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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 3 febbraio 2017

Antipapa

Antipapa

"Nella mia precedente carriera diplomatica ho aiutato ad abbattere l'Unione sovietica, ora sembra che ci sia un'altra Unione che ha bisogno di una scossa”. Ted Malloch, proposto dal nuovo presidente statunitense come ambasciatore U.S.A. presso l’Unione Europea


 Se consideriamo il pensiero politico diffuso dal nuovo presidente statunitense Donald Trump e gli insegnamenti sulla dottrina sociale contenuti nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco ci convinciamo a prima vista che sono agli opposti. Il messaggio di Trump al mondo è più che politico e quello del Papa è più che spirituale. Entrambi sostengono che il mondo va male e che bisogna fare dei cambiamenti, ma le soluzioni divergono radicalmente. Per Trump gli Stati Uniti d’America possono salvarsi anche senza il resto del mondo, per il Papa nessuno stato, anche molto potente, può salvarsi da solo. Per Trump gli Stati Uniti d’America, lo stato per ora più potente del mondo, sia dal punto di vista economico sia da punto di vista militare, ci stanno rimettendo per salvare il mondo e quindi per salvarsi devono cominciare a pensare di più a loro stessi, al loro interesse nazionale, per il Papa questo è ciò che gli stati più potenti del mondo hanno sempre fatto, a discapito di quelli meno potenti e ricchi, generando sofferenza sociale a livello globale. Per Trump occorre una rivoluzione culturale, ed è in questo che il suo pensiero è più che politico, e può dirsi lo stesso per il Papa, ed è in questo che il suo insegnamento è più che spirituale. Trump dichiara che gli Stati Uniti d’America sono disposti a tutto per salvarsi, il Papa indica il metodo della nonviolenza. La dottrina sociale indica la strada della grandi istituzioni sovranazionali per promuovere la pace, Trump vuole scioglierle perché ritiene che ingabbino la potenza statunitense a discapito dei cittadini americani, che nella sua visione sono solo quelli del suo stato. E il resto di quelli che vivono nel continente Americano, compreso Bergoglio, che è nato americano? Trump non ci dice che ne pensa, salvo che ritiene siano persone che in fin dei conti vogliono più che altro oltrepassare abusivamente le barriere che già ci sono tra Messico e Stati Uniti d’America, per sottrarre qualcosa  ai cittadini degli Stati Uniti d'America, gli americani "americani". In sostanza tra loro ci sarebbero molti “bad hombres”, gente cattiva, come sembra abbia detto l’altro ieri parlando con il presidente messicano. Trump vuole costruire un mondo di accordi bilaterali, tra gli Stati Uniti e, di volta in volta, un altro stato: pensa così di avere sempre la meglio, per ora, perché gli Stati Uniti d’America sarebbero il pesce grosso che mangia il pesce piccolo. Ma fino a quando? Ci sono altri pesci che si stanno ingrossando molto. Quando se la sentiranno di ragionare allo stesso modo di  Trump, sarà la guerra mondiale.
  Il pensiero di Trump ha e avrà ancor più seguaci in Occidente, anche tra chi non è americano. Anche in Italia, benché essa sia una nazione piccola e poco influente sullo scenario mondiale: nei futuri accordi bilaterali, come pesce piccolo,  è destinata ad avere la peggio. Questo perché non si è ancora raggiunta veramente, tra gli europei e in particolare in Italia,  la capacità di pensare europeo, quindi su scala continentale. In Italia parliamo dell’Europa  come nell’Ottocento da noi si parlava dell’Impero d’Austria, come di una potenza che ci ha invaso, e invece noi siamo Europa. Sono italiani il presidente del Parlamento europeo, il ministro degli esteri dell’Unione, il presidente della Banca Centrale Europea e un gran numero di alti funzionari dell’Unione Europea. Nel Consiglio Europeo, il nostro governo condivide tutte le decisioni più importanti. In un rapporto bilaterale con gli Stati Uniti d’America l’Unione Europea tratterebbe da pari, perché, nell’insieme, è una grande potenza economica e un grande mercato: è uno dei pesci grossi del mondo e non si lascerebbe tiranneggiare da altri. E’ in fondo per questo che Trump, nelle sue dichiarazioni pubbliche di questi giorni, l’ha aggredita violentemente, per ora verbalmente (ma egli si è dimostrato uomo capace di passare rapidamente dalle parole ai fatti, cambiando con pochi tratti di penna la vita di moltitudini di persone, per ora tra quelle che nelle società stanno peggio). Vuole mandare da noi come ambasciatore presso l’Unione Europea uno come Ted Malloch che la paragona all’Unione Sovietica e si propone di dare una mano a scuoterla (per abbatterla,  come sostiene di essersi adoperato a fare nell'altro caso?). In realtà gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea condividono ancora una medesima ideologia culturale, sociale e politica democratica, anche se Trump se ne sta sbrigativamente discostando. Egli sembra apprezzare l’attuale capo egemone della Russia, il quale si è formato in tutti i sensi, come uomo, come soldato, ma anche nell’azione politica, in particolare come ufficiale della polizia politica segreta, in Unione Sovietica, e che dell’Unione Sovietica vuole riaffermare certi fasti, mischiandovi disinvoltamente anche quelli della Russia zarista, come se il regime sovietico fosse stato la prosecuzione di quello zarista non il suo demolitore. Negli anni ’70 l’Unione Sovietica stava vincendo la sua battaglia globale con gli Stati Uniti d’America:  a quell’epoca raggiunse il picco della sua fase espansiva, della sua potenza economica e della sua capacità d’influenza ideologica. Stava diventando il pesce più grosso. Tutto poi cambiò velocemente, in processi che ancora oggi non sono chiari, ma che fondamentalmente sono collegati all’azione politica del leader sovietico Michail Gorbaciov e alle sue intese negli anni '80 con il presidente statunitense Ronald Reagan (1911-2004, presidente statunitense dal 1981 al 1989). Qualcosa che oggi si ripropone nel caso di Trump e del presidente russo Vladimir Putin (n.1952), ma con un senso molto diverso.  