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sabato 4 febbraio 2017

Il neo-nazionalismo: un problema di corruzione spirituale della società

Il neo-nazionalismo: un problema di corruzione spirituale della  società


[Dal Manifesto di Ventotene, ideato nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]

  Immense masse di uomini e di ricchezze sono già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e sono in ascesa. La guerra degli alleati risveglia ogni giorno di più la volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti per il colpo ricevuto.  E persino risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell'Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro padroni.
  Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l'intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro
movimento
; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
 A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.
[…]
  Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali […] hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
  Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l'unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l'ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
  Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi.
[…]
  Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani.
[…]
  Gli spiriti sono giù ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell'Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
[…]
 E' ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.
  Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell'interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie.
  D'altra parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la dissoluzione dell'esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche - risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione sciovinista della superiorità gallica - e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine all'attuale anarchia. Ed il fatto che l'Inghilterra abbia accettato il principio dell'indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col riconoscimento della sconfitta, tutto il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi coloniali.

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  Gli autori del Manifesto di Ventotene  pensavano di costruire la pace europea istituendo in Europa uno stato federale simile agli Stati Uniti d’America, con una propria organizzazione armata in grado di imporre le sue decisioni anche con la forza e che superasse gli stati nazionali, vale a dire quelli fortemente caratterizzati sul piano delle culture sociali, quindi con riguardo a determinati connotati etnici, linguistici, religiosi, economici, militari, derivanti dalla loro storia. Questo perché la lunga fase di conflitto bellico sviluppatasi tra il 1914 e il loro tempo (scrivevano ne mezzo dell’ultima epoca di guerra) appariva originata da conflitti tra stati nazionali, benché nella Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) avessero preso sempre più importanza i motivi di divisione ideologica, in particolare tra le società democratico-liberali con economia capitalista, quelle riorganizzate dai fascismi europei, il più potente dei quali si era manifestato il nazismo tedesco, e le società cadute sotto il dominio sovietico, nell’immenso territorio un tempo dominato dal regime della Russia zarista. Pensavano quindi di ripetere sul continente il processo politico che aveva portato alla faticosa costruzione dell’unità nazionale italiana. Il processo di unificazione europea ha poi presso un’altra via, in particolare seguendo il pensiero del politico francese Jean Monnet (1988-1979). Chi desidera approfondire può farlo sul portale WEB della Treccani a questo indirizzo 
<http://www.treccani.it/enciclopedia/europeismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/>.
  I nazionalisti italiani dell’Ottocento scoprirono che  “fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani”, vale a dire che gli elementi culturali unificanti che avevano sorretto il movimento politico per l’unità nazionale erano propri di classi piuttosto ristrette, in particolare di ceti colti, con scarsa rappresentanza delle masse popolari. Bisognava creare nei popoli italiani i presupposti per il consolidamento dell’unità nazionale, innanzi tutto elevando il livello di istruzione popolare, che era molto basso, istituendo un servizio nazionale di stato per l’istruzione  di base, quella elementare. Anche la leva militare fu utilizzata a questo scopo, anche se coinvolgeva solo i maschi. Il più potente fattore di coesione culturale delle genti italiane era costituito, all’epoca, dalla fede religiosa, ma esso poté essere utilizzato politicamente solo molto più tardi,  nel secondo decennio del Novecento, perché l’unità nazionale si era fatta anche contro il papato, che dominava uno dei piccoli regni in cui l’Italia era suddivisa e che vennero soppressi nel processo politico di unificazione. I Papi, quindi, vietarono a lungo ai fedeli cattolici la politica nazionale e ciò fino al 1913.
