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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 8 febbraio 2017

Pace, perdono e indole personale

Pace, perdono  e indole personale

Dal Messaggio per la 50° Giornata mondiale della pace  di papa Francesco
La radice domestica di una politica nonviolenta
5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia [= La gioia dell’amore], a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società.  D’altronde, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambini.
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  Nella riunione di ieri sera del gruppo parrocchiale di AC ci siamo interrogati sulle radici personali e familiari della vita pacificata. Preferiamo essere amati  o temuti? Ci conosciamo veramente, o siamo troppo indulgenti con noi stessi nel riconoscere caratteristiche della nostra indole come l’aggressività, l’intransigenza, la durezza, che portano inevitabilmente a situazioni di conflitto. Abbiamo letto un brano della Regola  di Benedetto da Norcia (480-547), nella quale si consiglia ai capi di comunità di cercare di farsi amare più che temere, e un brano tratto dal Principe di Niccolò Machiavelli (1469-1527) in cui si dà l’indicazione opposta, perché il capo che faccia conto sull’amore dei suoi sottoposti viene in genere tradito nelle avversità, mentre il timore dura per sempre e rende coese le società. Infine con l’aiuto di don Giorgio abbiamo meditato sul brano evangelico con la parabola detta del Servo malvagio (Mt 18, 21-35), in cui a un servo viene condonato un debito rilevantissimo, ma poi rifiuta di condonare a sua volta a un suo debitore un debito molto più piccolo, facendolo gettare in prigione, subendo lo sdegno del suo padrone. Siamo capaci di perdonare, di  condonare  agli altri i debiti che pensiamo abbiano contratto verso di noi? Il parroco, che è da poco tornato da un viaggio in Uganda per incontrare alcuni missionari che là operano, ci ha raccontato dei duri conflitti tribali che travagliano quella parte dell’Africa e che non si riesce a sopire: la soluzione, attuata in altre parti dell’Africa, potrebbe basarsi sul perdono, al modo in cui lo si è fatto in Italia alla caduta del fascismo. Vendetta chiama vendetta e di vendetta in vendetta si distrugge il contesto civile, come ancora osserviamo in alcune zone del nostro Meridione.  Abbiamo infine richiamato alla memoria il passo del recente Messaggio per la 50° Giornata mondiale della pace  di papa Francesco, in cui si esorta a “percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia”. Infatti, ha scritto il Papa, “l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini”.
  In quel messaggio il Papa indica la necessità di una politica nonviolenta  a partire dalla realtà domestica. Quest’ultima non sempre è  pacificata  e fonte di gioia. Vive tensioni che possono sfociare in violenza, come le cronache ci raccontano sempre più spesso. Per certi versi i mali sociali si riflettono sulle realtà familiari, le quali a loro volta ne sono anche sono espressione e origine. Parlare di pace è facile  e bello, praticare la pace è molto più difficile. E, quando si vive in famiglia, sono appunto le pratiche quotidiane di vita  che possono fare soffrire e che, dunque, bisognerebbe cambiare. Nella famiglia si può educare alla pace o, al contrario, alla violenza e alla sopraffazione. E’ lì che si può cominciare a sperimentare la sopraffazione tra esseri umani, ad esempio tra maschi e femmine, tra genitori e figli e tra fratelli. Le tradizioni etniche, religiose e politiche della società in cui la famiglia è immersa la possono condizionare pesantemente anche in senso negativo. In religione, in particolare, è in genere ancora piuttosto critica la questione del ruolo delle donne nella famiglia, sia nel rapporto coniugale sia in quello filiale. E’ in famiglia che si forma la nostra indole, certe nostre caratteristiche che tendono a permanere nel corso di tutta la vita, e la psicologia ce ne dà la spiegazione. Ma non dobbiamo sottovalutare la capacità di cambiamento che una persona può avere nel corso della propria vita, solo che riesca a prendere coscienza della radice del male che c’è in lei e nella società intorno ed avere gli amici giusti. Di solito i problemi sociali non derivano solo e in primo luogo dall’indole degli individui, ma dall’organizzazione sociale che una civiltà ha prodotto e che è alla base della produzione e distribuzione delle risorse e di ciò che la gente desidera per sé per raggiungere la felicità, come anche delle regole della vita delle famiglie. E’ qui che la pace diventa un problema politico. Se non si riesce a compiere il passaggio dal particolare, dall'individuo e dalla sua famiglia alla società intorno, non si passa mai alla dimensione politica e anche le soluzioni ai mali sociali sfuggono. Spesso però in religione si è indicata una via della pace attraverso il perdono che si esprimeva nella rinuncia alla lotta, per cui la religione è apparsa, è non di rado lo è effettivamente diventata, uno dei modi con cui le classi dominanti tiranneggiavano quello sottoposte. L’ingenua ideologia corporativa delle origini della dottrina sociale in sostanza consisteva proprio in questo: non era capace di apprezzare il potenziale di liberazione attraverso coscienza collettiva e lotta sociale espresso da certe politiche, ad esempio quelle nonviolente che furono proprie di Mohandas Gandhi in India e di Martin Luther King negli Stati Uniti d’America.
Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società”, si legge nel Messaggio  del Papa: questa, in realtà, più che una constatazione di ciò che veramente accade, è un auspicio e un’esortazione. E’ però tanto difficile passare dalla dimensione domestica a quella sociale, fino a comprendere tutto il mondo. Il mondo fa paura e allora non di rado veniamo consigliati a rinchiuderci nelle realtà familiari, appagandocene. E’, in fondo, ciò che molto a lungo è avvenuto nella nostra parrocchia: la via neo-tribale  ad una religione difensiva, di protezione contro i mali del mondo, la comunità di fede come neo-tribù di famiglie. Difficile però far sopravvivere un mondo di sette miliardi di persone con organizzazioni neo-tribali: in questo modo, in realtà, ritirandosi sostanzialmente dalla politica, si lascia il campo alle forze che, a livello globale, diffondono un’organizzazione ingiusta e predatoria delle società, creando tanta sofferenza e, in particolare, privando progressivamente, nel nome della libertà, le organizzazioni pubbliche dei poteri e risorse che loro competono per realizzare il bene comune, in particolare l’equità sociale. L’ideologia globale proclama la legge della giungla, quella del forte che mangia il debole e rifiuta ogni limite posto dalle collettività a fini di giustizia sociale: preferisce rapporti bilaterali, tra un forte e un debole, e in questo modo finisce come deve finire. Così una persona può cercare di essere buona e di farsi amare, e anche di costruire una famiglia basata su questi principi, ma se poi non si occupa di politica, quindi di ciò che c’è appena oltre la porta di casa, non fa tutto il suo dovere, anche in senso religioso. E’  docile, non usa la violenza, ma questo diventa in fondo una manifestazione di resa al male, di arrendevolezza. Capire la società per influirvi consapevolmente è però più difficile che capire la propria famiglia, fondata su rapporti elementari. Anche perché la società si è fatta molto più complessa di una volta: siamo tanti di più di prima al mondo. E non bastano i testi sacri per orientarsi. Dunque una formazione religiosa fatta solo di questi ultimi, di qualche istruzione liturgica  e di famiglia è insufficiente. Fin da molto piccoli, fin dalle società di bambini, ci si confronta con il male sociale, ma se non si ha avuta, in famiglia o a scuola o in religione, una formazione specifica non si riesce ad affrontarlo. Lavorarci su richiede di creare un’organizzazione, fin da molto giovani. Nel nostro quartiere solo la parrocchia dispone delle strutture giuste per attuarla. E’ una grande responsabilità. Come partire, o ripartire (perché una volta, fino all’inizio degli anni ’80, su questi temi ci si lavorava sopra anche in parrocchia)? E’ dura, perché si è interrotta una tradizione, una memoria. Certe cose vanno riscoperte e riprese. Innanzi tutto occorre creare occasioni di incontro in parrocchia molto più prolungate delle usuali liturgie ed esercizi spirituali. Un ragazzo dovrebbe abituarsi a venire a studiare da noi, insieme agli altri: così la religione inizierebbe ad apparirgli utile per la vita. Ci vorrebbe un ambiente adatto, con molti libri, connessione wi-fi e strumenti multimediali. E un’organizzazione di volontariato per custodirlo e curarlo. Poi un programma di riflessione, basato su certi libri di testo, e gente che spieghi come si lavora insieme in queste cose, delle quali i più non hanno più esperienza, in modo che il tempo insieme non sia tempo perso o solo impiegato per lo studio personale. E' infatti dal confronto tra tanti punti di vista che scaturisce un'immagine affidabile della realtà intorno.
  La fine dell’ultima era della nostra parrocchia, durata molto a lungo, mi pare invece che si sia manifestata con la dispersione della biblioteca parrocchiale (ora è rimasto uno stanzone vuoto), che il nuovo parroco non ha trovato più e che non ci è stato spiegato come sia stata impiegata. Come fare a capire la società, in questo modo? Ricordo che la sala della Rettoria di S. Ivo alla Sapienza, a corso Rinascimento, nell’antica sede dell’Università Sapienza, dove si riunivano i soci del movimento romano dei Laureati cattolici che tanta parte ebbero nella ricostruzione politica ed economica dell’Italia dopo la caduta del fascismo, era appunto un luogo di incontro con un tavolo e tante sedie e, intorno, tanti libri. Lì si attuò il passaggio virtuoso, il tirocinio innanzi tutto,  dalla religione individuale e domestica alla politica animata dai valori di fede, attraverso la costruzione di una sapienza collettiva. Era un posto all'interno dell'Università, proprio lì dove gli universitari e i loro docenti passavano gran parte del giorno: al centro della società non in suo angolino appartato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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