo, di leggere le beatitudini che sono contenute nel capitolo 5 di san Matteo e 6 di san Luca (cfr. Matteo, 5, 3 e Luca, 6, 20), e di leggere il passo di Matteo 25. L’ho detto ai giovani a Rio de Janeiro, in queste due cose hanno il programma di azione.»

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 1. La dottrina sociale nacque in polemica con il socialismo, in particolare con quello di orientamento marxista, che seguiva l’ordine di idee del filosofo e politico tedesco rivoluzionario Karl Marx (1818-1883). Lo considerò un  falso rimedio, perché allontanava il popolo dalla religione. Non negò i mali sociali contro i quali il socialismo intendeva insorgere. Volle proporre una soluzione alternativa alla violenza delle masse sfruttate contro la classe degli oppressori sociali. Su questa via, in una lunga storia ormai durata oltre un secolo, incontrò e assimilò la democrazia, come lo stesso socialismo fece, parallelamente.
  Secondo il socialismo marxista, che è stato ed è ancora un movimento di pensiero e di azione sviluppato a livello mondiale, l’ordinamento sociale capitalista, nel quale la produzione e il commercio sono prevalentemente organizzati e  diretti da soggetti privati, non da organizzazioni politiche pubbliche, impiegando in queste attività risorse di proprietà privata, in relazione alle quali i proventi delle attività d’impresa competono ai loro proprietari come accade con i frutti degli alberi, è destinato fatalmente alla rovina. Lo sarebbe perché in contraddizione con se stesso e sempre più instabile. Infatti, affermatosi politicamente per reagire all'ingiusto dominio delle classi feudali sulla società,  genererebbe inevitabilmente esso stesso diseguaglianze e concentrazioni di ricchezze in poche mani, che, alla fine, progredendo il processo, venendo le masse degli sfruttati gettate in una condizione di povertà e insofferenza insopportabile, genererebbe una rivolta con esiti rivoluzionari, vale a dire l’instaurazione di un nuovo ordine sociale basato su diversi presupposti.  Il lavoro proposto dal socialismo è di due tipi: formazione delle masse sfruttate per renderle consapevoli delle ragioni sociali delle loro sofferenze e agitazione sociale e politica, per rendere più breve il passaggio ad un nuovo ordine. A lungo il socialismo fu in polemica con la democrazia, vista come uno strumento politico per mantenere il dominio delle classi privilegiate su quelle subalterne, innanzi tutto a partire da un dominio culturale. La visione della società corrente nelle società capitalistiche appariva conforme ai desideri delle classi privilegiate e ne scoraggiava la riforma radicale. Una parte del lavoro di formazione fatto storicamente dai socialisti consisteva nel convincere le masse che le società capitalistiche potevano essere riformate. Con l’assimilazione della democrazia da parte dei movimenti socialisti questo generò l’orientamento politico detto  riformismo, che si contrapponeva a quello  rivoluzionario. Quest’ultimo riteneva che la riforma radicale della società dovesse essere affidata direttamente alle masse sfruttate, subalterne, che si sarebbero dovute esprimere in ogni sede sociale, in particolare di lavoro, in assemblee dalle quali, da livelli locali a quelli via via più vasti, nominando delegati, si sarebbe dovuta costituire un’assemblea per organizzare e dirigere il processo di cambiamento: è il sistema detto sovietico, dalla parola russa  sovièt, che significa assemblea, consiglio. L’orientamento socialista rivoluzionario non credeva alla collaborazione delle classi sociali, perché riteneva che le classi egemoni, quelle che controllavano l’economia capitalista, non avrebbero accettato di cedere il proprio potere se non costrette con un’azione rivoluzionaria violenta e, soprattutto, anche se si fosse iniziato ad attuare la riforma, ne sarebbero state sempre irriducibili avversarie, esprimendo tendenze controrivoluzionarie,  che avrebbero impedito la stabilizzazione di un nuovo ordine sociale.
2. L’impostazione della prima dottrina sociale proponeva una soluzione di tipo etico al conflitto sociale, che ammetteva esistere effettivamente, come spiegato dai socialiste, giungendo ad utilizzare, per definire la classe subalterna, la parola  proletari usata dai socialisti:

[Enciclica Le Novità - Rerum Novarum] «2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell'uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.»

Ecco, in sintesi, la soluzione proposta:

[dall’enciclica  Le Novità - Rerum Novarum]

«14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile.
[…]
 15. Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell'altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla ragione e alla verità.
[…]
16. Innanzi tutto, l'insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all'operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l'opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell'anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all'operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall'amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l'età e con il sesso.»

