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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 8 agosto 2014

Collettività aperta o federazione di tribù?

                                          Collettività aperta o federazione di tribù?

"...la capacità di collaborare ... oggi rischia di andare smarrita; la collaborazione suppone infatti sensibilità nei confronti degli altri, capacità di ascolto, applicazione pratica di tale sensibilità nel lavoro e nella collettività. Secondo Sennet [R. Sennet, "Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione", Feltrinelli, 2012] , una caratteristica della nostra società è ... proprio il tribalismo, che "abbina la solidarietà per l'altro simile a me con l'aggressività con il diverso da me". [...]
 Sott certi aspetti, la tribalizzazione produce una vera e propria cannibalizzazione dello spazio pubblici! declassato a una sorta di "terra di nessuno", occupata da tribù culturali e simboliche, chiuse nella celebrazione della propria autoreferenzialità identitaria ... ma indifferenti alla ricerca di una grammatica comune e, prima ancora, di un metodo per comporre i conflitti e articolare il pluralismo sullo sfondo di un ethos [=regole di condotta sociale condivise] da condividere. In una società "scucita", nessuno si fa carico della manutenzione del pavimento etico comune, che a volte sembra ridotto a un tappeto, nobile e glorioso, abbellito da ricami preziosi, sopra il quale camminiamo tutti, di cui però nessuno si prende cura, mentre singoli e gruppi cercano di accaparrarsene spazi sempre più ampi. 
 Questo fenomeno ci interpella anche come cristiani: non è forse vero che il tappeto della Chiesa postconciliare è stato talora occupato -in qualche caso addirittura lottizzato- da gruppi che, in nome della loro diversità (" O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri": Lc 18,11), si sono interessati solo alla propria piccola porzione, trascurando la cura delle cuciture che accomunano? Le forme di questa interpretazione federalistica della comunione sono molteplici: vanno dal culti salottiero e inconcludente della irriducibile superiorità del proprio gruppo fino alla tentazione simoniaca di comperare posizioni di potere all'interno della Chiesa, magari usando l'appello ossessivo dell'ortodossia come maschera e grimaldello per un carrierismo felpato e senza scrupoli".
[ Dall'articolo di Luigi Alici, "Il coraggio della profezia", pubblicato sul numero 6/2013 di "Coscienza", rivista del MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale]

