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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 7 agosto 2014

Vivere il pluralismo come virtù religiosa

                                              Vivere il pluralismo come virtù religiosa

Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (=luce per le genti), del Concilio Vaticano 2* (1962/1965):

n.13. In tutte le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste [...] Siccome il regno di Cirsto non è di questo mondo, la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottraeo al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Questo carattere di universalità che adorna e distingue il popolo di Dio è dono del Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza sosta ricapitola tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell'unitá dello Spirito di lui.
 In virtù di questa cattolicità le singole parti portano i propri doni. Alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto è le singole parti si accrescono per mutuo scambio universale e per uno sforzo comune verso la pienezza dell'unità.
[...]
 n.32. Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono e sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, c'è la grazia chiama alla salvezza.
 Non c'è quindi che un popolo scelto da lui in un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è c'è una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché "non c'è nè Giudeo né Gentile, non c'è nè schiavo nè libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28; si veda anche Col 3,11)

 Uno dei temi che fu affrontato in modo innovativo durante il Concilio Vaticano 2* (1962/1965) fu quello del pluralismo. Era ancora abbastanza recente l'esperienza storica dei totalitarismi europei dell'Europa occidentale e si stava ancora sperimentando quella dei totalitarismi dell'Europa orientale e dell'Asia, che avevano comportato tentativi di ridurre coattivamente la complessità sociale, anche a scapito delle confessioni religiose della nostra fede le quali avevano preteso, così come altre fedi religiose, di mantenere spazi dì autonomia. Il totalitarismo politico era caratterizzato dall'idea che, nell'interesse generale, tutti la dovessero pensare in un certo modo, dovessero far professione pubblica di una medesima fede politica e assumere stili di vita conseguenti. L'emergere delle nuove democrazie europee, tra le quali quella italiana, aveva chiaramente mostrato le opportunità che la nuova situazione offriva, anche per la vita delle collettività religiose. Coglierle però richiedeva di introdurre nell'ideologia religiosa alcuni principi sui quali il nuovo ordine democratico diffusosi a livello internazionale si fondava, tra i quali innanzi tutto quelli della uguaglianza in dignità delle persone umane e della libertà di coscienza. Non fu compito difficile dal punto di vista teorico, perché quei principi erano stati storicamente derivati dal nostro pensiero sociale religioso,  anche se poi in genere erano stati vivamente contrastati dai capi delle nostre collettività religiose, organizzati in una sorta di impero religioso feudale.
 Nella costituzione conciliare Lumen Gentium, che è molto più di un semplice trattato di dottrina in quanto ha il valore di vera e propria legge fondamentale per la nostra organizzazione religiosa,quei principi troviamo espressi in modo molto simile a come erano stati precedentemente enunciati nella nostra Costituzione repubblicana, in altre nuove costituzioni europee e nella Dichiarazione universale di diritti dell'uomo delle Nazioni Unite.
 Passando all'attuazione pratica di quei principi, non solo nelle società civili ma anche nelle nostre collettività religiose, si presentarono dei problemi, per il carattere molto accentrato dell'organizzazione della nostra confessione di fede, che non fu modificato se non in parte dalle deliberazioni del Concilio Vaticano 2*, nonostante che indubbiamente fossero state gettate le fondamenta teoriche per una sua eventuale futura riconfigurazione. Ma problemi derivarono anche dall'incapacità  delle nostre collettività di fede di comporre alla base, senza interventi di autorità superiori, le divergenze di vedute su diversi temi. Si vissero, nella seconda metà degli anni Sessanta e negli anni Settanta del Novecento stagioni piuttosto animate. Di ciò che accadde a partire dagli anni Settanta sono stato testimone consapevole.
