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venerdì 24 febbraio 2017

Nuove modernità

Nuove modernità


[da: Peter Berger, Grace Davie, Effie Fokas, America religiosa, Europa laica? - Perché il secolarismo europeo è un’eccezione, Il Mulino, 2010, € 18,50]

[pag.192] […] se una società desidera fare uso di certe tecnologie, deve adattare le sue istituzioni e i suoi valori culturali in maniera tale da formare persone che possano impiegare queste tecnologie. Per esempio, il pilota di un aereo moderno non può agire sulla base delle assunzioni metafisiche o degli incantesimi di uno sciamano, almeno finché siede nella cabina di pilotaggio. Ma quando il pilota torna a casa - per esempio in un villaggio primitivo - può fare proprie ogni sorta di idee e pratiche magiche.

  La modernità è un fatto culturale, anche se la parola richiama l’idea di una successione di epoche. Si ha quando una società ritiene di aver fatto dei progressi rispetto ad una sua forma precedente, per cui comprende meglio e più realisticamente i fatti della vita, e innanzi tutto sé stessa, e sviluppa tecnologie più efficaci e potenti. E’ un processo che ha caratterizzato tutta la storia dell’umanità e la gran parte delle culture umane, ma solo dall’Ottocento, in Europa, la modernità è divenuta anche ideologia e non comporta solo una constatazione di come un certo presente si presenta a confronto con un suo passato ma anche propositi per il futuro. Dall’Ottocento essere moderni  significa anche voler essere sempre più moderni. In questa accezione modernità  è strettamente connessa con progresso. L’obiettivo delle società moderne  non è più stata la stabilità, ma il miglioramento incessante sulla via della modernità. Il processo di modernizzazione  ha riguardato anche la religione, che fino alla metà dell’Ottocento ha preteso di sbarrare la strada all’ideologia della  modernità, appunto perché comprendeva anche una modifica del ruolo della religione nella società e una diversa comprensione dei concetti e precetti religiosi. Il Novecento si è aperto in Europa con l’ultima delle persecuzioni religiose attuate nella nostra confessione, che è stata quella contro il modernismo. All’inizio del Novecento, la battaglia della religione contro la modernità scientifica  era già persa, ma era ancora in corso quella contro la modernità sociale, che riguardava concezione e costumi sociali. Un portato di quest’ultima era la democrazia,  contro la quale il papato romano combatté strenuamente in Italia fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando provò a trovare un accomodamento anche in questo campo. Ma il divieto assoluto di modernizzare  rimase in campo religioso e si dovette arrivare agli anni Sessanta del secolo scorso per un primo cambiamento. Bisogna anche dire che la pretesa della modernità di svelare  la natura e la dinamica dei fatti sociali colpiva anche la religione con l’accusa, senz’altro in genere fondata, di essere stata lo strumento con cui le classi dominanti avevano asservito le masse popolari, fascinandole con una serie di miti, di fantasiose narrazioni che si pretendeva descrivessero fedelmente la realtà. Questa prospettazione veniva fatta sia dai democratici liberali, che dominarono il Regno d’Italia dalla sua fondazione nel 1861 all’avvento del fascismo mussoliniano nel 1922, sia dai socialismo, il movimento politico che in Italia si sviluppò nella seconda metà dell’Ottocento: per il socialismo ottocentesco la liberazione sociale delle classi di quelli che stavano peggio avrebbe dovuto comportare anche la liberazione delle masse dai miti religiosi. Quest’ultimo compito fu assunto con molto impegno e rigore dal comunismo sovietico, regime che nel 1917 si impadronì dell’impero zarista russo, e dai regimi che ad esso si ispirarono o da esso comunque vennero imposti.
  Nel corso del Concilio Vaticano 2° si venne ad una nuova sistemazione culturale: la modernità venne accettata ma essenzialmente con fatto laicale, destinato a rimanere in quello che venne definito il  temporale, nel senso di soggetto a rapidi cambiamenti e quindi opposto all’eternità  che caratterizza la dimensione soprannaturale. I laici vennero incoraggiati a trattare degli affari  temporali, sviluppando una competenza autonoma, nel senso che, se dovevano pilotare un aereo di linea, dovevano farlo secondo le regole della fisica e della tecnologia aeronautica, non confidando sulle proprie concezioni religiose e prendendo come riferimento i testi di teologia. Nelle questioni relative al  soprannaturale  ci si propose di introdurre aggiornamenti e, innanzi tutto, di studiare di più e meglio le Scritture. Questo può sembrare un portato della modernità, e lo è effettivamente, ma, per non violare certi divieti religiosi che vennero mantenuti (per cui non ci fu mai un’ammissione di colpe per la persecuzione antimodernista, che oggi a molti appare veramente sconsiderata), si presentò la cosa come un  ritorno alle origini, quindi come un tornare indietro, alla purezza dei primi tempi, quando si era molto più vicini alla prima predicazione del Maestro, per cui si supponeva che si fosse anche più vicini alla verità eterna.  Questo ha configurato una modernità  di tipo religioso, quindi non ostile e incompatibile con la religione, per cui, ad esempio, in Vaticano i Papi mantengono dal 1936 un consiglio di scienziati, che dagli anni ’76 possono essere credenti e non credenti, conta solo la competenza nelle cose temporali.
 Ora, l’atteggiamento dei saggi del Concilio nei confronti della modernità  è diventato comune a tutte le culture che hanno avuto uno sviluppo tecnologico seguendo gli europei. Vale a dire che, come sostengono i sociologi Berger, Davie e Fokas nel libro che ho sopra citato, non c’è più solo una  modernità, in particolare quella europea di tipo antireligioso, ma più  modernità, alcune delle quali democratiche e altre democratiche, alcune delle quali religiose e altre secolarizzate, vale a dire portate a confinare la religione nel privato individuale escludendola nelle scienze e marginalizzandola in società. I menzionati autori citano ad esempio una modernità russa ispirata dall’Ortodossia, una modernità islamica, una modernità indiana hindu e anche una modernità integralmente cattolica che a loro dire è stata realizzata con successo dall’Opus Dei.
  Bisogna dire che il riparto di competenze  stabilito dai saggi dell’ultimo Concilio, un grande progresso  negli anni Sessanta scorsi, non soddisfa più. Voleva essenzialmente ripartire le competenze tra clero e laici, quando già però questa distinzione non era più attuale, in particolare in Italia, dove il clero era stato determinante nei fatti sociali  temporali in particolare a partire dai processi democratici a cavallo tra Ottocento e Novecento,  e i laici avevano messo bocca ampiamente nelle questioni del soprannaturale, vale a dire anche nella teologia, in particolare contestandone il carattere arretrato e antidemocratico.
 A quale modernità facciamo riferimento in parrocchia? Ne vedo proposti più di una, ma in genere non esplicitamente (essere moderni  nella nostra confessione induce ancora un certo sospetto di indisciplina ideologica, se non di vera e propria eresia). Ognuno pensa che la sua sia quella giusta. E anche questa è una situazione moderna, perché la modernità  comprende in genere (non sempre) anche un certo pluralismo, e comunque la modernità europea  nasce come pluralista.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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