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domenica 26 febbraio 2017

Crisi della parrocchia e crisi della politica

Crisi della parrocchia e crisi della politica

  La gente viene molto meno in parrocchia che negli anni ’70  e quando ci viene è restia ad impegnarsi: viene prevalentemente per consumare  servizi religiosi. E’ un riflesso della crisi della politica, per cui sono spariti i partiti  che vengono considerati  tradizionali. Si tratta, in realtà, di una metamorfosi della società molto profonda che è stata descritta scientificamente dalla sociologia più recente. La sociologia si propone di capire  la società e di prevederne  gli sviluppi: ai tempi nostri non riesce più  a fare bene il secondo lavoro perché la società evolve in modo molto più caotico di una volta. Mio zio Achille fu un grande sociologo italiano, insegnava all’università di Bologna in un corso avanzato  e, da scienziato sociale, parlava e scriveva molto difficile. Cercò anche di essere un divulgatore e in questo era molto ascoltato. Le sue conferenze erano sempre piene di gente. Scrisse anche alcuni libri per spiegare ciò che accadeva nella società del suo tempo e, in particolare, nella Chiesa. I due sicuramente più importanti furono:  Toniolo: il primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile, del 1978,  e Crisi di governabilità e mondi vitali  del 1980, oggi introvabili. Volevano divulgare, ma rimanevano libri  difficili. Mio zio Achille, quindi, era molto più  ascoltato  che letto. Dalla metà degli anni ’70 alla metà degli anni 80, un decennio fondamentale per la trasformazione della società italiana, fu molto  ascoltato in particolare  nel partito principale di governo, la Democrazia Cristiana (era membro del suo Consiglio nazionale), e dal mondo cattolico. Alcune strategie tentate all’epoca per rivitalizzare politica e Chiesa furono sostanzialmente ispirate dal suo insegnamento. Mi pare che l’apice della sua influenza in entrambi i mondi si toccò nel 1986, quando la Festa Nazionale dell’Amicizia, la grande festa annuale del partito, si tenne a Cervia, in Romagna, nella piazza davanti a casa sua. All’epoca consigliava al partito, ma anche ad esempio alla FUCI, di fare grandi raduni nazionali in piccoli paesi, per impregnarli totalmente ed evocare così una realtà di mondo vitale, vale a dire  di quella collettività che dà senso all’esistenza umana. Per lui la crisi di questi mondi vitali  era alla base di quella della società nel suo insieme. La cura per la società era quindi quella di rivitalizzarli. Poi tutto cambiò molto velocemente in Italia, in politica e in religione, e iniziò la situazione in cui ci troviamo adesso e da cui non riusciamo a liberarci, anche se ci causa tanti problemi. La metamorfosi accadde a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, come manifestazione acuta di una crisi iniziata nei vent’anni precedenti e progressivamente aggravatasi. Il partito si dissolse e la Chiesa cambiò profondamente, seguendo la via proposta da Karol Wojtyla.  Mio zio criticò pubblicamente il vescovo della sua città sulla questione degli immigrati, che il vescovo preferiva fossero cristiani, e fu duramente e lungamente emarginato.  Non fu più  ascoltato letto dalla generalità. Fu ancora letto  dagli scienziati sociali e dagli amministratori che si occupavano di sanità e assistenza agli anziani, il suo campo principale di studio e di azione negli ultimi anni. Per diversi anni amministrò uno dei principali ospedali ortopedici nazionali, il Rizzoli  di Bologna. Fu lui a ideare il CUP, il Centro Unico di Prenotazione, che ebbe in Emilia Romagna la prima organica attuazione. Egli, sostanzialmente, fece poi la fine del grillo parlante  nella favola di Pinocchio. Ma la storia gli ha dato ragione. Ho sempre pensato che la sua sorte fosse dipesa dal fatto di non riuscire a scrivere nel linguaggio comune della gente. Ascoltare  non basta, per generare fatti profondi occorre poter leggere. La nostra fede non è, in fondo, basata su Scritture?  In questa prospettiva, potete capire perché mi addolora tanto la dispersione della biblioteca parrocchiale, che, per ciò che so, è stata attuata molto velocemente e per motivi che non ci sono stati spiegati, e mi auguro siano stati buoni motivi. Quando si è insediato il nuovo parroco, già non c'era più.  Probabilmente il fatto  è dipeso da spese indifferibili che occorreva fare o dalla necessità di venire incontro alle molte famiglie in difficoltà che assistiamo, che in questi anni sono sempre più aumentate: in questi casi in famiglia ci si priva anche dei gioielli più cari.  Faccio delle ipotesi: in realtà non è stata fornita alcuna spiegazione.
