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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 14 febbraio 2017

Congregazione o istituzione

Congregazione o istituzione

  Sto leggendo un libro sulla diversità tra le espressioni della religione negli Stati Uniti d’America  e in Europa, Berger-Davie-Fokas, America religiosa, Europa laica? Perché il secolarismo europeo è un’eccezione,  Il Mulino, 2010, e rileggendo un vecchio libro sulla dinamica di gruppo, che trovai tra i libri di mia madre quando frequentava la vicina università salesiana, Luce, Dinamica di gruppo, LMS, 1977, che spiega come suscitare gruppi giovanili. In entrambi i testi ho trovato idee per spiegare i problemi che abbiamo per suscitare un movimento partecipativo in parrocchia. Si tratta di difficoltà che si incontrano anche in altre esperienze associative, in particolare in politica. L’unico settore di impegno sociale che non conosce crisi è, in Italia, quello del volontariato. Bisognerebbe tenerne conto. Non si riesce a coinvolgere la gente se non costruendo un impegno che abbia anche le caratteristiche di un volontariato.
  Negli Stati Uniti d’America prevale il modello religioso della congregazione: la gente decide  di associarsi o di aderire ad associazioni già esistenti. In Europa prevale invece quello istituzionale: si nasce  all’interno di un’organizzazione religiosa. In sociologia si distingue tra chiesa, setta e denominazione. La chiesa  è una organizzazione religiosa in cui si nasce e in cui conta poco l’adesione personale, la setta  è un’organizzazione religiosa che si basa sull’adesione personale, la denominazione  è una chiesa in cui si nasce ma che richiede ad un certo punto della vita un’adesione personale. In Italia prevale largamente il modello della  denominazione. All’interno  delle denominazione nascono poi varie  sette. Evidenzio che in quest’ordine di idee il termine setta  non ha connotazione negativa.
 La prevalenza, in Italia come in Europa, di denominazioni  con carattere di istituzioni  dipende dalla storia europea e, in particolare, dall’intenso intreccio tra potere religioso e potere politico e tra potere politico-religioso e poteri civili. Questo è particolarmente evidente in Italia, in cui la Chiesa cattolica, e in particolare il papato romano, è stata da millenni uno dei principali attori politici. Dal secondo millennio della nostra era essa si è data un’organizzazione simile a quella di uno stato feudale. Nell’evoluzione democratica dello stato italiano, dopo la caduta del fascismo, con il quale la Chiesa cattolica si era profondamente integrata  negli anni ’30 del secolo scorso, il servizio religioso è divenuto parte dei servizi sociali alla popolazione, la quale lo pretende e si aspetta che esso venga finanziato con risorse pubbliche. E’ quello che nel libro di Berger-Davie-Fokas viene indicato come religione vicaria, che è quella che ci si aspetta venga erogata in società, appunto come un servizio pubblico, anche se personalmente non se ne intende fruire per il momento, un po’ come gli ospedali o i commissariati di polizia. Il servizio religioso è inteso dagli italiani, ma anche più in generale, dagli europei, come parte del welfare,  vale a dire di quei servizi sociali gratuiti o quasi che lo stato e gli altri enti pubblici forniscono alla popolazione per dare benessere  alla gente, come la previdenza sociale, la sanità, la costruzione e manutenzione delle strade, l’illuminazione pubblica. Per questo non hanno obiezioni a che sia finanziato quasi integralmente con risorse tributarie, dallo stato, come avviene in Italia. Le risorse della Chiesa cattolica solo in minima parte provengono dalle offerte dei fedeli, in particolare attraverso il sistema delle offerte deducibili, che è quando si fa un versamento all’Istituto centrale per il sostentamento del clero, che è l’organizzazione che provvede agli stipendi dei preti, e poi se ne può detrarre una parte dalla dichiarazione dei redditi. Questa situazione ha comportato che l’organizzazione religiosa si è mantenuta indipendente dai fedeli, in particolare dalla loro volontaria adesione, e in genere non li coinvolge nella sua amministrazione, neanche a titolo informativo. E’ questa la situazione delle parrocchie, in cui in genere non vengono esposti i conti delle entrate e delle uscite, la situazione del debito, l’inventario dei beni di proprietà o posseduti, e nemmeno si coinvolgono i fedeli nei progetti futuri attraverso forme assembleari di partecipazione democratica. Il territorio è diviso in parrocchie, in cui sono compresi gli abitanti a seconda di dove vivono, e i progetti che si fanno non differiscono in fondo  da quelli di una ASL.  I servizi offerti alla popolazione riguardano la formazione etica di primo livello a sfondo religioso e le grandi cerimonie della vita, in occasione di nascite, prima iniziazione sociale, matrimoni, funerali. In passato vi era anche quello di una specie di attestazione di buona condotta e di rispettabilità sociale. Questo avveniva quando la Chiesa aveva maggiormente il carattere di un potere civile. Quel carattere di servizio di welfare    della religione in Italia, e la connotazione di religione vicaria, è dimostrato quando, per qualche motivo, il servizio  viene rifiutato a qualcuno, che ad esempio non  è ammesso al matrimonio religioso o all’ufficio di padrino per insufficiente formazione, e allora insorgono anche quelli che si definiscono atei o completamente indifferenti.
