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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 2 febbraio 2017

Noi, la pace e la religione

Noi, la pace e la religione

   Nella riunione di martedì scorso, con l’aiuto di alcuni pensieri di nonviolenza di grandi anime che ciascuno di noi ha letto ad alta voce su un foglietto che ci è stato distribuito, un pensiero su ogni foglietto, abbiamo continuato la riflessione sulla pace, in particolare sulla nonviolenza, che avevamo avviato in vista dell’incontro diocesano dell’AC sul Messaggio per la 50° Giornata mondiale della pace  di papa Francesco, che si è tenuto nella nostra parrocchia.
  Nella discussione sono emerse gran parte delle obiezioni che di solito vengono portate contro la nonviolenza, e anche contro la pace. In parte venivano proposte ai giovani che chiedevano l’esenzione dal servizio militare armato per ragioni di coscienza, gli obiettori di coscienza.  “Se qualcuno ti uccidesse un parente stretto?”, “C’è tanta malvagità nel mondo, tanta corruzione…”,  e via dicendo. Si è manifestata poi la difficoltà a condividere pensieri di nonviolenza  di persone appartenenti ad altre tradizioni religiose, anche se cristiane come il pastore battista Martin Luther King. E c’è stata anche un’eco della storica diffidenza che si è avuta in religione per i processi democratici, in particolare valutando il risultato delle ultime elezioni presidenziali statunitensi.
 Può sembrare che si tratti di discorsi lontani dalla nostra realtà quotidiana, eppure tremendi episodi di violenza e di intolleranza sociale sono accaduti proprio dalle nostre parti, veramente a due passi dalle nostre case. E tutti i problemi che vediamo a livello globale si manifestano anche da noi, ad esempio quello di uno sviluppo economico inumano, che porta degrado degli ambienti urbani e naturali e insicurezza economica ed esistenziale. Il nostro quartiere appare abbandonato, ci si limita a garantire i servizi essenziali, ma in una città come Roma ci si aspetterebbe qualcosa di più. A parte la parrocchia, non ci sono posti per incontrarsi. E’ stato dato alle fiamme il bar più grande, che costituiva un bel punto di ritrovo per la gente del quartiere: ecco un segno della violenza sociale molto vicina a noi, che ha sfigurato l’ambiente urbano del quartiere. Ora è lì, povera maceria annerita, a ricordarci che qualcosa non va nella nostra società di quartiere. Siamo assediati dal traffico, da grandi correnti di traffico dirette verso altri posti. Questo rende pericolose le strade del quartiere per i più piccoli e i più anziani. La bellezza nel nostro quartiere non c’è e nessuno ci pensa. Potrebbe esserci anche tra i nostri palazzoni. La bellezza, infatti, è democratica, alla portata di tutti, perché tutti ne hanno bisogno e se ce n’è troppo poca si soffre. Inoltre tutti  sono potenzialmente artisti, produttori di bellezza. Perché la bellezza è profondamente umana  e solo umana. Si vive, allora, quando in un contesto urbano la bellezza è troppo poca o non c'è, come in una grande stazione ferroviaria, in un ambiente funzionale ma anonimo. Non ci si vive bene. Le stazioni ferroviarie, come gli aeroporti e altri grandi scali, come le stazioni dei pullman, sono fatte per gente che va e che viene e che quindi lì si incontra solo superficialmente, non per gente che abita un certo posto, si frequenta  tutti i giorni e avrebbe il bisogno umano di incontrarsi  con relazioni più profonde. E’ anche la cura che si riserva al grande parco al lato delle nostre case, il Pratone, conquistato in un lungo periodo di lotte sociali è insufficiente, del resto come accade negli altri parchi della città.