 Il sociologo Zygmun Bauman fu, invece, molto più letto  che ascoltato. Egli non aveva  con una Chiesa e con un partito un rapporto forte come quello di mio zio Achille. Quindi, se non avesse saputo farsi leggere,  non sarebbe stato inteso, perché pochi erano disposti semplicemente ad ascoltarlo. Il suo libro divulgativo fondamentale è Modernità liquida,  del 2000, in Italia pubblicato da Laterza, €16,00, che si trova anche in e-book. Lo consiglio come libro di testo ai gruppi di approfondimento dell’impegno politico e sociale che sorgono nelle parrocchie dopo le esortazioni contenute nell’enciclica Laudato si'. In quel libro viene spiegato che cosa sta succedendo nel mondo di oggi e perché sta diventando tanto diverso da quello che c’è stato fino agli anni ’80. Bauman ha scritto molti altri interessanti libri divulgativi, che fondamentalmente approfondiscono i temi di Modernità liquida.  Bauman è morto il 9 gennaio di quest’anno, quando era molto anziano, e ora avremmo bisogno di un altro profeta  come lui.
  In un certo senso mio zio Achille  e Bauman svolsero le funzioni che nell’antichità biblica ci si attendeva dai profeti: spiegavano alla gente il senso ultimo di ciò che stava accadendo. In mio zio Achille, rispetto a Bauman, la fede religiosa era una componente fondamentale, in un modo che i suoi discepoli faticano a spiegare, perché li imbarazza. Si pensa infatti che la sociologia, come le altre scienze, debba mantenersi  neutrale  rispetto alle idee religiose, ma certamente mio zio Achille in materia religiosa  neutrale non era, con riflessi nella sua attività scientifica e nella sua azione politica, perché egli, oltre che scienziato sociale, fu anche un politico. Questo gli consentì, per molti anni, dal Secondo dopoguerra, quando qui a Roma, con Dossetti, partecipò con molti altri ingegni brillanti, all’ideazione della nuova Repubblica democratica, fino agli anni ’80, quando tutto rapidamente cambiò, di essere molto ascoltato, ma fu anche all’origine della sua dura successiva emarginazione. Perché la nostra Chiesa è ancora strutturata come un sistema totalitario, ed è insofferente del pluralismo e del dissenso, in particolare quando si traduce in lesa maestà  verso la gerarchia, anche se si sforza di non esserlo (questo va riconosciuto, soprattutto parlando di papa Francesco), ma proprio non le riesce. Ma quella, dell'emarginazione o peggio,  è appunto, in genere, la sorte dei grilli parlanti quando parlano  in società e alla società, dicendo ciò che in società non si gradisce udire. Se però il grillo  della storia di Pinocchio  si fosse limitato a scrivere, forse non sarebbe finito acciaccato al muro, perché Pinocchio, incolto e analfabeta, non lo avrebbe letto,  e amen. Si dice infatti che le parole dette volano, mentre quelle scritte rimangono,  ma se uno non sa, non può o non vuole leggerle, queste ultime diventano inutili. Però le rivoluzioni, i cambiamenti radicali, sono guidate da quelle scritte.
  Bauman sostiene che si sta passando da una società di cittadini  ad una di consumatori  e questo sta sfasciando i rapporti sociali, perché ognuno non solo pensa di poter fare da sé, ma è anche spinto a farlo: se non lo fa, non merita. In definitiva era anche l'analisi di mio zio Achille, benché riferita ad una situazione in cui certi fenomeni erano appena gli esordi. L'ideologia consumista distrugge i  mondi vitali che davano e danno senso alle vite delle persone. Quelle vite ora frullano qua e là disordinatamente, andando dietro all'infinita generazione di desideri, mai appagati, come vuole appunto l'ideologia consumista. Un tempo l'appagamento  si trovava nelle relazioni di mondo vitale, ma anche ora è così e infatti è  comune nei consumatori  la sensazione di inappagamento.
