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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 21 febbraio 2017

ASL dello spirito o Congregazione?

ASL dello spirito o Congregazione?

  Sto leggendo di Peter Berger - Grace Davie - Effie Fokas, America religiosa, Europa laica - Perché il secolarismo europeo è un’eccezione, Il Mulino, 2010, €18,50, un libro che consiglio a tutti quelli pensano di trovare il tempo per approfondire il tema della relazione tra fede e fatti sociali.
  Gli autori osservano che in Europa spesso le organizzazioni religiose vengono considerate come un servizio pubblico, rientrante in quelli per il benessere  della popolazione, vale a dire nel sistema di quello che, con espressione anglo-americana, viene definito welfare state, che significa appunto l’organizzazione pubblica per lo sviluppo del benessere collettivo.  I servizi forniti da quest’ultima fanno parte dell’urbanizzazione secondaria,  quella, per intenderci, che, nella costruzione di un nuovo quartiere cittadino, viene dopo quella primaria  delle strade e delle fognature. L’urbanizzazione secondaria, nella concezione europea, comprende i servizi sanitari e religiosi.
  Prendiamo la città di Roma. Il territorio, e la popolazione cittadina, sono divisi in tante circoscrizioni sanitarie, corrispondenti ad altrettante Aziende Sanitarie Locali, con i propri servizi sanitari, ad esempio ambulatori, laboratori di analisi, ospedali. Alcuni grandi ospedali sono costituiti in Aziende ospedaliere: è il caso del San Camillo. Troviamo un’analoga struttura nei servizi religiosi: la Diocesi, i Settori, le Prefetture, le Parrocchie. Poi ci sono i grandi Santuari. L’organizzazione di questi servizi è fortemente gerarchica e sostanzialmente indipendente dalla base dei fedeli, i quali contribuiscono in minima parte al suo finanziamento e vi hanno scarsa voce in capitolo, e generalmente  solo a titolo consultivo. A capo della Diocesi romana vi è il Cardinal Vicario, che dal punto di vista amministrativo è un funzionario che fa le veci del Papa nella direzione dei servizi religiosi romani. Ad ogni Settore  è preposto un vescovo in sottordine, ad ogni Prefettura un prefetto,  un prete in sottordine, ad ogni parrocchia un parroco. La gente si aspetta di avere vicino a casa una parrocchia, dove possa celebrare i fatti principali della vita, in particolare nascita, matrimonio e morte, dove i ragazzi possano avere una formazione etica di base, dove si possano avere all’occorrenza consigli spirituali e sostegno caritativo. Lo  aspetta, come si aspetta di avere un grande ospedale non lontano, il servizio delle ambulanze, il medico di base. Non si preoccupa del finanziamento di questi servizi religiosi: sa che provvederà lo stato e, in genere, non ha obiezione. Quando ci sono disservizi, protesta. L’altro giorno una signora voleva entrare a messa con il cane e il celebrante gliel’ha impedito: allora è stata inscenata una manifestazione di protesta degli animalisti, perché anche  cani, sostenevano,  sono figli di Dio. Erano credenti? Chi lo sa? Il punto era che era stato rifiutato un servizio che la gente si aspetta sia reso a tutti, come quello sanitario.
 Questa concezione è collegata con quella, che ho trovato esposta nel libro che ho sopra citato, della religione vicaria, che è quando non si è religiosi, ma si pensa che il servizio religioso in una città ci debba essere, svolga una funzione. E’ come quando non si è malati e non si ha immediato bisogno del medico di base, ma si vuole che ci sia, che sia disponibile all’occorrenza, perché si potrebbe averne bisogno.
  La concezione della religione come servizio pubblico  e della religione vicaria  è accreditata dalla nostra gerarchia del clero, che in questo modo giustifica verso la pubblica opinione l’ingente flusso di finanziamenti statali che ogni anno riceve. A questi si aggiungono gli ulteriori finanziamenti che vengono erogati per la manutenzione del patrimonio artistico religioso e la costruzione di nuove chiese. In particolare, quando si progetta un nuovo quartiere si pensa a dove costruire la chiesa, indipendentemente dal tasso di religiosità stimato della popolazione che vi risiederà. Di questi tempi potrebbe accadere che vi prevalessero fedeli di altre religioni, ma comunque si pensa di costruire una chiesa parrocchiale, che poi sarà sede di una delle cellule di base dell’organizzazione religiosa cittadina, inquadrata in una Prefettura,  in un Settore e nella Diocesi. Ora, succede che anche fedeli di altre religioni comincino a condividere questa concezione, in particolare i fedeli musulmani. Vogliono avere propri servizi religiosi vicino a casa. E’ accaduto lo stesso per i fedeli ortodossi, che sono giunti in gran numero, con l’immigrazione dall’Europa orientale, in particolare dalla Romania e dall’Ucraina. In questo caso, spesso la cosa è stata risolta con la collaborazione delle autorità religiose cattoliche, concedendo in uso delle chiese per i servizi religiosi di quelle confessioni. A Palermo si è  avuto recentemente un caso in cui una chiesa, l’Oratorio di Santa Maria in Sabato, è stata ceduta in uso per farvi una sinagoga per servizi religiosi dalla locale comunità ebraica. E vi sono stati casi in cui ai fedeli musulmani è stato concesso di riunirsi in preghiera in locali parrocchiali. Se i servizi religiosi rientrano nelle prestazioni di benessere  che si ci attende in un Comune, perché alcuni categorie di fedeli dovrebbero esserne esclusi?
  Negli Stati Uniti d’America prevale un diverso modello organizzativo. Prima ci si associa in una congregazione, termine generico con cui i sociologi indicano qualsiasi tipo di entità religiosa a base partecipativa, e poi si realizzano le strutture per fornire servizi religiosi. Lo stato, ad ogni livello, sia federale che locale, non interviene. La religione, sebbene molto più importante che da noi nella struttura sociale pubblica, non è considerata parte di quei servizi sociali  di competenza pubblica. C’è una specifica disposizione costituzionale in merito, è il 1° Emendamento alla Costituzione federale:
« Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti. »
 La pratica religiosa è libera, ma nessuna confessione può avere un riconoscimento ufficiale  da parte dello stato: negli Stati Uniti d’America non è mai esistita una  Chiesa di stato. Per far capire la differenza con la situazione italiana, in Italia  solo nel 1984 si è convenuto, tra la Repubblica e il Papato romano, che non fosse più vigente il principio della religione cattolica come sola  religione dello Stato. Negli Stati Uniti d’America si pensa che la libertà  delle confessioni religiose sia meglio tutelate dal divieto di un loro riconoscimento  da parte pubblica.   In Italia, con il Concordato, quello concluso dal Papato romano nel 1929 con il Mussolini totalmente revisionato nel 1984, si ha invece un  riconoscimento  ufficiale  della religione cattolica, anche se essa non è più considerata come  religione dello Stato  e tantomeno la sola  religione dello Stato. Altre confessioni religiose hanno avuto riconoscimenti ufficiali  simili mediante intese  con lo Stato.
 La principale controindicazione al regime  concordatario, in cui una chiesa ottiene un riconoscimento ufficiale  dallo stato,  che in questo modo diventa meno libera, specialmente poi se è anche  finanziata  dallo stato. In genere i riconoscimenti ufficiali  non sono incondizionati: per ottenerli e mantenerli occorre mantenere buone relazioni con il regime politico dominante. Questo deprime le capacità di critica sociale. Furono osservazioni che vennero mosse negli anni ’20, nel corso delle trattative tra il regime mussoliniano e il Papato romano per la stipula dei Patti Lateranensi, riproposti quando, caduto il regime fascista, si propose di riconoscere quegli accordi in Costituzione, di nuovo riproposti negli anni ’80 quando si modificò il Concordato lateranense e, infine, sempre ricorrenti quando si affronta il tema delle relazioni tra Chiesa e Stato. Negli ultimi trent'anni, in Italia, questioni relative al riconoscimento ufficiale  e al  finanziamento pubblico  della religione portarono in genere la gerarchia cattolica ad avere relazioni migliori con le formazioni politiche di centro-destra, nonostante che in quelle di centro-sinistra militassero numerose persone di fede, n particolare larga parte dei cattolico-democratici. 
 Ma il principale effetto negativo di una religione concepita come servizio pubblico religioso  finanziato dallo stato è che in questo modo l’organizzazione religiosa che la esprime diventa indipendente dai fedeli, al modo in cui le ASL lo sono nei confronti dei malati. Questo attualmente è il principale ostacolo ad ogni tentativo di riforma partecipata delle nostre organizzazioni religiose. I fedeli sono ancora, per così dire, una parte accessoria della struttura, attaccata  ad essa, ma in fondo non essenziale: questo non naturalmente dal punto di vista ideologico, ma nella prassi  amministrativa. E’ esattamente la situazione che i saggi del Concilio Vaticano 2°, con la loro ecclesiologia, volevano cambiare. Quindi poi è possibile, ad esempio, che una parrocchia possa decidere di fare a meno della gran parte della gente del quartiere che dovrebbe amministrare dal punto di vista religioso, dedicandosi a un particolare settore della  terapia  religiosa, come nei servizi sanitari ci sono ospedali oncologici che si occupano solo di certi tipi di malati, e allora in quelle strutture si trovano solo malati oncologici.  E che la vita di una parrocchia prosegua  regolarmente  anche senza attivare veramente nessuno dei pochi istituti partecipativi previsti dal diritto canonico. A mia memoria, ad esempio, non riesco a ricordare quando (e se) si sia mai votato per l’elezione di membri del Consiglio pastorale  nella nostra parrocchia, che dovrebbe essere il parlamentino  parrocchiale. Né ricordo che si sia pubblicato il conto sintetico della gestione economica della parrocchia, il conto del dare  e avere   e dell’indebitamento, e un abbozzo di inventario. Da documenti come questi potremmo conoscere, ad esempio, come sono stati impiegati i tanti libri della ricca biblioteca parrocchiale, di cui ora veramente si sente la mancanza. In famiglia, in certe situazioni, ad esempio quando si tratta di far fronte alla disoccupazione, ad una malattia, a un debito imprevisto, occorre vendere i gioielli di famiglia, cosa care a cui si rinuncia a malincuore ma di cui ci si deve privare per un bene maggiore. E' andata così? Non sarebbe stato giusto informarne prima  la comunità? Non lo si è fatto, forse perché, appunto la comunità parrocchiale non era considerata tale. E, in effetti, in genere non sento le persone che incontro in chiesa lamentarsi di quel fatto. La biblioteca non era, evidentemente, tra i servizi che di solito esse richiedono. Si tratta spesso di persone anziane, che a casa hanno i libri che occorrono per le loro esigenze di approfondimento. Ma i giovani? Come facciamo a formare i giovani senza i libri giusti? Qual è stato il bene maggiore per cui ci si è dovuti privare di quei tanti libri? E' una situazione che il nuovo parroco ha trovato. Decisioni importanti come queste dovrebbero sempre essere partecipate dalla comunità parrocchiale, in qualche modo, anche solamente informando la gente dei problemi che si creano.   
 Ecco che poi, quando si cerca di indurre una comunità da questa aggregazione di meri utenti  di servizi religiosi come sono stati ridotti i fedeli, si ha qualche problema, perché la gente è abituata a ricevere, ma non a  dare, in particolare a partecipare.  

 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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