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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 13 agosto 2014

Ricostituire tra noi un pluralismo benevolente

                                      Ricostituire tra noi un pluralismo benevolente

[Le parrocchie] dipendono sempre più, per la loro sopravvivenza, dalla quantità e dalla qualità del personale ecclesiastico [...] La strettissima relazione tra l'istituzione e chi la guida è del resto la conseguenza di un elemento rimasto fino ad oggi immutato nella chiesa cattolica: e cioè il carattere monocratico e assoluto del potere del clero a ogni livello. Il parroco viene nominato d'autorità dal vescovo, senza che la comunità locale dei fedeli possa esprimersi in merito; fino al giorno in cui viene rimosso e assegnato ad altro incarico, egli è titolare di tutte le decisioni, il responsabile ultimo di ogni iniziativa.
[...]
 Il fatto è che [...]  il clero italiano si sta riducendo molto vistosamente [...]  I vertici ecclesiastici hanno escogitato sostanzialmente due rimedi [...]: aumentare il numero di parrocchie affidate a un singolo prete [e] "importare" clero dai paesi in via di sviluppo e dall'Europa orientale. È abbastanza evidente che entrambe le soluzioni favoriscono la concentrazione dei preti sugli aspetti propriamente sacramentali e "interni", a discapito di quelli pastorali e più genericamente culturali.
[...]
 Si può pensare che quel che difficilmente verrà da un clero incanutito e da parrocchie carenti di laici impegnati possa invece provenire dai ranghi dei movimenti ecclesiali.
[...] 
Il loro radicamento ufficiale nella chiesa è divenuto sempre più evidente, a mano a mano che giungevano riconoscimenti, approvazioni degli statuti, permessi di aprire seminari e di formare propri preti.
 Lo sviluppo di queste organizzazioni nell'ultimo mezzo secolo rappresenta in effetti una peculiarità squisitamente italiana [...] Sommati tra loro, gli aderenti di tutti i movimenti ecclesiali [...]  costituiscono di fatto un'imponente massa d'urto. 
[Secondo Oliver Roy]  la secolarizzazione non ha annientato la religione ma ne ha causato piuttosto la scissione dai contesti culturale, politico e territoriale [...] Cone se si trattasse di una religione nuova che cerca di farsi conoscere e di fare proseliti, come se non fosse la religione dei padri, come se non fossimo nel paese del Papa e dei campanili.
[...] È questa la forma emergente di religiosità "movimentista": antiteologica, antintellettualistica, ad alto contenuto emotivo, basata non sul conformismo ma su un'adesione sincera. [...] Il religioso si fa più visibile perché declinante e sempre più distonico rispetto alla società che lo circonda. [...] I religiosi si percepiscono come una minoranza assediata da una moltitudine che ha scelto di adorare i falsi dei del sesso, del denaro, dell'uomo idolatrato. [...] Nell'arcipelago dei movimenti e delle parrocchie non c'è discordia, ma neppure nessuna tensione unitaria. [...]  Ogni movimento conduce un'esistenza totalmente separata dagli altri ed ha una spiritualità e una ritualità proprie, simboli e pratiche diverse. [...]  [Anche le parrocchie] si stanno differenziando e specializzando sempre più, seguendo in questo la direzione intrapresa dai movimenti ecclesiali. Anche se con un livello di settarizzazione, cioè di chiusura verso l'esterno e di standardizzazione omologante, in genere inferiore.

[dall'opera "Missione impossibile", di Marco Marzano e Nadia Urbinati, Il Mulino, 2013, pagine 138' €14,00, tuttora disponibile in commercio; in particolare dal primo capitolo, di Marco Marzano, "L'armata inesistente. L'improbabile ritorno della chiesa cattolica nella sfera pubblica"]