  Un cittadino non è solo uno che vive in società, ma è una persona che ha una qualche voce in capitolo in essa e di cui comunque la società non vuole fare a meno. In una società di cittadini  si cerca di ridurre al minimo gli  scarti  sociali. Questo accade sia nelle società democratiche che in quelle totalitarie. Bauman sostiene che questo era legato con il sistema sociale dell’economia, che aveva necessità di  riserve umane  in buona salute, da impiegare all'occorrenza nella produzione. La prima legislazione sociale in favore dei lavoratori, quella britannica dell'Ottocento, partì dalle constatazione che la salute dei lavoratori, nelle grandi città industriali, stava rapidamente peggiorando. 
 In una società di  consumatori, sostiene Bauman,   conta solo il credito al consumo  che si ha, per cui ci sono molti scarti umani dei quali non mette conto di prendersi cura perché non hanno credito  e quindi non servono  al sistema. La loro sofferenza umana non conta e li si squalifica perché sono nella condizioni di scarti: si pensa che sia colpa loro l'essere stati scartati, perché non hanno meritato  abbastanza. Si fossero dati da fare, non sarebbero diventati scarti. In realtà è la società che decide chi scartare. Prende dalle persone tutto quello che possono dare,  e finché ne hanno; poi, quando ne rimangono senza, ad esempio perché diventano anziane o malate o tutte e due, le scarta. I poveri che vengono da fuori, gli immigrati economici, come vengono definiti, automaticamente vengono inseriti tra gli scarti. Se si pensa che ognuno debba risolvere da sé i propri problemi,  meritando, la società non deve più occuparsi di lui, diventa inutile  farlo. In un certo senso però diventa inutile anche la stessa società, in particolare nella sua dimensione politica, e, per questo motivo, essa si va sfasciando:  perché non serve più  a certe cose. I problemi sociali allora diventano problemi di sicurezza pubblica, da risolvere con la polizia. Fondamentalmente lo stato, in quest'ordine di idee, un po’ secondo l’ideologia del liberalismo della seconda metà dell’Ottocento, dovrebbe ridursi al minimo, occupandosi di diritto, polizia e di protezione dei confini esterni. Poi ognuno si arrangi come può: meriti.
  Questo sviluppo della società del nostro tempo ha colpito duramente i partiti.
  Si parla di partito tradizionale, ma in che senso?
  Il modello di partito tradizionale, quello a cui pensiamo istintivamente quando parliamo di partito, è sorto dopo la Seconda guerra mondiale, ed è stato il Partito Nazionale Fascista - PNF. Quest’ultimo aveva preso a modello il partito comunista bolscevico, che nella Russia zarista nel 1917 aveva preso il potere con una rivoluzione violenta. Si trattava, quest'ultimo, di un partito organizzato come un esercito, con una struttura gerarchica molto ben definita e rigida, in cui le direttive scendevano dall’alto. I suoi iscritti erano militanti  fortemente ideologizzati. Il PNF mussoliniano volle essere qualcosa di simile, comprendendo però, obbligatoriamente, tutta la gente, senza più distinzione di classi, di fatto cristallizzando la situazione di dominio di classe esistente. Mussolini si formò politicamente nel socialismo italiano, differenziandosene sempre più alla vigilia della Prima Guerra Mondiale sulla questione della partecipazione alla guerra, a cui si manifestò favorevole dopo che prima era stato di contraria opinione. Egli considerava la partecipazione alla guerra, quindi la milizia  bellica,  il fattore per unificare politicamente e militarmente il popolo italiano, per iniziarlo velocemente alla milizia politica, e vide giusto. Fu infatti proprio dai reduci di quella guerra che scaturì la classe dei primi militanti fascisti.
