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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 21 agosto 2014

Sperimentare modi nuovi per vivere collettivamente la fede

                             Sperimentare modi nuovi per vivere collettivamente la fede

 Nei precedenti interventi ho cercato, con lo stimolo e l'aiuto di mie recenti letture, di dare il senso di ciò  che sta accadendo nella nostra collettività di fede. È qualcosa di legato a un processo storico che risale a circa due secoli fa e che viene interpretato (e valutato) in modi diversi a seconda dei diversi punti di vista e delle diverse sensibilità culturali. Esso non riguarda solo l'organizzazione gerarchica, il sistema dell'esercizio dei poteri "pubblici", che ordina la nostra collettività religiosa, accentrato intorno al vescovo di Roma che svolge anche il ruolo di "padre" universale, ma il modo in cui ciascuna persona di fede vive la propria religiosità, individualmente e insieme agli altri. 
 Ancor prima di una certa maniera di essere capi religiosi, è in questione infatti il complesso delle mediazioni culturali che consente di esprimere la nostra fede religiosa nella società in cui siamo immersi, vale a dire le culture delle persone di fede in senso sociologico, intese come le concezioni e i costumi condivisi che ci rendono riconoscibili come collettività e indirizzano la nostra azione sociale. 
 È un fatto su cui da tempo stanno ragionando intellettuali di vario orientamento e di varie specializzazioni. Contributi molto importanti sono venuti dagli storici e dai sociologi, che hanno cercato di fare chiarezza su ciò che sta accadendo intorno a noi è all'interno delle nostre collettività di fede. Essi hanno beneficiato del clima di libertà in cui, in genere, si sono potute svolgere le loro indagini. I teologi della nostra confessione religiosa hanno operato invece in condizioni assai diverse e ciò per le particolari caratteristiche organizzative delle nostre collettività religiose, nelle quali, per difendere il popolo (visto e trattato come "gregge"), da turbamenti nelle cose di religione, si è in genere pretesa da loro una  marcata uniformità. Ciò, pur in presenza di un'imponente produzione letteraria, ha provocato un certo impoverimento del nostro pensiero religioso, che, solo a prezzo di quella uniformità, ha potuto fruire di quella specie di "marchio di qualità", o "imprimatur" (=si stampi), che i nostri capi religiosi ritengono di essere legittimati ad apporre su tutto quanto riguarda le questioni di fede. Siamo quindi rimasti piuttosto indietro in quel lavoro di "aggiornamento" che ha tanto caratterizzato il Concilio Vaticano 2* (1962/1965) e, che per la sua stessa natura (essendo volto a rimanere al passo con i tempi), non può essere svolto una volta per tutte e in maniera definitiva.
 Per un esame di ciò che ci sarebbe da fare, può essere utile la lettura  del libro del filosofo Giovanni Ferretti "Il grande compito. Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare", Cittadella editrice, 2013, €13,89, disponibile in commercio. 
 Le carenze del pensiero religioso si sono pesantemente riflesse sulle prassi quotidiane delle nostre collettività religiose, ancor prima che nelle concezioni in esse diffuse nelle loro basi sociali. Così, in genere le nostre collettività di fede appaiono ancorate a idee e stili di vita arcaici, non sostenibili nella società in cui viviamo e che quindi vengono rifiutati. Di questa "diversità" alcuni vanno addirittura orgogliosi. Bisogna tuttavia prendere atto che di recente siamo stati sollecitati autorevolmente a cambiare metodo, rivalutando la società in cui viviamo con un nuovo lavoro di discernimento e ridefinendo la nostra azione in essa.
 Prendiamo ad esempio il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, nel quale sono rappresentate quattro generazioni di fedeli: il più anziano, una delle guide spirituali del gruppo, ha oltre novant'anni, e la più giovane ventuno. Ognuno è stato formato nella fede in diverse stagioni culturali e, a parte un radicato atteggiamento di apertura e dialogo verso la società del nostro tempi, essi sono portatori di concezioni e stili di vita, compresi quelli religiosi, piuttosto diversi, che costituiscono altrettanti mediazioni culturali. Ciò che consente il mantenimento dell'unità del gruppo è il metodo democratico, inteso come principi, innanzi tutto quello di riconoscersi reciprocamente pari dignità, e procedure (non abbiamo capi "carismatici", ma coloro che esercitano funzioni nel gruppo sono eletti, e le cose da farsi sono decise collettivamente, non imposte dai capi o addirittura dall'esterno). 
