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giovedì 9 febbraio 2017

Ancora sull’incubo del gender

Ancora sull’incubo del gender



    In un post  del 28-6-15, che potete ancora leggere su questo blog, avevo trattato del problema dell’ideologia dei gender, che talvolta costituisce un incubo in religione. Scrivevo che essa non mi era particolarmente evidente, mentre mi appariva tale l’ideologia anti­-gender diffusa con particolare forza da correnti religiose neo-tradizionaliste, che si rifanno ad una tradizione re-immaginata e adattata per le esigenze dei nostri tempi. L’accusa degli ideologi neo-tradizionalisti anti-gender  è tremenda: “vogliono corrompere i nostri bambini!”.  Un’incolpazione simile condusse nell’antica Grecia del 4° secolo dell’era antica alla condanna a morte del grande filosofo Socrate.
 Ciclicamente i neo-tradizionalisti iniziano campagne anti-gender e io, favorevole alle politiche contro la discriminazione su base sessuale, mi sento messo in questione.
  In religione la questione del gender  viene utilizzata come spartiacque tra buoni e cattivi e per costruire alti muri tra i due settori. Una polemica analoga condusse, agli inizi del Novecento, all’ultima persecuzione religiosa attuata nella nostra confessione, quella contro i modernisti. L’accusa nei confronti di questi ultimi era però molto meno grave: solo quella di voler adattare la teologia ai tempi nuovi, cosa che poi qualche decennio dopo quella tragedia umana, sociale e religiosa si fece senza problemi, ritenendo indispensabile un aggiornamento. Oggi si parla addirittura di  riforma.
  Può sembrare strano, per una fede in cui si parla tanto di amore, ma è veramente tanto difficile volersi bene e rispettarsi in religione.
  Anche il Papa si è riferito in diversi discorsi ad una ideologia gender, parlandone come di una forma di colonialismo culturale. Dal suo punto di vista, di uomo americano, è possibile vedere così la questione. Più difficile farlo per noi europei, che, in quella prospettiva siamo i colonizzatori, come lo fummo a lungo dalla metà del secolo scorso nelle conquiste politiche di nuovi mondi. In effetti quella che viene definita ideologia gender  si è sviluppata proprio in Europa ed è l’applicazione politica del principio fondamentale umanitario che occorre combattere ogni discriminazione basata sul sesso. E’ scritto anche nella nostra Costituzione, all’art. 3: uguaglianza “senza distinzione di sesso”.
  L’idea che si possa essere uguali senza distinzione di sesso   è difficile da accettare in religione, anche se ormai rientra nella dottrina corrente, perché l’immaginario del catechismo secondo cui molti si sono formati attribuisce al divino caratteristiche maschili. Ricordo che fece scandalo, nel 1978, quando il papa Giovanni Paolo I, in un discorso pubblico parlò dell’Eterno come di un padre, ma anche di una madre. “Che confusione!”¸  si disse: come si può essere madri e padri nello stesso tempo? Era difficile immaginarlo in un essere umano, ma appunto il Papa si riferiva ad altro.
  Una rassegna delle questioni su questo tema potrete trovarla nell’articolo  della filosofa francese Sylviane Agacinski dal titolo  La metamorfosi della differenza sessuale, pubblicato sul n.2/2013 della rivista Vita e pensiero, dell’Università Cattolica. Lo potete acquistare e scaricare sul Web al sito <http://rivista.vitaepensiero.it/>. In materia di distinzioni basate sull’orientamento sessuale si è passati da concezioni gerarchiche a concezioni basate sulla differenza. In poche parole: ci sono stati tempi in cui l’uomo veniva considerato per natura  destinato a comandare sulla donna. Nelle società di oggi, osserva la Agancinski, questa subordinazione è stata decostruita e l’uguaglianza tra i sessi si è sostituita, almeno in linea di principio, alla loro gerarchia. L’esigenza di impersonare una autorità naturale  maritale e paterna in famiglia conduceva a richiedere socialmente agli uomini di presentarsi con certe manifestazioni di mascolinità. Una volta abbandonata la concezione