  Il partito comunista bolscevico, strutturato secondo l’ideologia di Lenin [Lenin, Vladimir Il. - Pseudonimo del rivoluzionario e statista russo Vladimir Il Uljanov( Simbirsk1870 - Gorki, Mosca, 1924 - fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/vladimir-il-ic-lenin/] era un partito di classe. In una società, quella russa zarista, dominata da una vasta classe di nobiltà terriera, quindi in un impero in cui una classe di nobili di fedeltà zarista dominava su masse di contadini, quel partito si proponeva di annientare, anche fisicamente, la classe dominante, affidando il potere a una classe di rivoluzionari di professione che mutasse con la forza il sistema economico, politico e sociale per metterlo al servizio dei bisogni  della classe dominata e, inoltre, di costruire l’uomo nuovo vale a dire di fare delle masse un popolo di militanti  ideologicamente consapevoli, quindi con una coscienza di classe. Questo programma politico comprendeva anche l’annientamento dell’influenza politica della Chiesa ortodossa, che era fortemente federata con il sistema zarista. Il PNF era invece un partito corporativo. La sua ideologia si proponeva di fare del popolo italiano, in tutte le sue componenti,  una massa militante, ma comprendendovi tutte la classi sociali, sia quelle dominanti che quelle dominate, cristallizzando i rapporti di forza che vedevano i pochi dominare sui più. Nell’Italia degli anni ’20 le classi dominanti erano la grande borghesia industriale settentrionale e quella agraria. La nascita del PNF fu appoggiata da entrambe queste componenti. Il corporativismo però non rientrava nell’ideologia socialista dalla quale proveniva Mussolini. In particolare, all'origine il fascismo era anti-borghese. Il corporativismo rientrava invece nell'ideologia della dottrina sociale moderna della Chiesa cattolica, a partire da quella che viene considerata la sua prima manifestazione, l’enciclica  Le Novità, del 1891, diffusa del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, in religione Leone 13°. Il corporativismo della dottrina sociale concepiva la società come un corpo vivente, in cui ognuno aveva una sua funzione importante, in cui quindi tutte le classi dovessero collaborare nell’interesse comune, ciascuna persona però restando al proprio posto, di privilegiata o di non privilegiata,  ricca o  povera. Si considerava impossibile eliminare l'ingiustizia sociale: essa poteva essere solo mitigata (lo si afferma esplicitamente nell'enciclica Le Novità). Il suo modello era il corporativismo medievale, per cui datori  di lavoro e lavoratori erano inquadrati in corporazioni di mestiere e c’era solidarietà nelle singole corporazioni e tra le corporazioni, nel quadro di un'organizzazione politica cittadina. In questo quadro, nella prima dottrina sociale,  il conflitto sociale veniva dissimulato, il sindacalismo sconsigliato, lo sciopero vietato. Era una visione premoderna e irrealistica, come Giuseppe Toniolo cercò incessantemente di far capire ai Papi della sua epoca, con scarsi risultati. Il fascismo mussoliniano l’adottò come base della sua rivoluzione sociale. La pace sociale venne imposta dal regime, non era frutto di accordi sociali. Comportando la cristallizzazione dei rapporti di classe, venne appoggiata dalla classe dominante, la borghesia italiana di quel tempo. Ma anche le masse speravano in un tornaconto. Ognuno doveva rimanere al proprio posto, ordinatamente: se lo faceva il regime garantiva che ci si sarebbe presi cura di lui, attraverso una vasta rete di istituzioni sociali che effettivamente vennero costituite. Aderire al fascismo, prendere la tessera, e impegnarsi pubblicamente a seguirne l’ideologia, divenne obbligatorio solo per chi volesse impieghi pubblico, per gli altri era raccomandato come segno di buona condotta sociale. In un certo senso l'adesione al fascismo era una specie di assicurazione sociale. Il dissenso, l'eresia, come in