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martedì 28 febbraio 2017

Idee sbagliate sui giovani

Idee sbagliate sui giovani


  Chi comanda oggi nelle nostre organizzazioni religiose ha più o meno la mia età e ha in genere idee irrealistiche sui giovani. Questi ultimi sarebbero dei rivoluzionari naturali, vorrebbero cambiare il mondo ecc. ecc.: si tratta di  un’immagine che corrisponde a come i cinquantenni/sessantenni di oggi fantasticano che sia stata la loro generazione da giovani, diciamo quella dei giovani degli anni Sessanta/Settanta del Novecento. Io ricordo bene quei tempi e posso attestare che noi da giovani non fummo assolutamente dei rivoluzionari naturali, eravamo anzi piuttosto conservatori e, prima di tutto, attenti a noi stessi e solo a noi stessi, perché era proprio su noi stessi che dovevamo lavorare per diventare adulti, e questo è appunto l’obiettivo  naturale di sempre dei giovani. Mi pare che anche oggi sia così, anche se ora conosco quelli più giovani non più da coetaneo ma, per così dire, da controparte adulta. Le idee sbagliate che si hanno sui giovani generano poi interventi educativi inefficaci.
  Se cerco di fare memoria realistica della mia adolescenza, il primo grosso problema che ebbi fu quello di inserirmi, fuori della famiglia, nella società dei ragazzi, ciò che avvenne all’età delle scuole medie. Si trattò di un momento particolarmente angoscioso, anche se la vita nella città e i costumi dei ragazzi di allora erano molto meno  difficili di ora. Da un lato un ragazzino di dieci anni poteva tranquillamente girare tutto il giorno da solo per il quartiere, senza temere di essere investito da una macchina o di fare brutti incontri, dall’altro si aveva una consuetudine, fin da molto piccoli, al gioco collettivo, per bande, e questo facilitava l’inserimento. Oggi i ragazzini sono dei piccoli reclusi e bisogna sempre accompagnarli di qua e di là. Sono abituati a giocare da soli. Le attività extrascolastiche in cui sono impegnati in quasi tutto il tempo libero che rimane dalla scuola sono completamente strutturate da istruttori adulti, con pochissimi margini di autonomia. Il gioco per bande  è, credo, completamente sconosciuto per loro. I problemi di quell’età mi furono risolti dagli scout cattolici della parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione. Crescendo, il problema che si ha è quello di costruirsi un’identità, nel quale sono compresi e molto importanti i rapporti con l’altro sesso. Anche questo mi fu risolto dagli scout. Ebbi la mia identità, molto precisa e apprezzata in società, e iniziai a conoscere le donne. Il metodo scoutistico stimola molto l’autonomia individuale, nel quadro di una società di ragazzi, in un certo senso una banda,  con una forte impronta etica orientata dal proponimento dell’essere pronti a tutto ciò che accade intorno, e innanzi tutto, a conoscerlo bene e poi ad addentrarvisi coraggiosamente. Ideologicamente lo scout è uno a cui piace andare in terre e ambienti sconosciuti. Crescendo ancora si ha il problema di inserirsi nella società civile, adulti tra gli adulti. In questo lavoro per me fu determinante la FUCI, l’organizzazione degli universitari cattolici, dove feci gli incontri fondamentali della mia vita, e tra l’altro quello con mia moglie. L’essere in FUCI mi diede un’identità sociale molto apprezzata in tutti gli ambienti che frequentavo, mi sostenne negli studi e anche successivamente, nella fase della ricerca del lavoro. Passai a quelli che all’epoca venivano chiamati Laureati cattolici, il naturale proseguimento di un’esperienza fucina: ora l’organizzazione si chiama M.E.I.C., il Movimento ecclesiale di impegno culturale. Ecco dunque che le mie principali esperienze umane di gioventù furono mediate da organizzazioni ecclesiali: esse mi furono utili  a risolvere tutti i problemi che incontravo crescendo. Più o meno tutti quelli che conosco della mia età hanno avuto esperienze simili, anche se in altre organizzazioni, non solo ecclesiali, ma, ad esempio, politiche. Ma le esigenze erano più o meno le stesse. Ai tempi nostri si ha grandissima difficoltà ad avere questo tipo di aiuto, nelle metamorfosi dall’età di ragazzino a quella adulta.