Qui si tratta di confronto bilaterale tra pesci grossi in fase espansiva: cose così vanno sempre a finire male. Al fondo dell’azione politica di Gorbaciov c’era invece l’idea di umanizzare la politica sovietica, risultato che, in definitiva, egli non riuscì ad ottenere. Negli anni successivi alla sua caduta, nel 1991,  gli Stati Uniti d’America acquisirono sempre più potere nelle cose russe, in particolare sotto la presidenza di Boris Eltsin (1931-2007, presidente della Russia dal 1992 al 1999). E’ appunto sotto la presidenza Eltsin che Putin cominciò ad ottenere incarichi politici sempre più importanti e da Eltsin fu nominato per la prima volta capo del governo. Egli però si è manifestato molto diverso da Eltsin, in particolare molto meno arrendevole e conciliante nella politica verso gli Stati Uniti d’America, che di recente ha sempre più duramente contrastato. Solo apparentemente nel rapporto Trump-Putin sembra riproporsi quello Reagan-Gorbaciov: la Russia di Putin e gli Stati Uniti d’America di Trump sono infatti in rotta di collisione. Il terreno di battaglia più probabile tra le due grandi potenze, i due pesci grossi,  è l’Europa. Ed è per evitarlo che l’Europa dovrebbe rimanere molto forte e coesa. Ma di questo non c’è sufficiente consapevolezza tra le forze politiche italiane e, soprattutto, tra i cittadini, disabituati a pensare in grande e invece abituati  fare i conti solo nelle proprie tasche e in base a ciò che vedono in un raggio più o meno  di cento metri da dove abitano e lavorano di solito. Gli africani, gli europei orientali e i rom che vivono tra noi, e che sembrano tanto molesti agli italiani, saranno l’ultimo dei nostri problemi se Russia e Stati Uniti d’America si faranno la guerra in Europa, e invece i populisti delle nostre parti è proprio su quelli che attirano l’attenzione degli elettori, sollecitando le loro paure verso il diverso, mentre per il mondo ricominciano a soffiare venti di un conflitto globale. In questo quadro il Papa fa la figura del grillo parlante  della storia di Pinocchio, e rischia, come quello,  di finire acciaccato contro una parete da gente, noi!,  talvolta ridotta un po’, ormai, sul piano della capacità di pensiero politico, alla condizione di bambini discoli.
 Si legge nell’enciclica  Laudato si:
5°. AMORE CIVILE E POLITICO
228. La cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto speriamo che faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità universale.
229. Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.
230. L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma.
231. L’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici». Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «civiltà dell’amore». L’amore sociale è la chiave di un autentico sviluppo: «Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalutare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico, culturale - facendone la norma costante e suprema dell’agire»[dal  Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 582].In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società. Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica.
232. Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza), per proteggere, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali.
  A chi vogliamo dare retta, noi adulti di fede italiani? A Trump o al Papa? I due, come ho osservato, sono agli opposti: uno è l’ “anti-“, l'opposto, dell’altro. Non si può essere trumpisti  in politica e papisti  in religione, perché  il messaggio di Trump è più che politico e quello del Papa è più che spirituale, ed essi sono in rotta di collisione. Entrambi infatti sollecitano ad un impegno sociale, ma seguendo una spiritualità dell’egoismo nazionale il  primo, mentre il secondo invitando a quella dell’umanesimo e della fraternità globali. La prima via conduce alla guerra tra pesci grossi, la seconda ha di mira la pace come bene essenziale dell’umanità, con significato profondamente religioso radicato nella nostra fede. La prima vuole  mantenere, anche a scapito di tutto il resto del mondo, la ricchezza nella nazione che per ora è ancora la più ricca del mondo, la seconda vuole la giustizia tra le nazioni come strategia di pace. Mentre Trump urla “Solo noi!”, il Papa dice “Tutti noi”. Il primo separa, americani "americani" e non-americani (il resto del mondo, compresi la maggioranza di quelli che vivono nelle Americhe), il secondo include e abbraccia fraternamente tutti  i popoli della terra. Dal punto di vista religioso dobbiamo chiederci chi sia  l'autentico seguace del Maestro e chi, invece, uno di quei cattivi maestri, falsi Messia, dei quali egli ci predisse l'avvento.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


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