religione, venne condannato in quanto metteva a rischio l'integrità del corpo sociale e il benessere  che esso diffondeva attraverso le sue istituzioni. Negli anni ’30 l’adesione degli italiani al fascismo divenne quasi totalitaria e nel 1931, il papa Achille Ratti, regnante come Pio 11°, nell’enciclica sociale Il Quarantennale, in occasione dei quarant’anni dalla prima enciclica sociale Le Novità, invitò  i membri dell’Azione Cattolica a collaborare nelle istituzioni corporative fasciste. Si realizzò così, a quell’epoca, una profonda integrazione tra Chiesa cattolica italiana e regime fascista, mediante la quale entrambe le istituzioni si rafforzarono nel popolo italiano. Il PNF divenne il Partito della Nazione, il partito unico degli italiani, ciò che nessun partito del Regno d’Italia era mai potuto essere prima per la strenua opposizione politica del papato romano, che ostacolava la partecipazione dei fedeli cattolici alla politica democratica dello Stato a causa della conquista del Regno pontificio da parte del Regno d’Italia: la cosiddetta questione romana. La controversia fu risolta nel 1929 con una serie di accordi, complessivamente denominati Patti Lateranensi, conclusi dal papa Achille Ratti con il Regno d’Italia rappresentato dal Mussolini. Questo patto tra Chiesa e Stato, così come il fascismo, sarebbe potuto durare molto a lungo, come nella Spagna di Francisco Franco (il suo regime fascista morì con lui, nel 1975) e nel Portogallo di Antonio De Olivera Salazar (il suo regime fascista gli sopravvisse e durò fino al 1974), se il Mussolini fosse rimasto neutrale nella Seconda Guerra Mondiale, come Franco e Salazar. Ma l’ideologia del Mussolini era fortemente bellicista e lo spinse a seguire la Germania nazista e gli altri regimi fascisti suoi alleati nel conflitto. Non potendo realizzare una vera giustizia sociale mediante una più equa redistribuzione di risorse tra gli italiani, il regime si proponeva di predarle ad altri popoli, come altre nazioni europee facevano da tempo. La sconfitta bellica ruppe il patto ideologico con il papato e l'incantamento verso gli italiani. Ma ancora negli anni Cinquanta la gerarchia cattolica simpatizzava per il franchismo spagnolo: se ne lamentava Lorenzo Milani.
  La Chiesa, con il patto concluso nel 1929, recuperò una potente capacità di influenza nel popolo italiano, in particolare attraverso il sistema scolastico. Vide inoltre contrastati duramente i suoi principali nemici dall'Ottocento: il liberalismo e il socialismo atei e, in Italia, atei essenzialmente in quanto anticlericali, ritenendo la Chiesa un ostacolo all'emancipazione delle masse come lo era stata nel processo di unificazione nazionale. 
  Nel dopoguerra, una parte dell’ideologia corporativa fascista, di matrice cattolica, fu inglobata nell’ideologia del partito cristiano (come lo chiamava lo storico Gianni Baget Bozzo), la Democrazia Cristiana.  Da corporativismo divenne interclassimo: in ambiente democratico la collaborazione delle classi non fu più imposta, ma raccomandata e perseguita politicamente, con una serie di riforme sociali e anche mediante l'intervento pubblico nel sistema economico. La Democrazia Cristiana, sulla via della dottrina sociale della Chiesa, pensava ad uno stato che si occupasse dei bisogni di tutti e introducesse norme che prevenissero il conflitto sociale, impedendo forme estreme di sfruttamento in danno della classe lavoratrice. Si parlava di stato sociale, perché l’iniziativa privata e la proprietà dovevano trovare un limite nell’utilità sociale. Poi, con espressione più moderna, di welfare state, stato per il benessere collettivo. Il principio che nei rapporti di lavoro dipendente il lavoratore dovesse avere un’equa retribuzione, non solo proporzionata al lavoro svolto, ma anche sufficiente per mantenere una vita dignitosa per lui e per la sua famiglia. divenne una norma costituzionale, all’art.36 della Costituzione.
