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domenica 12 febbraio 2017

Il latinorum e il sacro

Il latinorum  e il sacro

Il personaggio di Albus Silente, nella saga di Harry Potter. Ad alcuni la liturgia piacerebbe così, con il latinorum degli incantesimi di quel romanzo.


La maschera bolognese del Dottor Balanzone, che rappresenta il dotto universitario che sa di latino. Questa è l'immagine del sapiente che ancora molti hanno.



    Molti incolti sono affascinati dalle liturgie e dai canti in latino. Sembrano essere più sacri.  Che relazione c’è tra il latino e il sacro?
  Nella nostra fede è sacro ciò che è legato al divino. Ogni vita umana lo è. Ogni cultura umana, ogni lingua,  può quindi esprimere il sacro. Ma esso può essere inteso anche nel senso più antico, come ciò che racchiude  il divino e che quindi è vietato, e nascosto, ai più. In questa accezione è legato al mistero, è per natura misterioso, in quanto  nascosto, e accessibile solo ad una classe di iniziati, che detengono sacre  formule per avvicinarlo e svelarlo.
  Il latino. Oggi è una lingua misteriosa, in quanto ignota ai più e accessibile solo ad iniziati. E’ legata storicamente alla liturgia e alla teologia. A lungo, più o meno fino al Concilio Vaticano 2° (1962-1965), tra i cattolici ha nascosto ai più i nostri testi sacri, rendendoli misteriosi  e  dunque, sacri, nel senso più antico. Li ha imprigionati  nel sacro. E’ una lunga e brutta  storia.
 Il Maestro intendeva il latino? Non lo sappiamo. Nei testi sacri scaturiti dall’esperienza religiosa delle nostre prime comunità vengono riferite sue frasi in aramaico, che era la lingua comune tra la gente che incontrava. Nell’antica Palestina gli occupanti romani  parlavano anche il greco. I più antichi testimoni del testo, i primi documenti che contengono gli insegnamenti del Maestro e degli Apostoli, ci sono pervenuti in greco. La stessa nostra parola italiana “vangelo” deriva dal greco euanghèlion,  formato da èu-, che significa bene, e da anghèllo, che significa “annuncio”, quindi quella parola significa  “buona notizia”, che si traduce in latino “evangèlium”,   in italiano “vangelo”, in inglese “gospel” [da good, “buono”, e spell, nell’inglese antico “storia]. Evangèlium, vangelo, gospel sono traduzioni: una vale l’altra.   Leggo in  Josef Scharbert, La Bibbia - Storia, autori, messaggio, EDB, 1972 [non più in commercio, ma reperibile nelle biblioteche religiose]:
[pag.194] Il nuovo Testamento ha come lingua originale il solo greco. Vi sono alcuni dubbi, da questo punto di vista, al massimo per il Vangelo di Matteo poiché vi sono dei “testimoni” molto antichi di una tradizione secondo la quale questo vangelo fu scritto  in “dialetto ebraico” cioè probabilmente nell’idioma aramaico parlato in Palestina all’epoca di Gesù. D’altra parte il libro è scritto in un greco così raffinato che ben difficilmente può essere una traduzione. I tentativi intrapresi da alcuni studiosi, per dimostrare un testo base ebraico o aramaico anche per altri libri neotestamentari, sono andati falliti.
  La prima grande teologia della nostra fede fu scritta e parlata in greco, la lingua corrente nella parte orientale dell’impero romano, quella che ruotava intorno a Bisanzio-Costantinopoli  e alla parte dell’impero sviluppatasi in ambiente ellenistico. Tutti i concili ecumenici del primo millennio della nostra era furono convocati e presieduti, direttamente o mediante loro incaricati, dagli imperatori romani che governavano da Bisanzio-Costantinopoli: in essi si discuteva in greco. Da ciò deriva che i dogmi fondamentali della nostra fede risentono della cultura greca del tempo in cui furono enunciati, e furono enunciati in greco.
  Una curiosità: viene considerato il testo patristico più antico una lettera del nostro  san Clemente papa alla comunità di Corinto, risalente ad un’epoca tra il 96  e il 98 della nostra era. E’ scritto in greco.