 Anche l'Azione Cattolica, che all'epoca era la maggiore organizzazione del laicato italiano, fu travagliata dal conflitto tra diverse concezioni della vita di fede, apparentemente incomponibili. Tuttavia all'interno dell'associazione, per la sua organizzazione democratica pur con temperamenti motivati dall'esigenza di coordinamento con una gerarchia religiosa del clero con struttura feudale, tutto ciò mi parve avere risvolti meno drammatici che altrove. In generale invece c'era la convinzione che, da ogni conflitto, dovesse prevalere una sola delle linee in contrasto e che i soccombenti alla fine dovessero adeguarsi. Mancando procedure democratiche di decisione e di risoluzione delle controversie, mi parve  che tutto si risolvesse in una specie di lotte di corte, per accaparrarsi il favore di chi esercitava il potere all'interno di un sistema di potere religioso rimasto fondamentalmente feudale. Ogni fazione contava quindi i vescovi sui quali poteva contare. Ma era il favore del nostro imperatore religioso che contava più di tutti, dato il carattere assolutistico del potere supremo nella nostra confessione religiosa. Si è scritto di manovre di potere dirette a influire addirittura sulla sua elezione.
 Sul campo si affrontarono idee diverse su come attuare i principi conciliari: una che voleva procedere alla loro massima estensione, anche con incisive riforme della struttura della nostra organizzazione religiosa, un'altra invece minimalista, che voleva mantenere quanto più possibile di ciò che si era ricevuto dal passato, in particolare con riferimento all'organizzazione delle funzioni e della gerarchia che alle nostre collettività di fede era stata data all'inizio del secondo millennio della nostra era. Nel corso degli anni '80 prevalse quest'ultima e si pretese che i soccombenti si adeguassero, ciò che essi, per evitare drammatiche rotture, in genere fecero. Io ero tra di essi e così feci. Mi chiedo ora se quella che all'epoca mi parve una scelta giusta lo fu veramente. Me lo chiedo con il senno del poi, constatando ciò che ne è derivato.
 Il processo che ho descritto condusse a non poter beneficiare a pieno dello spirito e del metodo del Concilio nel rapporto con le società in cui le nostre collettività erano immerse. I rapporti con esse divennero sempre più problematici, anche se la loro influenza nella società sotto certi profili non sembrò risentirne,  in particolare per l'eccezionale personalità del nostro sovrano religiosa di allora che sembrò avere lo straordinario carisma di tenere insieme vecchio e nuovo in una sintesi vitale e molto apprezzata a livello popolare a tutti i livelli.
 Sempre più persone di fede non trovarono più un posto adeguato a loro nelle nostre collettività di fede e vennero spinte ai loro margini se non addirittura all'esterno, diventando al più clienti saltuari di servizi religiosi e maturando una crescente estraneità alla cultura religiosa. Infatti per essere ancora riconosciuti nelle nostre collettività di fede occorreva conformarsi nel pensiero e negli stili di vita e non tutti si sentirono di farlo e, in molti casi, poterono farlo. Erano state infatti molto limitate le opzioni ritenute ammissibili per una persona di fede, in modo tale che in diversi casi esse divennero non sostenibili per molti, in particolare per i più giovani. Ciò fu fatto anche mediante una pervicace azione di polizia ideologica, esercitata con particolare rigore verso gli intellettuali appartenenti al clero e agli ordini religiosi, con maggiore tolleranza verso i laici, in particolare in ciò che facevano nella società civile e politica. Questo produsse un progressivo inaridimento della correnti di pensiero conciliari.
 Non dobbiamo necessariamente pensare che coloro le cui idee prevalsero e che riuscirono a plasmare le nostre collettività religiose nel senso che ho descritto fossero in malafede, vale a dire che abbiano preso quella posizione per spirito di fazione e brama di conservazione di potere, così come avveniva nell'ordinamento medievale nelle corti feudali, tutt'altro; anche se, alla luce dei costumi disvelati l'anno scorso nella drammatica crisi prodottasi nelle strutture centrali della nostra organizzazione religiosa e che verosimilmente risalivano a lunga data, ciò non si può del tutto escludere. No, si trattò principalmente, per ciò che potei osservare da testimone dell'epoca e dalla mia visuale di laico piuttosto coinvolto nelle dinamiche delle nostre collettivitá religiose, di altro. Come ha osservato Luigi Alici nell'articolo "Il coraggio della profezia", pubblicato sul numero 6/2013 di "Coscienza", la rivista del MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, le forme di resistenza più esplicite al Concilio scaturirono soprattutto dal catastrofismo, vale a dire dalla sensazione che non si sarebbe riusciti a governare il processo di cambiamento e che esso, conseguentemente avrebbe portato ad una drammatica rottura dell'unità. Bisogna fare memoria della situazione che all'epoca si era creata, tanto lontana, nel bene è nel male, a quella di oggi, e capire che sulla visione non era infondata. Il rischio della rottura ci fu effettivamente.