  Quello che ho osservato spiega il perché si abbiano tante difficoltà a suscitare in parrocchia un movimento comunitario, secondo gli auspici dei saggi dell’ultimo Concilio. Mancano le basi per un’esperienza sociale di quel genere. Occorrerebbe una riforma molto profonda, che potrebbe cominciare dal rendere effettive le poche forme di partecipazione che sono già previste. Appena ci si pensa, però, si desiste, perché si teme di perdere il controllo degli eventi. Bisogna dire che la formazione dei fedeli non comprende cose del genere.
 Leggendo il vecchio libro sulla dinamica di gruppo con il senno del poi, avendo chiara memoria di come fummo noi giovani degli anni ’70, l’epoca della mia adolescenza, mi rendo conto di quante idee sbagliate si avevano su di noi all’epoca. Non eravamo come venivamo descritti in quel libro, che tuttavia proveniva da una delle esperienze religiose più attente e informate sui giovani, quella salesiana. Le idee di uguaglianza, libertà e pace che erano diffuse tra i giovani di allora erano molto superficiali. Al fondo c’era un atteggiamento consumistico, che poi è quello che, secondo un saggio come Zygmunt Bauman, determinò la dissoluzione di un sistema politico all’apparenza molto solido come quello sovietico, ma anche alla rapida metamorfosi di uno religioso anch’esso apparentemente molto solido come quello polacco. Il portato più significativo di quegli anni fu in fondo la rivoluzione femminista, che ha prodotto veramente cambiamenti epocali. Questo è dipeso dal profondo coinvolgimento della classe femminile che ha creato una base sociale condivisa per la liberazione da modelli maschilisti oppressivi.
  Oggi in religione vi sono le premesse culturali per un impegno molto meno superficiale, e soprattutto molto più informato, su quei temi. Vi è inoltre uno specifico interesse di classe, tra i giovani, ad un movimento in quel senso: non si tratta solo, come negli anni ’70, di un fatto di costume, di atteggiamenti, di un fatto consumistico, di portare i capelli più lunghi, un certo tipo di gonna o di pantaloni, di fare l’amore più liberamente e via dicendo. Il futuro dei più giovani dipende realmente dalla capacità della società di riformarsi, e in certi aspetti di rivoluzionarsi, ed è cosa che difficilmente verrà dai più anziani. Si tratta di un impegno di tipo politico per il quale tuttavia non ci sono abbastanza occasioni di formazioni e ci sono pochissime occasioni di tirocinio. E’ un impegno che ha un valore religioso, come viene spiegato nell’enciclica Laudato si’ del 2015, e che dunque dovrebbe avere posto nella formazione religiosa, in particolare in quella che riguarda i giovani nel momento della loro socializzazione alle soglie dell’età adulta, diciamo nel post-Cresima. Questo è il settore che mi è sempre parso particolarmente carente in parrocchia. Qui non mi pare che sia cambiato nulla. Al tempo del post-Cresima delle mie figlie era tutto centrato sulla famiglia e sull’etica sessuale. E veniva proposto un modello maschilista e patriarcale che io ho precocemente ripudiato. Non mi sorprendeva che tanti giovani fuggissero. Il lavoro che andrebbe fatto va molto oltre la spiegazione di quell’enciclica che ho citato, come in genere viene fatto con quel tipo di letteratura. Si tratta di produrre una conquista culturale e di inaugurare un tirocinio democratico, di creare strutture dedicate e un’organizzazione, perché la parrocchia, in questo lavoro, non venga più abitata solo saltuariamente, come una specie di ambulatorio  religioso o al modo di un teatro, per sacre rappresentazioni. Di fatto la parrocchia, negli anni passati, è scolorita, si è ridotta ad un  contenitore  di sette (nel senso sociologico che ho sopra specificato), di modo che chi arriva da fuori ci si trova spaesato, specialmente se ha perso consuetudine con le cose della religione. Ha in sé una grande ricchezza, ma in genere non è più evidente. D’altra parte il cambiamento potrebbe venire solo da un movimento di popolo che se ne riappropriasse per farne fattore di cambiamento, a partire dal nostro quartiere.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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