  Il latino si affermò come lingua ecclesiastica nella parte dell’occidentale dell’Impero romano e fu usata nell’assimilazione culturale e religiosa dei popoli che da Oriente la invasero, conquistandola politicamente: un processo che si sviluppò nella seconda parte del primo millennio della nostra era. A quell’epoca il latino non aveva però ancora il carattere di lingua sacra, in ogni senso.  Era la lingua in cui si esprimevano i dotti occidentali. Non veniva usata in quanto misteriosa, ma in quanto estremamente chiara  e precisa. Lo era divenuta in particolare nella pratica del diritto, quindi della giurisprudenza, progressivamente intrecciatasi fittamente con la teologia della nostra fede. Questa caratteristica, di lingua delle scienze, divenne eclatante nello sviluppo, a partire dal Secondo millennio, delle grandi università europee. In queste ultime aveva un ruolo molto importante, centrale, la teologia. A quell’epoca il teologo veniva considerato come uno scienziato. Da quell’epoca in poi il latino divenne la lingua delle scienze, di tutte le scienze, in particolare di quella giuridica, e lo rimase fino all’inizio dell’Ottocento. Ad esempio, nel Seicento, Galileo Galileo scrisse in latino una sua opera fondamentale di astronomia, il Sidereus Nuncius, che si può tradurre un po’ liberamente con La gazzetta del Cielo, riportando le sue osservazioni astronomiche. Nella biografia del grande fisico Enrico Fermi (1901-1954), si narra che qui a Roma, da ragazzo, comprò su una bancarella il trattato di matematica in latino Elementorum Physicae Mathematicae (Sugli elementi di fisica matematica) del gesuita Andrea Caraffa [1789-1845] che iniziò ad appassionarlo a quella materia.
  Per circa ottocento anni il latino fu quindi, in Europa, la lingua universale delle scienze, della teologia come delle altre scienze, perché appunto conosciuta da tutti i dotti, e anche dai regnanti, che vi venivano acculturati in particolare leggendo le opere di Cesare, in quanto  chiara, precisa, e con una tradizione linguistica che, formatasi ormai solo all’interno delle scienze, si era fatta ancor più chiara e precisa. Infatti, già all’inizio del Primo millennio della nostra era,  il latino non era più inteso dalla maggior parte del popolo, proprio come oggi. La situazione è ben rappresentata dall’opera del grande Dante Alighieri (1265-1321). Egli scrisse la sua opera più nota, la Comedia (che noi conosciamo come Divina Commedia), nella lingua del popolo della sua epoca, l’italiano antico, la lingua volgare, dal latino  vulgus  che si traduce con “popolo”, quindi lingua volgare  significa lingua del popolo. Egli infatti con quel testo voleva rivolgersi al popolo, a tutto il popolo, in particolare per la molta critica politica che in esso era contenuta. L’opera non doveva solo essere intesa dai dotti.  Per spiegare però perché avesse deciso di scrivere nella lingua del popolo e quale delle  lingue all’epoca parlate in Italia avesse scelto per farlo, Dante scrisse un trattato di linguistica in latino, in quanto rivolto ai dotti, il De vulgari eloquentia, che si può tradurre liberamente con Parlare la lingua del popolo. A quel tempo il latino non era ancora la prigione dei testi sacri e della teologia. Infatti  nella Divina Commedia Dante fa molta teologia e lo fa scrivendo in uno degli italiani diffusi alla sua epoca.