 Ai tempi nostri, a causa di un imprevedibile mutamento della persona che, secondo l'ordinamento della nostra organizzazione religiosa, porta l'onerosa responsabilità di essere al vertice supremo di un potere sacrale molto accentrato, sembra che debba riprendere il moto di rinnovamento che il Concilio Vaticano 2* assecondò. C'è quindi chi ora si attende un rovesciamento degli equilibri che hanno dominato negli scorsi trentacinque anni, per cui coloro che sinora sono stati privilegiati debbano soccombere a beneficio dei gruppi a loro opposti. Questa prospettiva è, a mio parere, sbagliata. E ciò, lo ribadisco, dico riflettendo sulla storia della quale sono stato testimone. Noi infatti, cogliendo la lezione che ci viene dalla storia, dobbiamo prendere sul serio ciò che con la parola "pluralismo" si vuole intendere, a meno di non volersi trovare poi, come reazione al pericolo di frattura, in una situazione analoga a quella che si produsse alla fine degli anni Settanta, dopo la drammatica fine del ministero del nostro padre universale Montini, vale a dire in una nuova "grande glaciazione", il congelamento del moto rinnovatore manifestatosi nel Concilio Vaticano 2*.
 È sicuramente necessario, per quanto spesso spiacevole, contestare puntualmente le pretese di conformismo nel pensiero e negli stili di vita a sfondo religioso, esigendo di venir riconosciuti come persone di fede in base alle sintesi che ciascuno, onestamente e da persona di fede, è riuscito a creare nella propria vita, anche se difforme rispetto alle "linee guida" prevalenti in una determinata epoca e in un determinato contesto sociale. Ma, facendo tesoro della lezione storica di cui ho parlato, dobbiamo inventarci, sperimentandoli e sottoponendoli a verifica, nuovi modi per costruire alla base, non quindi in virtù di forza autoritaria superiore, una unità benevolente nonostante che su certi temi la si pensi diversamente. Scrivo "inventarci" perché in religione si è stati in genere assi poco tolleranti verso le diversità e di ciò abbiano anche iniziato a pentirci collettivamente, a volte dimenticando che certi errori non sono stati solo di coloromche ci hanno preceduto, ma sono radicati anche nelle nostra mentalità. Non di rado ci siamo infatti lanciati reciprocamente, il più delle volte veramente a sproposito, addirittura accuse di eresia. Esse hanno colpito spesso, e duramente, a partire dall'Ottocento proprio coloro che furono protagonisti di quel grande moto collettivo per il rinnovamento religioso che, all'inizio degli scorsi anni '60, si manifestò in modo eclatante e autorevole nel Concilio Vaticano 2*.
 Scrisse a questo proposito Antonio Rosmini, nell'Ottocento: "Molti erompono in lamentazioni e guai sull'empietà dominante, sulla traboccante scostumatezza, ma non si curano poi d'investigarne le cause, di proporre i rimedi, e se voi fate il tentativo, quegli uomini zelanti, quei novelli Geremia, vi fanno il viso arcigno, e poco manca che non vi applichino a dirittura il titolo di eretico, di novatore o almeno di temerario" [da una lettera al canonico Giuseppe Gatti del 1848, citata da Luigi Alici nell'articolo prima citato].
 Esigiamo e accettiamo dunque, da laici di fede, nello spirito del Concilio, che nelle nostre collettività di fede la si possa pensare in modo diverso, e vivere la fede in modo diverso, senza per questo essere rifiutati e addirittura, a fronte di un ambiente ostile, essere costretti a migrare  verso collettività in cui prevalgono coloro che la pensano in modo simile a noi. Lasciamo sussistere il pluralismo nelle nostre collettività di fede e concepiamolo non più come una minaccia all'unità, ma come una ricchezza, secondo gli auspici del Concilio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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