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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 20 febbraio 2017

Consapevolezza storica e partecipazione responsabile



Consapevolezza storica e partecipazione responsabile

[dal Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]

Sugli istituti costituzionali sarebbe superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi, dell'indipendenza della magistratura - che prenderà il posto dell'attuale - per l'applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di associazione, per illuminare l'opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la chiesa e sul carattere della rappresentanza politica: 
a. la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, di cui cerca approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull'ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l'alleanza col fascismo andrà senz'altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico; 
b. la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l'ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato totalitario. C'è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.
  Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz'altro da escludere che ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un'anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all'opera di rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita concreta che nella forma assunta degli stati totalitari, per irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell'interesse della classe governante.

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  Gli autori del Manifesto di Ventotene  scrivevano quando ancora l’Italia era dominata dal regime fascista mussoliniano. Quest’ultimo aveva ancora il consenso largamente maggioritario, direi quasi totalitario, dei cattolici italiani. Ogni resistenza era stata vinta non molto dopo la conclusione degli accordi tra il papato romano e il Regno d’Italia dominato del Mussolini, nel 1929, con i Patti Lateranensi. Il regime aveva soppresso ogni libertà democratica e, in particolare, quella sindacale, instaurando, in un processo compiuto tra il 1926 e il 1939, un ordinamento corporativo, nel quale furono istituiti nuovi sindacati come istituzioni dello stato, che venivano proposti come rappresentativi delle varie categorie dei lavoratori e dei datori di lavoro, per eliminare il conflitto sociale. Queste istituzioni era controllate dal Partito Nazionale Fascista, l’unico partito all’epoca ammesso, dal Ministro delle Corporazioni e da quello dell’Interno: ogni nomina di dirigente, ad ogni livello doveva ottenere l’approvazione ministeriale, inoltre l’organizzazione delle corporazioni era fortemente gerarchica. Nel 1939 la Camera dei deputati venne sostituita con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, con funzioni solo consultive, nella quale sedevano anche rappresentanti delle Corporazioni. La fine della libertà sindacale avvantaggiò i datori di lavoro, i quali erano la parte dominante nei rapporti di lavoro dipendente e  storicamente si erano associati in sindacati principalmente per reagire al sindacalismo operaio. Nel regime fascista lo sciopero e la serrata, la chiusura di una fabbrica per reagire a moti operai, erano vietati. Storicamente l’affermazione del fascismo era stata favorita da industriali e imprenditori agrari anche come protezione contro il sindacalismo socialista. Il fascismo maturo, quello che fu veramente totalitario in Italia negli anni ’30, restò legato a quegli ambienti sociali.  La contrattazione sindacale fu fortemente limitata dalla parte dei lavoratori, che venivano privati del loro principale strumento di pressione sulle controparti, quello dello sciopero. I contratti nazionali di lavoro divennero norme dello stato e, pur limitandosi con quegli strumenti gli eccessi da parte dei datori di lavoro in danno dei lavoratori dipendenti, l'ordinamento corporativo fascista finì effettivamente, come ricordato nel Manifesto per “irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllavano ogni mossa nell'interesse della classe governante."
  Anche la prima dottrina sociale della Chiesa aveva proposto il corporativismo come regime preferibile nei rapporti di lavoro, anche se non nella forma attuata dal fascismo, ma come sistema di intese amichevoli tra lavoratori e datori di lavoro ispirate ad equità e umanità. Negli anni ’30, comunque, il regime fascista presentò l’ordinamento corporativo come l’attuazione degli insegnamenti della dottrina sociale, non venendo smentito, ma anzi trovando apprezzamento nella gerarchia cattolica, nel nuovo clima di collaborazione instauratosi con il papato romano dopo la conclusione, nel 1929, dei Patti Lateranensi.