 Molti anni fa, facevo la media, appartenni al gruppo scout della parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, confinante con la nostra. Mi ero trasferito lá perché a San Clemente Papa, dove avevo ricevuto l'iniziazione religiosa per la Prima Comunione e la Cresima, gli scout non c'erano più (per qualche tempo, quando io ero troppo piccolo per aderire, c'era stato un gruppo di scout "nautici", ma poi si era sciolto).
 Durante uno dei campi estivi a cui partecipai con la mia "squadriglia", uno dei gruppetti di cui si componeva il "riparto" e di cui quell'anno ero il capo, fummo inviati, io e i ragazzi che mi erano stati affidati, a Sulmona, in Abruzzo, con la missione, innanzi tutto, di autogestirci per circa in giorno e mezzo e poi di svolgere varie ricerche sulla città e la sua storia.
 Per dormire fummo inviati ad un parroco il quale ci disse che avemmo potuto trascorrere la notte nei locali della parrocchia e precisamente, con i nostri sacchi a pelo, in un museo che era attiguo alla chiesa parrocchiale. La sera mi diede le chiavi, ci augurò la buonanotte e ci diede appuntamento per l'indomani mattina. In quel museo c'erano anche cose che mi apparvero preziose, antichi paramenti sacri, oggetti liturgici che all'apparenza erano d'oro o d'argento. Fatto sta che noi ragazzi, il più anziano dei quali aveva tredici anni, fummo lasciati da soli lá dentro, con le chiavi di tutto. Ci fu affidato, quella notte, tutto quello che mi sembrò, e forse realmente era, il "tesoro" di quella chiesa parrocchiale.
 Quella notte dormii poco, perché la presenza, lì intorno al mio sacco a pelo, di tutte quelle antiche cose mi fece temere lo scatenarsi di qualche energia soprannaturale, tipo fantasmi, spiriti e simili.
 In quelle ore ragionai tra me sulla fiducia che ci era stata accordata da quel parroco e sul fatto che, veramente, eravamo stati considerati in quella parrocchia, dove non eravamo mai stati prima, gente di casa, una specie di parenti prossimi. Quella sensazione, avuta nel corso di quella che fu una delle esperienze fondati della mia vita, non mi ha poi più abbandonato in seguito. Crescendo ho avuto anche momenti di minore consuetudine con la gente di Chiesa, ma non mi sono mai sentito un estraneo nelle nostre chiese, mi ci sono sempre sentito come a casa mia, con la confidenza che si ha verso dei familiari. Questa esperienza non mi pare più molto comune. Perché? È bene riflettervi sopra.
 In un'inchiesta statistica su cui ha riferito France Garelli nel libro "Religione all'italiana. L'anima del paese messa a nudo", Il Mulino, si riferisce che la parrocchia, come istituzione, è ancora molto popolare tra gli italiani, mente lo sono molto meno le associazioni laicali che la animano, e, per inciso, i vescovi, i quali nella scala del gradimento vengono ancora più in basso. Quelle associazioni raccolgono le persone che fanno "vita di parrocchia". Tra di esse ci sono anche i nostri gruppi parrocchiali di Azione Cattolica. Qual è la ragione dello scarso consenso che riscuotono tra la gente quelle associazioni di fedeli laici impegnati e che, ad esempio, per ció che concerne il nostro gruppo parrocchiale di AC è segnalato dalla difficoltà di acquisire nuovi aderenti, specie tra i più giovani?
 Azzardo una spiegazione, con riserva di verifica. Parlo sulla base di ciò che ho osservato.
 Sembra, a chi ci vede dall'esterno, a chi osserva da fuori le persone che hanno maggiore consuetudine con la vita di parrocchia, che non si sia più riconosciuti facilmente come gente di fede nel momento in cui si entra in chiesa. Si entra quindi sempre come estranei, visitatori. Noi che siamo ".dentro" pretendiamo qualcosa di piú e, nel pretenderlo, sottoponiamo a una selezione chi ci si propone. Per definire questo atteggiamento si è fatto ricorso alla metafora dei "doganieri". Ma direi di più. Nel selezionare chi si presenta, lo avviamo a uno dei gruppi che operano nella parrocchia, a seconda delle più evidenti affinità e delle apparenti disponibilità di impegno. È come quando da ragazzi si componevano le squadre di calcio e i meno bravi rimanevano fuori. E chi rimane fuori perchè non trova un proprio posto, che fa? Non è una partita di calcio, è questione di fede, quindi vitale. Sembra che non sia possibile essere puramente e semplicemente parrocchiani senza avere un "qualcosa di più". E ciò che si pretende è essenzialmente di riuscirsi a integrare in uno dei gruppi che operano in parrocchia e che sono molto coesi e caratterizzati, al modo di tribù. Il coordinamento