 Vi consiglio di acquistare il libro da cui ho tratto le citazioni che precedono, nel quale troverete l'esposizione di un'ipotesi ricostruttiva (che mi è parsa abbastanza corrispondente alla mia personale esperienza) delle dinamiche in atto nelle nostre collettività di fede. Verificherete poi voi la corrispondenza effettiva alla realtà, in base a ciò che avete potuto direttamente osservare. Si tratta di una situazione, quella descritta nel libro di Marzano, che mi pare aver coinvolto anche la nostra parrocchia, dove, accanto alla nostra Azione Cattolica e ad altri gruppi di tipo devozionale, sono presenti e vitali diverse collettività di perfezionamento spirituale appartenenti ad uno dei movimenti ai quali ha fatto riferimento Marzano in quel libro. Nel secondo capitolo, scritto da Nadia Urbinati, troverete interessanti considerazioni sui problemi di laicità delle istituzioni politiche italiane di cui spesso si discute sui giornali.
 Dobbiamo riconoscere, credo, che anche nella nostra parrocchia si sta manifestando quella "specializzazione" a cui si è riferito Marzano. Infatti, a partire dall'iniziazione religiosa per la Cresima, la formazione spirituale e religiosa dei laici della nostra parrocchia coincide sostanzialmente con quella degli aderenti a quel movimento. Benché il pluralismo associativo non sia stato abolito, in realtà la differenziazione tra la parrocchia e le strutture di quel movimento tende progressivamente a ridursi. Le altre esperienze associative ancora presenti in parrocchia tendono a diventare quindi "gruppi ad esaurimento", tenuti in vita da e per persone, in genere piuttosto anziane, formatesi in una diversa stagione culturale e religiosa. Tendono a rimanere in parrocchia, e anche a convergere dai territori di altre parrocchie, coloro che condividono la particolare spiritualità di quel movimento, il quale, dal canto suo, si presenta definendosi "struttura al servizio della Chiesa locale", accreditando in tal modo l'idea che, almeno nella nostra parrocchia, vi sia una sostanziale assimilazione, e identificazione, con essa, vale a dire che il movimento comprenda ed esaurisca la Chiesa locale.
 Possiamo chiederci, come appartenenti al gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, se rimanga qualcosa da fare per noi in parrocchia, se non essere, appunto, un'esperienza associativa destinata ai più anziani, per andare incontro alle esigenze di chi non può essere "riconvertito" ad una diversa spiritualità, di coloro che, quindi, manifestano di essere, come dire?, "irriducibili". In effetti ho potuto constatare che, all'inizio di ogni anno associativo, c'è un po' di apprensione, non essendo del tutto scontato che si potrà andare avanti. Io credo che qualcosa di più da fare rimanga, piuttosto di limitarsi ad attendere la naturale estinzione o la fatale decisione di praticarci una sorta di eutanasia.
 Osservo infatti che la particolare impostazione del movimento che tanta parte ha nella vita della nostra parrocchia lascia scoperto, ad esempio, tutto il settore delle persone le quali, pur animate da una fede viva, consapevole, motivata, profonda, sociale, non ritengono di doversi porre in rotta di collisione con la società civile e politica in cui vivono, nella quale sono portate a riconoscere anche molti elementi di bene, e vogliono parteciparvi attivamente, collaborando al suo progresso, insieme a non credenti o a diversamente credenti, rifuggendo in ciò le posizioni inquadrate come "fondamentalismo" religioso. Ed inoltre quello di coloro i quali, non pregiudizialmente ostili alla fede religiosa, si vogliono interrogare, in animo di ricerca costante, sincera e onesta, su come tradurla in pratica, su come accoglierla e attuarla nella propria vita, sia come singoli che come parti di corpi sociali, senza ritenersi obbligati ad adottare soluzioni preconfezioniate da altri, siano pure essi persone esperte in umanità e/o in dottrina o stimati capi di collettività di fede, anzi ritenendo in coscienza di dover sottoporre a verifica anche tali soluzioni proposte nelle nostre collettività religiose ben consapevoli storicamente delle molte compromissioni e insufficienze del passato, e ciò nello spirito della "purificazione della memoria". Essi sono convinti che, in religione, pur non volendo rompere l'unità benevolente che li lega alle altre persone di fede e, nella speranza, addirittura a tutta l'umanità, non si sia costretti a seguire una e una sola via.
 Più in generale rimangono scoperti gli ambienti sociali di coloro che non vedono come unica forma di testimonianza credibile ed efficace quella di stabilire una netta separazione tra la vita delle persone di fede e il più vasto contesto sociale civile in cui sono immerse, per chiudersi in collettività molto omogenee ed uniformi, molto caratterizzate in senso esplicitamente religioso, e quindi, come tali, dotate di una particolare visibilità per palese contrapposizione con la società civile che le circonda, risaltando al modo di pecore bianche in un gregge di pecore nere. Insomma di coloro che credono ancora nel valore di quell'impegno nella mediazione culturale della fede, descritto in altri miei precedenti interventi ai quali rimando e, in particolare ai post della serie  "Che cos'è e come si fa la mediazione culturale", del quale ciò che si definisce "inculturazione" dell'esperienza religiosa è parte molto importante.