  Ecco infatti che cosa si legge nell’enciclica Il Quarantennale, diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti, regnante come Pio 11° in occasione dell’anniversario dei quarant’anni dalla prima enciclica della dottrina sociale, la  Le novità, del papa Gioacchino Pecci, regnante come Leone 13°:
92. Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa, la quale, data la materia di questa Nostra Lettera enciclica, richiede da Noi qualche cenno e anche qualche opportuna considerazione. 
93. Lo Stato riconosce giuridicamente il sindacato e non senza carattere monopolistico, in quanto che esso solo, così riconosciuto, può rappresentare rispettivamente gli operai e i padroni, esso solo concludere contratti e patti di lavoro. L'iscrizione al sindacato è facoltativa, ed è soltanto in questo senso che l'organizzazione sindacale può dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe speciali tasse sono obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data categoria, siano essi operai o padroni, come per tutti sono obbligatori i contratti di lavoro stipulati dal sindacato giuridico. Vero è che venne autorevolmente dichiarato che il sindacato giuridico non escluse l'esistenza di associazioni professionali di fatto. 
94. Le Corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati degli operai e dei padroni della medesima arte e professione, e, come veri e propri organi ed istituzioni di Stato, dirigono e coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune. 
95. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato. 
96. Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura. Per non trascurare nulla in argomento di tanta importanza, ed in armonia con i principi generali qui sopra richiamati, e con quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che all'avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale. 
97. Noi crediamo che a raggiungere quest'altro nobilissimo intento, con vero e stabile beneficio generale, sia necessaria innanzi e soprattutto la benedizione di Dio e poi la collaborazione di tutte le buone volontà. Crediamo ancora e per necessaria conseguenza che l'intento stesso sarà tanto più sicuramente raggiunto quanta più largo sarà il contributo delle competenze tecniche, professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro pratica, da parte, non dell'Azione Cattolica (che non intende svolgere attività strettamente sindacali o politiche), ma da parte di quei figli Nostri che l'Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed al loro apostolato sotto la guida ed il Magistero della Chiesa; della Chiesa, la quale anche sul terreno più sopra accennato, come dovunque si agitano e regolano questioni morali, non può dimenticare o negligere il mandato di custodia e di magistero divinamente conferitole. 
98. Se non che, quanto abbiamo detto circa la restaurazione e il perfezionamento dell'ordine sociale, non potrà essere attuato in nessun modo, senza una riforma dei costumi come la storia stessa ce ne dà splendida testimonianza. Vi fu un tempo infatti in cui vigeva un ordinamento sociale che, sebbene non del tutto perfetto e in ogni sua parte irreprensibile, riusciva tuttavia conforme in qualche modo alla retta ragione, secondo le condizioni e la necessità dei tempi. Ora quell'ordinamento è già da gran tempo scomparso; e ciò veramente non perché non abbia potuto, col progredire, svolgersi e adattarsi alle mutate condizioni e necessità di cose e in qualche modo venire dilatandosi, ma perché piuttosto gli uomini induriti dall'egoismo ricusarono di allargare, come avrebbero dovuto, secondo il crescente numero della moltitudine, i quadri di quell'ordinamento, o perché, traviati dalla falsa libertà e da altri errori e intolleranti di qualsiasi autorità, si sforzarono di scuotere da sé ogni restrizione. 
99. Resta adunque che, dopo aver nuovamente chiamato in giudizio l'odierno regime economico, e il suo acerrimo accusatore, il socialismo, e aver dato giusta ed esplicita sentenza sull'uno e sull'altro, indaghiamo più a fondo la radice di tanti mali e ne indichiamo il primo e più necessario rimedio, cioè la riforma dei costumi. 