 Nel processo di unificazione europea iniziato negli anni ’50 del secolo scorso, si cominciò dal tentativo di indurre un avvicinamento delle economie e delle società europee, come premessa per una progressiva cessione di sovranità degli stati nazionali alle istituzioni europee. Negli ultimi trent’anni questo processo ha coinvolto masse di giovani in programmi di integrazione scolastica che prevedono che liceali e universitari possano svolgere parte dei loro studi in altri stati europei. Questo ha portato i giovani ad essere molto più europeisti dei loro genitori, formatisi nella cultura dello stato nazionale. Nelle difficoltà attuali dell’Europa, però, molta  gente non pensa alle istituzioni europee come una risorsa per resistere e superarle, ma come a un impedimento e addirittura come una loro causa. Nel voto al referendum in Gran Bretagna per l’uscita dall’Unione Europea è risultato che i più anziani, quelli meno acculturati all'europeismo, sono stati determinanti. Il processo culturale per l’unificazione europea non ha quindi ancora raggiunto quel grado che consenta di proteggere le nuove istituzioni dalla minaccia di dissoluzione.  Ai tempi in cui fu scritto il Manifesto di Ventotene, e ancor più alla caduta dei fascismi europei, nel 1945, fu chiaro invece che i popoli europei potevano risollevarsi solo tutti insieme, superando gli egoismi nazionali che li avevano divisi e condotti a combattersi.
  I nazionalismi in cui sta ricadendo l’Europa sono molto diversi da quelli del passato, che facevano leva, in particolare in Italia, sulla scarsa istruzione popolare, che rendeva la gente più facilmente manovrabile. Piuttosto essi appaiono come un’estensione su grande scala, dalla realtà domestica a quella degli stati e dell’organizzazione del continente, di egoismi consumistici individuali, per cui si pensa che,  possedendo ciò che bisogna possedere, tutto il resto conti poco e, in particolare il grado di ingiustizia sociale che c’è in ciò che si è comprato e si possiede. I vecchi nazionalismi facevano leva sullo spirito di sacrificio della gente, spingendola anche a dare la vita  per il bene della nazione, intesa  in definitiva come la casa dei padri, la patria. Tutta l’epica nazionalista Ottocentesca è piena di figure esemplari così. Il nazionalismo di oggi si basa invece sull’idea che non valga assolutamente la pena di sacrificarsi per nulla al mondo e quindi sulla volontà di tutelare, non tanto la propria roba, ma la possibilità di comprare  tutto ciò che si desidera, buttando ciò che non è più di moda possedere. L’idea di limitarsi in questo per ragioni umanitarie spaventa, perché da cittadini siamo diventati consumatori, come ha spiegato bene Zygmunt Bauman, e in questo continuo consumare  troviamo il senso della vita, il nostro benessere sociale, la nostra fonte di integrazione con gli altri. Ecco perché il neo-nazionalismo non ha più bisogno dei miti  che riempivano ad esempio l’ideologia popolare del fascismo mussoliniano, basata su una reinterpretazione della storia imperiale romana. Il vecchio nazionalismo era altruistico, benché solo su scala nazionale: per la patria  si era spinti a dare anche la vita, a perdere tutto, come si cantava nella lirica di Paolo Pola:  Chi per la patria muor / vissuto è assai / la fronda dell’allor/ non langue mai [dal melodramma di Saverio Mercadante, Caritea, regina di Spagna, ossia La morte di Don Alfonso re di Portogallo, messo in scena nel 1826; due atti  con libretto  curato da Paolo Pola]. Nel neo-nazionalismo contemporaneo tutti vogliono salvarsi anche a costo di abbandonare gli altri, in particolare ributtando a mare  le genti che arrivano da altri continenti.  Questo mette in questione la fede religiosa? Come si raggiunge l’integrazione tra fede e vita, ragionando così? E se si vuole innanzi tutto salvarsi  come individui, come ci si salverà come nazione? E come ci si salverà come individui, se il salvarsi richiede di agire come nazione e anche in un ambito più vasto? C’è in questione anche una spiritualità, come è spiegato nell’ultimo capitolo dell’enciclica Laudato si’. Occorre una specifica formazione alla cittadinanza europea, che, proprio per gli elementi di spiritualità che connotano i problemi di oggi, dovrebbe farsi anche in religione, ma in genere non si fa.
 Bauman ha spiegato che quello che i vecchi nazionalismi ottenevano con la mitologia e la forza, quelli attuali riescono ad ottenere spontaneamente dalla gente: quest’ultima si accomoda disciplinatamente alla cassa, senza più necessità di polizia per tenerla a freno. E lì pensa solo a sé stessa e a ciò che sta acquistando, al proprio giocattolo nuovo, che presto abbandonerà. Come è scritto nell’enciclica la nostra società produce molti rifiuti, e anche di tipo umano, vite abbandonate.
 Spinelli e i suoi amici avevano una certa idea delle classi conservatrici,   che avrebbero tentato di mantenere il dominio anche dopo la caduta dei fascismi europei. Bisogna dire che esse sono molto mutate, si sono fatte meno visibili, nascoste dietro uno dei miti di oggi, quello del mercato. Quest’ultimo, per la sua dimensione anche spirituale e la sua personificazione al modo delle antiche divinità, è divenuto, nella considerazione di molta gente, un nuovo dio. Anche di questo si parla nell’enciclica Laudato si’. Esso ci domina e, spingendoci gli uni contro  gli altri, dividendoci, mantiene il controllo su di noi. E noi, pensando di fare solo il nostro interesse, lasciandoci dividere dagli altri, facciamo il suo gioco.  Il suo, però, è un vero giogo, e non è dolce come quello del Maestro. Infatti ci rende schiavi. "Schiavi di un dio minore", secondo il titolo del bel libro di Arduino e Lipperini sulle nuove schiavitù che ho citato qualche giorno fa (disponibile anche in e-book).

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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