  Che c’entra tutto questo con la  nonviolenza? C’entra perché la  radice  dei mali che ho descritto è la medesima da cui scaturisce la mala pianta della violenza sociale, su piccola e grande scala: il crescente egoismo per cui ognuno guarda solo al proprio particolare e pensa sia inutile intendersi con gli altri per migliorare le cose. La violenza, tra le persone, i gruppi e gli stati, serve a farsi spazio  o a rapinare gli altri. Gli altri, in questa prospettiva, diventano solo degli ostacoli o persone che possiedono cose che vorremmo sottrarre loro. E, invece, il progresso sociale per cui si può vivere una vita sicura, decorosa e anche bella, dipende dal nostro rapporto positivo con la società intorno ,per cui si possano trovare all’interno di essa degli alleati, degli amici. La società contemporanea è stata paragonata a una macchina, a una macchina sociale. Ma gli esseri umani non sono ingranaggi, anche se talvolta li si vuole rendere tali, come in certe produzioni industriali. Ognuno di loro ha quella che le religioni definiscono anima e ciò significa che sono più di un meccanismo biologico  e che hanno bisogno di dare senso alla proprie esistenze. Ma questo senso lo si ritrova solo nel rapporto positivo con gli altri, che va creato tessendo delle relazioni sociali buone, amichevoli, che significa costruire una società orientata verso la persona umana. La città solo come macchina sociale diventa un inferno urbano, come se ne sono creati molti in Oriente.
  Se si reagisce alla violenza con altra violenza ci sarà solo più violenza e, si dice, occhio per occhio  rende il mondo cieco. Verità tanto chiare, perché costantemente confermate dall’esperienza, sono ancora difficili da accettare, anche in religione. Quando si passa dalla teologia in pillole del catechismo dell’infanzia al pensare qualcosa di più serio e impegnativo sorgono problemi. In particolare noi laici di fede non siamo stati educati e abituati, in religione, a pensare la società: immaginavamo che la verità sociale ci venisse insegnata dall’alto e fluisse fino a noi attraverso i nostri preti. Spesso, ancora, quando si parla di problemi sociali chiediamo loro di spiegarci  perché questo, perché quello, perché la violenza, perché il male,  e via dicendo, come se il sapere di teologia, quindi della nostra fede comune, li costituisse tuttologi. Lorenzo Milani diceva invece che dovremmo essere noi a spiegare loro come va il mondo. Ma anche quest’idea non mi convince, perché presuppone che i preti vivano fuori  del mondo, e non è così. In realtà la comprensione realistica di come vanno le cose nel mondo, dei problemi che ci sono, e delle soluzioni possibili, deriva dal mettere insieme tanti punti di vista particolari, anche  quelli dei preti, in modo che facendo luce su tanti aspetti della realtà, come quando si marcia di notte in campagna e ognuno fa luce con la sua piccola torcia, si riesca a capire che c'è intorno, e poi  dove bisogna andare e che occorre fare  per trasformare il mondo.
 Ecco, su un pensiero di Aldo Capitini che abbiamo letto l’altro giorno c’era scritto che la nonviolenza  non lascia il mondo così com’è, ma lo trasforma in meglio. Penso che la nostra parrocchia avrà superato molti dei suoi problemi quando potrà dire di aver contribuito a trasformare in meglio il quartiere in cui è immersa. In passato mi è parso che  a lungo se ne sia disinteressata, preferendo dedicarsi alla realizzazione di quelle che ho chiamato  serre umane, a coltivare belle anime  al suo interno, al modo in cui lo si fa con le piante nelle serre dei giardinieri. Ma da dove può cominciare a venire una soluzione ai problemi sociali e urbanistici  del quartiere se non da una realtà come la nostra parrocchia, che che è quasi l’unica, e comunque credo la maggiore, a disporre di luoghi d’incontro? La parrocchia può riprendere ad essere (lo è già stata in passato) la potenza spirituale che può innescare dinamiche sociali virtuose, in grado di cambiare il mondo dalle nostre parti. Per pensare, ad esempio, una nuova sistemazione urbanistica del quartiere, che liberi via Val Padana dall’assedio delle automobili, e per rendere più sicure per tutti  le strade del quartiere. Da impegni sociali virtuosi, catalizzati dalla parrocchia, scaturirebbe, ci si può giurare, un forte impegno di volontariato, perché in Italia, basta che se ne dia occasione, esso si sviluppa rigoglioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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