 Il che significa riconoscere che l'azione espressa dagli amici di quel movimento a cui mi sono riferito non esaurisce tutto quello che una persona di fede, individualmente o come parte di una collettività, può fare e che, pensandola all'opposto, si finisce non per rendere più salda e sicura, ma più povera, la nostra fede, finendo per indebolirla. Significa anche voler accettare, prendendone prima adeguata e realistica consapevolezza, la lezione che ci viene dalla storia, di quella delle nostre esperienze religiose e di quella dell'umanità, e prendere sul serio l'impegno religioso, che riteniamo di esserci stato affidato, a fare di tutte le genti un popolo solo, non però con la forza e puntando all'egemonia, come tante volte si è fatto nel nostro tragico passato. ma nel dialogo e nella collaborazione benevolente con ogni realtà umana, non limitandosi ad attendere solo la rovina escatologica del male che c'è nelle società in cui siamo immersi, ma collaborando attivamente al progresso sociale in senso più umano, in particolare mettendo a frutto le opportunità offerte nella società democratiche contemporanee e, anzitutto, dai principi e dal metodo democratici,
 La difficoltà, nel contesto specifico in cui ci muoviamo, in cui siamo inseriti, è di convincere di questo, della possibilità ed utilità della compresenza di più modi di intendere e vivere la fede, le altre componenti  della parrocchia, clero e laici. "Convincere", non "costringere". È proprio questa la prima, difficile, mediazione culturale in cui ci dobbiamo esercitare. Ed è difficile perché ad essere messa in questione, addirittura come peccaminosa in quanto fonte di cedimenti al "mondo", è addirittura l'opzione per il metodo stesso della mediazione culturale. 
  Occorre insomma, credo, promuovere e ricostituire pienamente il pluralismo nella nostra parrocchia, mantenendo tuttavia (o forse sarebbe meglio dire "ripristinando") l' "agápe", l'unità benevolente di tutte le persone di fede al di là delle loro particolari scelte di vita, superando il muro di diffidenza reciproca che attualmente, mi pare, ci separa, e che ci costituisce spesso non come alleati, ma competitori per l'egemonia, in un clima cupo di sfiducia, sospetto e imsofferenza reciproci, ritenendo, quando ne parliamo all'interno dei nostri gruppi di specifica appartenenza, che si starebbe meglio se non ci fossero gli "altri". E scrivendo questo faccio anche una autocritica e riconosco di dover molto migliorare, io stesso che auspico più pluralismo, proprio nel pluralismo. 
 Su una cosa non concordo con Marzano, nelle considerazioni che ha espresso nell'opera che ho citato, vale a dire quando ritiene che vi fu alle origini della nostra fede, quelle origini che gli amici del movimento di cui ho scritto vorrebbero ripristinare nella loro esperienza collettiva, un momento in cui la nostra fede fu completamente "deculturalizzata", pertanto del tutto avulsa dalla cultura e dal territorio di origine, in particolare dall'articolato giudaismo del primo secolo, quindi  autoreferenziale, e chiusa al dialogo con i non credenti o con i diversamente credenti, raggruppati tutti nella genia dei "pagani". Già solo tenendo conto delle acquisizioni delle scienze bibliche sulla formazione delle tradizioni che furono alla base degli scritti sacri neotestamentari, nella misura in cui esse non sono più ormai patrimonio solo di specialisti ma di ogni fedele che voglia approfondire la questione, sono infatti convinto che l'inculturazione della nostra fede, lo scambio vitale tra la fede e le cultura in cui essa storicamente è immersa, risalga senz'altro ai tempi stessi del Fondatore. Indizi di ciò, per ciò che ne ho letto, sono anche venuti dagli studi sugli antichi manoscritti del Mar Morto: la nostra fede è esplosa in un contesto di un giudaismo fortemente pluralistico e differenziato su basi culturali, nel quale tuttavia si cercò pervicacemente di trasmettere ai posteri non una sola tradizione, individuata come la sola ortodossa, ma la memoria di tutte le tradizioni.
 Se la nostra fede fosse stata espressa, nel primo secolo, solo da gruppi chiusi, ad accesso iniziatico, come ve ne furono molti nella stessa epoca in ambiente greco-romano, essa non avrebbe avuto la straordinaria espansione che invece constatiamo, arrivando addirittura a sostituire, nel volgere di circa tre secoli, le fedi religiose e l'ideologia sociale e politica del grande impero mediterraneo nel quale le nostre prime collettività di fede furono immerse e che inizialmente le era ostile.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa- Roma, Monte Sacro, Valli
 

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