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mercoledì 13 agosto 2014

Da un'intervista a Gabriella Caramore, conduttrice della trasmissione radiofonica "Uomini e profeti"

Da un'intervista a Gabriella Caramore, conduttrice della trasmissione radiofonica "Uomini e profeti"

(Domanda) Un'ultima domanda, brusca e inevitabile, che si saranno posti anche tanti suoi ascoltatori. Lei crede in Dio?
(Risposta) Per la verità non mi pongo il problema. Non so chi sia Dio. Tutte le tradizioni ci raccontano tante cose su Dio, compresa quella biblica, per la quale il volto di Dio non si può vedere, il suo nome non si può pronunciare. È vero però che gli esseri umani hanno dato questo nome alla ricerca di qualcosa che va al di lá della conoscenza umana, e che allo stesso tempo suggerisce al cammino dell'uomo un possibile orientamento in cerca del bene, della libertà, della giustizia. Il deposito di questa ricerca, presente nel racconto di Dio lasciatoci dalle diverse tradizioni religiose, è talmente imponente che non può non interessare anche agli atei e agli agnostici. L'idea di Dio come "invenzione" degli uomini mi sembra un po' infantile. Non si tratta di una invenzione, semmai di una "scoperta" della possibilità di vivere umanamente sulla terra, e della necessità di camminare sempre sulla via della conoscenza.

[da un'intervista di Franco Marcoaldi a Gabriella Caramore, conduttrice della trasmissione radiofonica di RAI - Radio Tre "Uomini e profeti" (va in onda il sabato mattina), pubblicata sul quotidiano "La Repubblica" dell'11 agosto 2014. Il testo completo dell'intervista è disponibile sul sito Web del quotidiano]

  Nelle nostre collettività religiose non mi pare che in genere sia molto valorizzato l'elemento della ricerca che caratterizza la spiritualità della nostra fede. Di solito i percorsi individuali religiosi vengono visti come un accostarsi a un corpo dottrinale piuttosto saldo che va semplicemente appreso e interiorizzato, in particolare nelle sue componenti etiche. In realtà, per ciò che ho potuto sperimentare, la fede religiosa è più di questo. E quel di più che c'è rispetto alla dottrina non è solo la molta emotività che spesso circonda le manifestazioni religiose. 
 Da lungo tempo si diffida generalmente, da parte di chi ha avuto il compito di guidare altri nella fede, di questo aspetto di "ricerca" della nostra spiritualità. Lo si tollera, fino ad un certo punto, in alte intellettualità. Nei fedeli normali viene considerato spesso manifestazione di "indifferentismo" e di "indisciplina", fonti di disordine. Così la nostra gente viene posta di fronte ad un'alternativa secca: correggersi e conformarsi o lasciare le nostre collettività. La spiritualità in ricerca viene cosí, spesso, "sconfessata". Si pretende che i molti aspetti paradossali della nostra fede religiosa, come ad esempio quello di una natura crudele guidata da una provvidenza amorevole, vengano saltati a piè pari facendo ricorso a un affidamento emotivo in una realtà soprannaturale sulla quale però si consiglia di non indagare se non da un punto di osservazione piuttosto distante.  Ma è proprio quando le si guarda da vicino che le realtà di fede pongono i problemi più grossi. E ciascuno, in questa osservazione ravvicinata, può far conto sugli altri solo fino ad un certo punto. 
 Negli anni passati si è posto molto l'accento, nell'insegnamento dei nostri capi religiosi, sull'aspetto di verità oggettiva che le nostre concezioni di fede avrebbero, di modo che di esse non solo ci si potrebbe, ma anche ci si "dovrebbe" convincere con il retto uso della ragione. Di modo che tutte le obiezioni "razionali" che, a partire più o meno dal Cinquecento, sono state opposte, o anche semplicemente poste, alla nostra dottrina di fede sarebbero conseguite ad un errato uso della ragione: è esattamente la contestazione su cui si basò l'inquisizione che travagliò il lavoro intellettuale e la stessa vita di Galileo Galilei.  C'è chi ha considerato ciò un arretramento, rispetto alle posizioni raggiunte e promulgate negli ormai lontani anni '60 nel corso del Concilio Vaticano 2*. In un ambiente religioso simile, in cui si è cercato di compattare le nostra collettività di fede mediante la ricostituzione di una continuità ideale con il passato, è potuto suonare addirittura come rivoluzionario il pensiero, in genere piuttosto in linea con quello tradizionale sulle questioni fondamentali, del nostro nuovo vescovo e padre universale. Esso ha sorpreso anche il mondo non religioso, avendo spazi eccezionali anche sulla stampa considerata più distante dai discorsi di fede. Ma non mi pare che sia riuscito ancora a fare breccia nelle nostra collettività religiose, compattate forzosamente mediante congelamento, non mediante "ricomposizione" (come ci si propose di fare negli scorsi anni '80), per dare l'immagine (artificiale) di un corpo compatto benché minoritario.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

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