 Il Papa, quindi, esortò i membri dell’Azione Cattolica di allora a collaborare con l’ordinamento corporativo fascista con il  “contributo delle competenze tecniche, professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro pratica”, invito che effettivamente venne accolto.
  Quanto ho sopra sintetizzato, spiega perché gli autori del Manifesto di Ventotene,  al confino nell’isola dopo periodi di detenzione in carcere e nel pieno del regime fascista, nel pensare la nuova Europa che immaginavano sarebbe seguita ai nazi-fascismi europei, dedicarono alla Chiesa cattolica e al corporativismo fascismo quei due periodi che ho sopra trascritto.
  Nella formazione alla fede di solito si sorvola su quei fatti, che oggi sono ritenuti disonorevoli. Si preferisce ricordare il lavoro di progettazione di una nuova democrazia che si compì effettivamente tra ristrettissime elite  dell’Azione Cattolica, in particolare tra gli universitari della FUCI e tra i membri del Movimento Laureati, su impulso  di Giovanni Battista Montini e di altri, l’impegno dei cattolici democratici nella Resistenza tra il 1943  e il 1945, e infine il contributo determinante di questi ultimi, molti dei quali usciti dalle fila della FUCI  e del Movimento Laureati, nella fondazione politica e nello sviluppo della Repubblica democratica e delle istituzioni europee. Ma l’integrazione con il fascismo vi fu effettivamente e fu molto profonda. Ancora oggi se ne risente. Si evidenziano generalmente le incompatibilità tra i due regimi totalitari del fascismo e del cattolicesimo romano, che indubbiamente c’erano dal punto di vista ideologico: tuttavia il fascismo aprì la strada ad un’egemonia della gerarchia cattolica sul popolo italiano alla quale essa da tempo ambiva e per il fascismo la legittimazione come regime provvidenziale  da parte del papato fu determinante nel controllo politico totalitario della nazione. In sostanza: due totalitarismi che si integrarono creando una sorta di dottrina comune che definì il profilo del benpensante. Che cosa sono dieci anni nella storia di una nazione? Eppure gli anni ’30 furono nel bene e nel male fondamentali per ciò che a lungo si produsse dopo. Nel bene perché la Repubblica democratica deriva da un pensiero che in quegli anni si sviluppò, sia in ambito cattolico democratico, sia in ambito socialista che in ambito liberale, le tre componenti di base del nuovo regime democratico post-fascista. Nel male perché il modello fascista del benpensante  creò una persistente e radicata tradizione popolare, per cui, ad esempio, certe cose che si sentono dire ai nostri giorni nei confronti di gente di altre etnie e religioni e su come dovrebbe essere la famiglia risalgono a quel tempo là, anche se se ne è in genere persa consapevolezza.
  C’è infine una importante lezione che ci viene dalla storia: quella italiana degli ultimi due secoli fu potentemente influenzata dalla politica espressa dalla Chiesa cattolica. Essa però, in democrazia, non può più rimanere una faccenda solo da preti. Se ne deve poter discutere ad ogni livello anche negli ambienti religiosi. Ciò  non sempre è agevole, perché la struttura istituzionale ecclesiale è rimasta sostanzialmente feudale e totalitaria. In un’associazione come l’Azione Cattolica si può fare tirocinio di democrazia e, ad esempio, come è ieri è avvenuto nell’Assemblea diocesana, confrontarsi e votare anche su singole frasi di un documento programmatico, ma questo in genere non avviene in una realtà di base come quella parrocchiale, pur essendo prevista qualche sede rappresentativa. Dove di certe cose non si discute e non si fa tirocinio, non si acquista una consapevolezza del proprio ruolo sociale e questo impedisce di resistere alle degenerazioni, di mettere in questione scelte discutibili, di solidarizzare con coloro che vengono ingiustamente emarginati, di bilanciare certi eccessi, di mantenere un pluralismo di opzioni, di chiedere a chi esercita un’autorità di rendere periodicamente e  pubblicamente il conto di ciò che ha fatto e di ciò che progetta di fare. Oggi ci troviamo, in parrocchia, a dover rimediare a problemi che si sono generati anche per questo motivo, per cui molta gente del quartiere, non sentendosi il linea con una certa impostazione, mi pare che si sia allontanata ed ora è tanto faticoso farle riprendere familiarità tra noi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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