 Non sarebbe male, credo, iniziare a riflettere, nelle riunioni del martedì, sul senso di queste nostre specificità e sulla possibilità di giungere a nuove sintesi condivise anche tra le diverse generazioni rappresentate, a partire dai temi che oggi maggiormente coinvolgono la nostra spiritualità e le nostre concezioni di vita.
 È un lavoro da sperimentare sul campo, senza che possa essere predeterminato un certo tipo di risultato, che potrebbe variare molto anche per influsso di nuove adesioni al gruppo e quindi di nuovi apporti.
 Si potrebbero quindi apportare modifiche alla struttura delle nostre riunioni infrasettimanali del martedì, dedicando la loro parte iniziale e preponderante a questi esercizi di riflessione e di dialogo che, nel gergo associativo, vengono anche definiti "esercizi di laicità", ponendo dopo questa parte le letture bibliche della Messa della domenica seguente e la meditazione collettiva su di esse, in modo da far agire questa forma di spiritualità biblica sui problemi e sulle questioni tratte nella parte precedente dell'incontro.
 Poiché il tempo della riunione è breve, poco più di un'ora, occorrerà da parte di tutti noi uno sforzo particolare per evitare divagazioni, attenendosi strettamente al tema proposto per il dialogo, in modo da consentire a tutti di partecipare al dibattito. Potremmo poi pensare a periodici momenti di approfondimento nello stile classico del "ritiro", ad esempio un sabato al mese, ma sempre nello stesso spirito di apertura e dialogo democratico che caratterizza le attività dell'Azione Cattolica.
 È un lavoro, quello che ho proposto, che, non "nuovo" in assoluto perché praticato in dimensioni più o meno ampie fin dagli anni Sessanta, lo sarebbe senz'altro, per ciò che ho potuto osservare,  nella nostra parrocchia. Un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica è la sede più favorevole per sperimentarlo.
 Scrive Ferreti,  nel libro che citato:
"[Occorre] discernere quanto la declinazione della Parola di Dio sia ancora legata ad una trama linguistico-concettuale e di valori propri della cultura premoderna ormai superata non solo a) dalle nuove visioni scientifiche del mondo ma anche b) dalla nuova concezione etica, incar nata in un "sentire" ampiamente diffuso [...] Il diffondersi della scienza moderna, con la sua autonomia dalla religione, ha portato [...] alla perdita dell'ovvietà della fede. Una perdita solidale (in un circolo di causa ed effetto) con il disincanto del mondo, cioè l'uscita da un mondo in cui era ovvio che potenze soprannaturali interferissero nella vita quotidiana, producendo effetti naturali e salvifici [...] Un secondo punto caratteristico della secolarizzazione moderna [...] consiste nell'emergere di una nuova etica, autonoma dalla religione e [che]  soprattutto pretende di essere di dignità superiore alla stessa etica cristiana tramandata e applicata ( con i suoi risvolti eteronomi, ritualistici, sacrificali, di evasione e di disprezzo del mondo, di violenza ideologica ecc.).
 Discernere quanto queste due novità della cultura moderna ci invitino a purificare la nostra idea di Dio e parlare quindi con un nuovo linguaggio, implica un lavoro di 'ripensamento' profondo - come più volte sollecitato da Papa Benedetto 16* - da portare avanti non solo sul piano della riflessione teologico-intellettuale ma anche su quello della prassi concreta, della vita 'spirituale', il che implica un 'rivivere' o 'vivere in modo nuovo' sia il rapporto con Dio sia le forme della sua stessa testimonianza e del suo annuncio. Un lavoro che la teologia del secolo 20* non ha mancato di fare, ma che è ben lungi dall'essere penetrato nella coscienza diffusa e vissuta dei cristiani e della stessa catechesi o evangelizzazione ordinaria"

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

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