  A cavallo tra gli anni ’80  e ’90 la concezione della società come di un corpo organico venne progressivamente abbandonata. Al fondo di ciò c’era l’idea che, nel sistema economico globalizzato, dove occasioni di profitto potevano trovarsi in tutto il mondo e non più solo all'interno di un singolo sistema statale, in un mondo senza più frontiere per il capitale,  non tutti erano veramente necessari per il benessere collettivo. C’era gente di scarto che era solo un peso sociale. Le pensioni agli anziani e l’assistenza sanitaria gratuita alla popolazione cominciarono ad essere considerate solo come un costo. Del resto l’industria dimostrava di poter fare sempre più a meno di mano d’opera e, comunque, di poterla sostituire rapidamente ed efficacemente, spostando produzioni e richiamando altre persone. Il sistema economico non aveva più bisogno di riserve umane  in buona salute. Chi merita, vale a dire trova un modo di cavarsela, ha diritto di sopravvivere, gli altri no: per loro c’è solo l’assistenza caritativa, lasciata al buon cuore degli altri. Chi protesta crea un problema di sicurezza pubblica, da risolvere mediante la polizia. Ma la gente protesta sempre meno: in fondo è convinta della bontà dell’ideologia meritocratica. Solo, spera di essere nella parte che merita, e, se non riesce ad esserlo, se ne vergogna, si colpevolizza. Se lo stato non è più  sociale, non assicura più di occuparsi dei bisogni fondamentali di tutti, perché parteciparvi? La corporazione sociale si è sciolta, ognuno fa per sé. I conflitti di classe che sono sempre rimasti attivi, solo mitigati dalla legislazione sociale sul lavoro che però progressivamente in questi anni si sta cercando di rendere meno pervasiva e incisiva, esplodono liberamente e allora vince il più forte, come nella legge della giungla, animale grosso mangia animale piccolo. I rapporti di lavoro non sono mai paritari: c’è sempre una parte più forte, che è quella dei datori di lavoro, ed è questa che prevale. La politica, in questa situazione, diviene inutile,  così come la società, e lo è anche quella, virtuosa, ancora diffusa dalla dottrina sociale, quella che oggi si vuole approfondire in parrocchia. Ecco perché la gente non viene in parrocchia quando si parla di questi temi. La soluzione? E’ difficile, impegnativa, e riguarda la politica come la parrocchia. Occorre innanzi tutto avere una visione realistica della società e comprendere che lo scarto  è generato da ristrette classi dominanti; che chi soffre non è che abbia  demeritato, ma soffre perché è vittima della legge della giungla del capitalismo globale; che quando si va da soli alla guerra secondo la  legge della giungla si  è vittima dei più forti; che però una reazione collettiva di massa può ancora cambiare le cose. E, quindi, innanzi tutto, ripeto: conseguire una visione realistica delle dinamiche sociali.
   Un indizio della causa di ciò che accade, dei mali sociali, è nella proposta, che viene da più parti, di un reddito di cittadinanza. Sembra una stranezza, ma molti economisti lo consigliano per tenere in piedi la società. Non solo funzionerebbe, secondo loro, ma occorre per mantenere in piedi il sistema consumistico.  Un tempo lo stato si occupava dei bisogni della gente e distribuiva risorse che poi venivano spese, si traducevano quindi in consumi  di massa;  ora che non se ne occupa più perché ci si è trasformati da cittadini a consumatori e ognuno fa per sé, accade che la platea dei consumatori si riduca sempre di più, man mano che la legge della giungla fa le sue vittime e produce i suoi scarti umani. Così però il sistema rischia di saltare per insufficienza di consumatori: ecco la necessità di crearne artificialmente recuperando una parte degli scarti.  E' una cosa che nelle politiche di governo degli ultimi anni ha prodotto, ad esempio, elargizioni più o meno generalizzate degli "80 euro". Che significa, in fondo? L’attuale sistema economico globalizzato va verso la rovina se lasciato alle sue dinamiche selvagge; va verso l’autodistruzione, perché si occupa di porzioni progressivamente sempre più piccole di popolazione, incrementando le diseguaglianze sociali. Seguendo l’ideologia della globalizzazione non riusciremo più, a lungo andare, a garantire la sopravvivenza sul pianeta di sette miliardi di persone, sempre in aumento. Alla fine il sistema si bloccherà. E’ necessario quindi cambiare, ma non lo si potrà fare che collettivamente, con movimenti di massa, questa volta però sulla base di un cambiamento interiore molto più profondo, non solo politico, ma anche di natura religiosa  perché legato al senso della vita,  come appunto quello che viene raccomandato nella Laudato sì, perché, ed è questa la novità di ciò che accade oggi, ognuno, ogni  consumatore, proprio consumando, si fa carnefice di una parte dell’umanità, rafforzando il sistema che genera la sofferenza sociale e che, infine, travolgerà anche lui. Non si può quindi cambiare il mondo che sta per travolgerci senza cambiare noi stessi, riscoprendo, così facendo, la cittadinanza

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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