dell'azione dei vari gruppi avviene nel quadro di un sistema di tipo "federale", di una sorta di pace (precaria) che comporta prevalentemente un impegno di ciascun gruppo di non ingerenza nell'azione degli altri gruppi. Tra gruppi, così, ci si conosce veramente poco e, non conoscendosi, si diffida gli uni degli altri. Il riconoscimento e l'accettazione avvengono solo all'interno di un certo gruppo. Manca un terreno comune di impegno. Nessuno pensa che sia importante la manutenzione dello spazio etico comune e, in fondo, ognuno pensa che si starebbe meglio se il suo gruppo fosse il solo a rimanere sul campo. Questa situazione ci rende poco popolari tra coloro che sono rimasti fuori, perché non sono riusciti a integrarsi in uno dei gruppi esistenti, e anche tra persone che continuano a venire a Messa. È una cosa che mi è apparsa piuttosto evidente considerando il generale brusio di insofferenza che in genere accompagna l'annuncio che, nel corso della Messa, uno dei nostri laici riferirà sulla sua esperienza associativa in uno dei nostri gruppi. Se si provasse a indire una votazione popolare per stabilire quale linea di integrazione nelle attività parrocchiali deve essere seguita e ciascuno dei nostri gruppi presentasse una sua proposta, quale sarebbe l'esito? Quante sono le persone che si sentono escluse? Non sarà che siano addirittura la maggioranza, nel nostro quartiere? Quella votazione non avrebbe forse un esito rivoluzionario rispetto alla situazione oggi esistente?
 L'accusa di aver "lottizzato" la parrocchia brucia, perché ciascuno di noi ritiene in buona fede di aver fatto il possibile per dare qualcosa al lavoro comune. Si è impegnato e ai tempi nostri è piú difficile ottenere un impegno costante. È cosa che abbiamo constatato quando si è cercato di organizzare dei turni tra i fedeli per proclamare le lettura delle Messe, in modo che non fossero sempre le stesse persone a farlo, e, dopo una iniziale ampia manifestaIone di disponibilità, gran parte della gente si è tirata indietro. E, si osserva, proprio dal Concilio Vaticano 2* è venuta l'esigenza di un'appartenenza più consapevole e convinta, non piú solo per adeguamento ambientale. Quindi poi nei vari gruppi di settore si prendono impegni di vita più seri, si cerca di migliorarsi, elevandosi. In particolare l'impegno alla solidarietà si fa più serio, non rimane solo a livello di chiacchiere. Ma, in questo sforzo di perfezionarsi, siamo proprio certi di non essere stati troppo autoreferenziali, di non aver perduto molta della capacità di ascoltare la nostra gente di fede che è rimasta "fuori", a volte addirittura disprezzandola un po' per essere rimasta "fuori"?
 Penso che quelle che appaiono come nostre mancanze verso la gente che dovremmo attirare "dentro"  dipenda dal fatto che solo all'interno delle nostre piccole tribù ci sentiamo sicuri, a nostro agio, liberi da una società che in genere ci contesta, valorizzati e apprezzati. E, a volte, forse disperiamo di riuscire a tornare ad aver una presa sociale, in un contesto che viviamo come irrimediabilmente corrotto e corruttore, la Nìnive dei tempi nostri, quella di cui attendiamo solo la distruzione, come profetizzato nel brano del profeta Naum letto nella Messa di oggi. Pensiamo, a volte, di poter generare nuova gente di fede solo biologicamente, per  generazione naturale, al modo degli antichi israeliti. Se alle origini la gente della nostra fede avesse ragionato così, probabilmente la nostra fede, nelle sue varie confessioni religiose, non si sarebbe diffusa su tutta la Terra. 
 Cambiare è possibile, ma bisogna lavorarci su insieme. È ciò che ci ha invitato a fare il nostro nuovo vescovo e padre universale. Vogliamo provarci?
 Ha scritto Stefano Biancu,  nell'articolo "Dall'omebelico alla cittá", pubblicato sul numero di "Coscienza" sopra citato:
"Occorre alzarsi e andare a Nìnive, la grande città: mettersi in ascolto dei suoi drammi e delle sue speranze, i quali sono anche i nostri drammi e le nostre speranze. Nìnive ci darà gli strumenti per leggere e comprendere ciò che OGGI il Vangelo ci dice, consentendogli di trasformarci. Trasformati e conformati al Vangelo, saremo anche giudicati da esso in quanto uomini della nostra epoca, solidali con le donne e gli uomini della nostra epoca. Ma questo farà di noi, agli occhi di Nìnive, dei testimoni i quali non solo dicono cose giuste, ma pure le vivono.: senza reticenze e ipocrisie".

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

 
 

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