  Il problema tra latino, testi sacri e religione si sviluppò progressivamente nell’Europa occidentale nella prima metà del Secondo millennio della nostra era. In quest’area il papato romano si diede struttura giuridica di impero religioso volendo emanciparsi dai monarchi civili dei quali, da un punto di vista politico, era stato vassallo nell’ordine feudale dell’Alto medioevo originato dalla fusione dei regni germanici con l’ordinamento romano caduto nel loro dominio. Questo sviluppo comprese anche la pretesa di monopolio della verità teologica. A quell’epoca la teologia dogmatica, quella che si occupa delle verità imposte d’autorità, parlava latino in Europa occidentale e aveva come basi le versioni latine dei testi sacri, al modo in cui parlavano latino i giuristi dell’epoca e avevano come base la lingua latina  del Corpus Iuris Civilis, la grande raccolta di norme e trattati giuridici fatta compilare nel Sesto secolo dell’era antica in massima parte in  latino, ma anche in greco nella parte che riportava la normativa più recente, dall’imperatore bizantino Giustiniano I. La verità che veniva diffusa dal papato romano era espressa in latino.  La giurisprudenza ecclesiastica occidentale in merito alle eresie, alle dottrine e prassi ritenute devianti ed erronee condannate dall’autorità religiosa, parlava e scriveva in  latino. Quando nel Cinquecento, dopo lo sviluppo dell’industria della stampa a caratteri mobili e la riforma luterana con i suoi epigoni, cominciarono a diffondersi versioni dei testi sacri nelle varie lingue nazionali europee, per rendere comprensibili quei documenti a tutto il popolo e non solo ai dotti che conoscevano il latino, il papato romano, temendo deviazioni ideologiche incontrollabili, le vietò, impegnando nella repressione tutta la violenza del sistema di polizia ideologica che va sotto il nome di Inquisizione, coevo all’evoluzione imperiale dell’organizzazione ecclesiastica romana. Tradurre i testi sacri nelle lingue del popolo venne considerato sostanzialmente un delitto di lesa maestà religiosa per sospetto di eresia.  Da questo momento i testi sacri, nella nostra confessione,  vennero nascosti  nel latino, divenendo misteriosi  per i più. In  particolare il popolo, a parte le élite colte, non fu più messo in grado di capire il senso delle letture bibliche e delle liturgie della messa. I più si limitavano quindi a biascicare formule delle quali non intendevano più il senso e che acquistarono quindi apparenza magica. La fede fu imprigionata nel sacro e il latino fu la materia del quale le mura di quella prigione erano costruite. Chi abbia voglia e tempo di conoscere meglio questa brutta storia può farlo leggendo di Gigliola Fragnito,  Proibito capire - La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, Il Mulino, 2005. Nell’introduzione del libro  viene citata una lirica del poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli:
Dicheno lòro c’a pparlà de fede
Sce s’arimette sempre de cusscenza
Cqui nun z’ha da capì mma ss’ha da crede.
Traduzione mia:
Dicono che a parlare di fede
ci si rimette sempre l’anima
qui non bisogna capire, ma credere.
  Il divieto ecclesiastico venne ampliamente violato, in genere con rischi molto gravi all'inizio ma progressivamente sempre meno, a seconda della maggiore o minore influenza del potere politico del papato romano sui regimi civili locali. Dal Settecento  e progressivamente le sanzioni divennero in genere solo canoniche, con l’eclisse dell’egemonia politica del papato romano. In sostanza, per la maggior parte del popolo, voler approfondire i testi sacri significava commettere peccato. Lo si poteva fare solo da dotti, da conoscitori del latino, in epoche in cui la grande maggioranza della popolazione era analfabeta. 
  La nostra Chiesa uscì veramente da questa situazione con il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che promosse l’istruzione biblica del popolo e consentì le liturgie nelle lingue nazionali, parlate dal popolo, quindi nelle lingue volgari, nel senso di parlate dal popolo. Da circa un secolo, però, la repressione contro i testi sacri in lingua italiana si era molto attenuata, essendo divenuto comunque impossibile frenarne la diffusione. In Italia, l’istruzione pubblica li aveva resi effettivamente accessibili ad un pubblico molto più vasto, ma mancava ancora un lavoro di sistematica spiegazione, che continuava a riguardare solo i più colti.
  Nella prassi ecclesiastica attuale, benché il latino ecclesiastico sia ancora la lingua ufficiale  dei documenti normativi del papato romano, non viene in genere più utilizzato nei sinodi e nelle procedure burocratiche, preferendosi altre lingue veicolo  colte, in particolare l’inglese, il francese o il tedesco. L’italiano mi risulta abbastanza usato, al posto del latino ecclesiastico, come lingua comune quotidiana negli incontri internazionali tra alti prelati, perché la formazione di questi ultimi comprende soggiorni più o meno lunghi a Roma e quindi la nostra lingua è  loro familiare, la parlicchiano un po’ tutti.