 Tutti gli atteggiamenti apparentemente anticonformisti dei giovani della mia generazione, in realtà non lo erano. E, infatti, la maggior parte dei giovani contestanti (negli anni ‘60/’70 si parlava di contestazione giovanile) sono divenuti persone assolutamente inquadrate nella società del loro tempo: tutte casa, famiglia e lavoro. Negli anni ’60 cominciò ad esserci una specifica forma di consumismo per i giovani, che comprendeva abbigliamento, musica, viaggi, attività ricreative e che richiedeva una certa maggiore libertà di costumi. Essa spingeva fuori della famiglia e richiedeva di essere vissuta in una società di consumatori  coerente. Le società dei giovani di allora erano fondamentalmente fatte di questo. Si discuteva di politica più di ora, ma, per quanto io ricordi, fondamentalmente per fare il lavoro che si stava facendo su di me in FUCI, solo in modo spesso meno ordinato e molto più dispersivo. La politica giovanile di allora fu qualche volta, mi pare di ricordare, un’estensione delle guerre per bande  dei nostri giochi di bambini, in cortile. Lasciarono poco. Le vere rivoluzioni, all’epoca, non vennero pensate dai ragazzi, ma da adulti.
 Ai tempi nostri rimane un altro tipo di consumismo  giovanile ed è attraverso di esso che i più giovani tentano di risolvere i loro problemi di sempre. La caratteristica di questo consumismo è però quella di indurli a rimanere per sempre giovani: vale a dire che ostacola l’inserimento nel mondo degli adulti. Il consumismo  giovanile della mia epoca, invece, prometteva di far crescere più velocemente, di far diventare adulti prima, e qualche volta manteneva questa promessa.
  Dei costumi dei giovani della mia età, solo l’emancipazione della donna è rimasta veramente rivoluzionaria, ma lo divenne quando cominciò ad essere pensata  e  vissuta  nell’età adulta, a confronto con i problemi degli adulti.
  E’ stato scritto che la nostra  non è un società per giovani, e bisogna intendere che sono quasi sparite quelle organizzazioni che, ai tempi della mia gioventù, conducevano verso il mondo degli adulti. In particolare sono divenute molto meno efficienti quelle ecclesiali. Ma è un fenomeno generalizzato.
 Nell’accostare i problemi sociali dei giovani, in genere in religione si pensa di dover fare catechismo e che ogni altra iniziativa ne debba essere una sorta di espansione di quello. Il catechismo non è più concepito come indottrinamento, ma come esperienza sociale di vita di fede, ma spesso si ricade nel passato peggiorandolo, perché si pensa di dover indottrinare alla vita di fede, distribuendo ricette di buona vita che conducono i giovani lontani dalla società in cui sono immersi e in cui devono inserirsi. E’ l’idea di dover costruire serre  di specie pregiate di giovani. Questa vita in serra  è però inutile ad un giovane, lo sarebbe stata anche per quelli della mia generazione e  lo è per quelli di oggi, e allora i giovani con ci perdono tempo. Ma anche il consumismo giovanile crea della serre  di altra natura, degli spazi di vita potenziata estranei alla società del tempo, per cui un giovane può finire per avere due vite, quella reale, noiosa e inutile, e quella potenziata, fantasiosa ma inutile anch’essa. Ecco che, allora, i giovani diventano degli emarginati.
  La soluzione: prendere sul serio i giovani come sono nella realtà, non come immaginiamo che siano o che debbano essere. Il principale problema di un giovane è quello di finirla di essere giovane e di diventare adulto. Lo aiutiamo in questo?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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