   In questa concezione, il processo di conciliazione  tra opposte classi sociali nel senso della giustizia sociale che a ciascuna competeva di realizzare doveva essere sorretto dalla fede religiosa. Infatti, e questo è un tratto importantissimo e a caratteristico della dottrina sociale fin dalle origini, quello della giustizia sociale venne presentato come un obbligo anche religioso e l’ingiustizia sociale come un peccato molto grave:
[dall’enciclica  Le Novità - Rerum Novarum] 17. […] «Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai... che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti (Giac 5,4). »
  Nell’assimilazione dei valori e dei metodi democratici, la dottrina sociale ha subito un’evoluzione in senso riformistico, parallela a quella del socialismo. Riconobbe che la conciliazione sociale non è sempre possibile: si arriva ad un punto in cui il confronto tra classi sociali con interessi contrapposti si fa scontro e la società non può evolvere nel senso della giustizia sociale senza che le classi degli sfruttati facciano prevalere la loro volontà su quelle degli sfruttatori. Occorre, in altre parole, una lotta.  Ne ha parlato papa Francesco nel discorso ai partecipanti all’incontro tra i movimenti popolari del 2014:
«Questo incontro dei Movimenti Popolari è un segno, un grande segno: siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!».
  Conducendo la lotta secondo i valori e i metodi della democrazia, lo si può fare senza usare violenza di classe. Quella violenza che storicamente si era vista insozzare le più grandi rivoluzioni del mondo, ad esempio quella francese di fine Settecento e quella sovietica attuata a partire dal 1917. In particolare, quelle due rivoluzioni europee nel giro di pochi anni generarono sistemi totalitari dominati da poteri di tipo imperiale - personalistico, produssero imperatori  e violenza politica e non  vera giustizia sociale, anche se indubbiamente riformarono  le società da loro dominate. Non sopravvissero a lungo come modello politico, in particolare quella francese, ma in fondo anche quella sovietica (lo stato unitario italiano, pur molto giovane a confronti di altri stati europei, è durato ormai 156 anni, a fronte dei soli 74 dell’Unione Sovietica)  non riuscirono veramente a stabilizzare  un nuovo ordine sociale, anche se costituirono laboratori politici dai quali altre ideologie trassero lezioni. Ad esempio, anche dopo la caduta dell’imperatore Napoleone Bonaparte, insediatosi in Francia all’esito di un processo rivoluzionario condotto per affermare i  diritti dell’uomo e del cittadino  sulla sopraffazione delle classi feudali, le idee di riforma sociale dei rivoluzionari francesi furono adottate nelle riforme di altri stati, e tra essi anche parte di quelli che alla rivoluzione erano stati ostili. Dall’esperienza sovietica l’Europa capitalistica imparò l’idea di  programmazione economica, che significa cercare di prevedere e orientare con interventi pubblici gli sviluppi dell’economia secondo  piani  pluriennali.
  Uno dei valori democratici più importanti è il ripudio della violenza politica per la lotta e la riforma sociale. Le masse degli sfruttati, infatti, possono cambiare la società esprimendo con il voto una classe parlamentare orientata nel senso della giustizia sociale.  E ogni riforma deve rispettare i diritti umani delle persone. In democrazia anche ai delinquenti sono riconosciuti diritti umani e le stesse pene criminali non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (è scritto nell’art.27 della nostra Costituzione e in diversi trattati internazionali).
  Ma che accade se le masse non sono più formate alla politica e alla democrazia? Se non sanno più scegliere rappresentanti che in politica esprimano le esigenze di giustizia sociale? Fatalmente, allora, la società, in mancanza di correttivi sociali, riprenderà il corso della legge della giungla e chi sarà riuscito ad arrivare al vertice, cercherà di mantenere questa posizione e di sfruttarla nel proprio esclusivo interesse, creando quella situazione instabile, con masse sfruttate sempre più numerose e classi di privilegiate sempre più ristrette, che faceva prevedere ai socialisti l’imminente distruzione rivoluzionaria dell’ordine ingiusto. E se, invece, la società si stabilizzasse  secondo quell’ordine ingiusto? E’ proprio quello che sembra stare accadendo nel mondo. Lo ha osservato, ad esempio, il sociologo Zygmunt Bauman: la gente è indotta, dalla vita sociale di oggi, a rientrare nei ranghi che le sono stati assegnati da un ordine sociale ingiusto e ritiene, che, in fondo, debba essere così. Non c’è più bisogno di violenza politica per ottenere questo risultato. Chi sta male è indotto  a prendersela con chi sta peggio, guardando verso il basso per individuare l’origine dei mali sociali, invece che in alto, verso chi domina la società e la organizza in un modo ingiusto. E’ la ragione per cui, ad esempio, nei quartieri periferici e popolari dell’Occidente  capitalistico la gente a iniziato a prendersela  con gli immigrati invece che, ad esempio, con la mancanza di un progetto politico, di governo, per il miglioramento della condizione sociale delle periferie.
[Dal discorso di papa Francesco ai partecipanti all’incontro tra i movimenti popolari del 2014] «Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.»
  Il fatto che chi sta peggio in società, e quindi anche molti degli immigrati più recenti che sono tra i più poveri, sia spinto verso quartieri periferici e degradati dipende dalla politica dominata da chi ritiene che la società debba essere organizzata secondo la legge della giungla, secondo la quale i forti mangiano i più deboli e che quindi, chi è riuscito a sfruttare meglio le opportunità sociali per essere più forte (e chi è più forte non è sempre il migliore, il più meritevole), abbia tutto il diritto  di accaparrarsi tutti i benefici sociali resi possibili dal lavoro collettivo, lasciando che gli altri facciano come possono, ad esempio si costruiscano per sopravvivere un rifugio precario sulle sponde di un fiume, come accade nel nostro quartiere, sempre esposto a improvvisi sgomberi violenti per ordine dell’autorità, con  “immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi”.

  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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