  Fatto sta che, però, per molta gente il latino della liturgia conservò il suo carattere sacro-magico. Quando si iniziò a celebrare messa in italiano, il 7 marzo 1965, nella parrocchia romana di Ognissanti, in una liturgia presieduta dal papa Montini, a molti, specialmente agli incolti, sembrò che questo svelamento del sacro  la rendesse meno efficace. “Tutto qui?”, sembrava che ci si dicesse. Intorno al latino liturgico si era molto sognato, da parte di chi non lo capiva. Lo si ascoltava con lo stesso stato d’animo incantato con cui oggi vediamo i film della serie di Harry Potter, nei quali, non caso, alcune formule di incantesimo sono pronunciate in un latinorum. Ad esempio il potente Incanto Patronus,  per evocare un difensore magico, formula "Expecto Patronus!", o il Protego Horribilis, contro le Maledizioni senza perdono. Paolo Giuntella ricordava che le signore del quartiere romano Mazzini uscivano scandalizzate dalle prime messe celebrate in italiano perché pensavano che alcune letture evangeliche potessero sobillare le loro colf, con tutto quel gran parlare di giustizia. E, insomma, pian piano, ci si cominciò a rendere conto, fra la gente, che in definitiva i testi sacri erano stati molto più innocui, in particolare politicamente, quando i più non ne capivano il senso, esattamente come aveva ritenuto Lutero secoli prima. L’imprigionamento  di quei testi nel latino ecclesiastico aveva contribuito a renderli inoffensivi, ma anche inutili per una vita di fede. Con la riforma liturgica attuata con molta decisione dal papa Montini, le celebrazioni divennero molto di più di una scenografia suggestiva, divennero catechesi, anzi, la principale forma di catechesi, in particolare le messe domenicali. Venne stimolata la partecipazione attiva dei fedeli, anche con canto corale. Un’istruzione del 1967 sulla musica sacra stabilì, in particolare, che i  cori costituiti  non dovessero mai sostituire, ma solo integrare, il canto corale dell’assemblea. E partecipazione fu. Il latino però rimase la bandiera dei reazionari anticonciliari, che sono numerosi ancora oggi, sebbene complessivamente in minoranza. La partecipazione attiva del popolo non è infatti gradita a tutti. Molti altri credono ancora alla potenza magica  del latino e non pochi amano le sfarzose liturgie che, anche se i più non ne hanno consapevolezza, derivano dall’antico cerimoniale imperiale bizantino, la scuola universale di magnificenza per le culture europee.  Il tutto oggi si mischia alla profonda, viscerale,  avversione politica e religiosa per il papa Francesco, che con molta più decisione dei suoi predecessori, ha deciso di spogliare la sua autorità dei fasti imperiali. Prosegue in questo l’opera di liberazione della nostra fede da un contesto politico che non le appartiene nell’essenziale, ma  solo come vetusto portato storico. E allora ecco, da parte dei reazionari, la ciclica  pretesa di fascinare di nuovo l’assemblea con gli incanti del latino nel canto gregoriano. E l’evidente fastidio verso chi ricorda gli insegnamenti e gli auspici del Concilio Vaticano 2°. E, infine, la tremenda accusa, rovesciata disinvoltamente addosso a chi manifesta di voler andare verso il popolo, di volere più bene al popolo che all’Eterno. In sostanza l’antica incolpazione di eresia, ma questa volta non portata dai dotti, ma prevalentemente dagli incolti, da chi pretende di imporre il latino al popolo senza più nemmeno conoscerlo. Chissà se questo si può considerare come un peccato? Certo, fa tanto male a chi ne è vittima. Allora, come penitenza, suggerirei di prescrivere agli entusiasti del latino liturgico di leggere integralmente in latino il De Vulgari Eloquentia  dell’Alighieri e di replicare per iscritto, in latino, al poeta, per spiegare perché a loro parere convenga ancora oggi far cantare al popolo nella messa canti in latino che nessuno capisce più.
  E’ dai tempi dell’università che mi trovo impegnato a replicare alle assurdità degli entusiasti del latino liturgico, e dico e scrivo sempre  le stesse cose, vale a dire che la gente deve capire e partecipare nelle cose della fede e che per capire e partecipare l’italiano va meglio del latino, che quasi nessuno, anche tra gli stessi preti, comprende più. E che quello del coro è un servizio  liturgico, per suscitare il canto nell'assemblea dei fedeli, non una forma di esibizione spettacolare. Ma mi pare di dover ogni volta ricominciare da capo, come se si trattasse di svuotare il mare con una scodella. A volte, allora,  mi verrebbe da dire “Basta! Andate a quel paese voi e il vostro latino!”,  e  finirla una buona volta così,   ma non è per questo che sono stato faticosamente formato in religione: anche nelle cose della cultura bisogna esercitare la misericordia, perché, poi, la gente a cui si parla non è sempre la stessa e certe cose purtroppo  le ha respirate nell’aria e le ritiene come verità senza propria colpa, in questa bella e sempre tremenda Italia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

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