gerarchica tra i sessi, sono emerse al loro interno, in particolare nel mondo maschile ma anche in quello femminile, ulteriori differenze, che a lungo erano state condannate come contrarie all’ordine gerarchico  naturale. In una società che riconosce l’uguale dignità dei sessi, che quindi ha abbandonato la concezione gerarchica, non vi è più ragione di combatterle. Ma questa conclusione, che è ormai pacifica tra i ceti colti, richiede una conquista culturale nelle masse e quindi una specifica formazione. Per interrompere la catena di violenze sociali che hanno colpito tutti coloro che si discostavano dal modello gerarchico  della distinzione sessuale. Questo crea problemi a molti neo-tradizionalisti, che propongono ancora una società con una gerarchia tra i sessi, in cui il marito comanda sulla donna  e comanda anche sui figli in un modo diverso da come lo fa la donna. Una concezione  neo-antica, perché in realtà, pur inglobando cose vecchie, le mischia con molte cose nuove, senza le quali la neo-tradizione  non avrebbe il consenso femminile.
 Che non solo i ruoli sociali coniugali, quindi come si è marito e moglie, ma anche lo stesso modo in cui si è maschi e femmine fossero influenzati dalla società in cui si vive è un’acquisizione dell’antropologia ormai risalente nel tempo. Per farsi un’idea in questo campo si può leggere utilmente il libro della grande antropologa statunitense Margaret Mead, Maschio e femmina, scritto nel 1947, edito in Italia da Il saggiatore, e disponibile in commercio anche in e-book. Si basa su ricerche sul campo, in alcune piccole civiltà dell’Oceania confinate in territori molto piccoli, che avevano prodotto modi di impersonare mascolinità e femminilità, di stabilire rapporti di parentela e di essere coniugi, padri e madri, figli e figlie veramente molto diversi.
  E’ però vero che, come osserva la Agacinski, non ogni differenza sessuale è un prodotto culturale: noi esseri umani effettivamente siamo esseri naturali, che in un certo senso abitiamo  in un corpo sessuato, ce lo ritroviamo così per natura e dobbiamo farci i conti. Non è sempre facile e si incontrano spesso ostacoli sociali. Educare a rispettare le differenze, anche all’interno dei sessi, non significa incitare a cambiare sesso  a proprio piacimento, cosa che oltre che impossibile sarebbe molto dolorosa e di solito non viene tentata nel senso insinuato dai neo-tradizionalisti, come arbitrio del desiderio, ma per cercare di far corrispondere la propria identità sessuale naturale a quella imposta e pretesa socialmente (essere uomo e donna in un solo singolo modo: è contro di questo che si muovono le politiche antidiscriminatorie, che riconoscono dignità ad ogni differenza sessuale). Significa solo non accanirsi contro gli altri per il modo in cui si manifestano maschi e femmine e imparare ad immedesimarsi nella condizione altrui, per capire meglio le persone diverse da noi, i loro problemi e le loro sofferenze. In religione: imparare a non demonizzare  i diversi da noi. Questo non comporta un degrado ma una conquista molto importante. Si diventerà persone migliori, in particolare gente che non infligge sofferenze inutili agli altri. Questo è difficile da capire per i nostri neo-tradizionalisti. Ma fanno uno sforzo per capire? In realtà mi sembrano superficiali, si determinano per partiti presi. Nelle loro formazioni di solito prevalgono strutture fortemente gerarchiche per cui la verità discende dall’alto e, una volta ricevuta, non ci si pensa più tanto sopra. Si agisce e basta. E anche il Papa, su altri temi, subisce da loro un po’ la condizione del grillo parlante del racconto di Pinocchio, acciaccato al muro. Egli è uno dei papi più diffamati della storia dai suoi stessi fedeli: l’ho ricordato qualche giorno fa. E lo  è stato anche tutte le volte che ha cercato di correggere l’ideologia gender-gerarchica dei neo-tradizionalisti, in particolare il loro viscerale anti-femminismo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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