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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 12 agosto 2014

Problemi ricorrenti

                                                               Problemi ricorrenti

Dopo l'ultima guerra mondiale, tra le tante idee su come costruire la nuova Europa dopo la fine dei totalitarismi nazifascisti che l'avevano a lungo travagliata, vi furono coloro, in Italia, anche tra le persone di fede,  i quali, "tra il serio e il faceto" come si suole dire, lanciarono quella di proporre al Papa di trasferire il suo piccolo dominio territoriale a Malta, all'epoca possedimento britannico, dove ciò che residuava dell'antico ordine di monaci guerrieri dei Cavalieri di Malta disponeva di proprietà che beneficiavano di prerogative assimilabili a quelle della Città del Vaticano a Roma.
 In effetti, a partire dall'Ottocento,la presenza in Italia delle istituzioni pontificie aveva determinato una serie di ricorrenti e specifici problemi politici allo sviluppo e al funzionamento dei processi democratici, e, per altro, ha continuato in qualche misura a produrli, anche se in dimensioni molto più contenute e in modo diversi, fino ai primi mesi dell'anno scorso. Essi, in particolare, avevano influito pesantemente sullo sviluppo dell'azione sociale delle nostre collettività religiose laicali, quando, con l'affermarsi anche in Italia di principi politici liberali, essa poté dispiegarsi producendo anche, in particolare, ciò che il sociologo Pier Paolo Donati ha definito "pensiero sociale cristiano".
 Si tratta di un argomento su cui di solito, nell'iniziazione cristiana, o si sorvola del tutto o ci si limita a dare versioni che risentono di intenti apologetici, vale a dire di difesa a oltranza delle istituzioni di vertice della nostra confessione religiosa, perché, in fondo, e lo dico con l'espressione usata da Primo Mazzolari in un suo celebre saggio, "anche noi vogliamo bene al Papa", tutti noi, me compreso.
 Per i riferimenti storici che seguono mi riferirò all'esposizione di Gabriele De Rosa, nell'opera "Il movimento cattolico in Italia dalla Restaurazione all'età giolittina, Laterza, 1979.
 Ho già ricordato, in un mio precedente intervento, che la prima esperienza anticipatrice di ciò che sarebbe stata l'attuale Azione Cattolica, la bolognese "Associazione cattolica italiana per la difesa della libertà della Chiesa in Italia" di Giambattista Casoni e Giulio Cesare Fangarezzi, era finita nel maggio 1866, dopo solo circa un anno di attività, per l'intervento delle autorità del Regno sabaudo. I suoi fondatori infatti furono colpiti da provvedimenti di domicilio coatto, ai quali si sottrassero con la fuga, quali "austriacanti", in base ad una legge eccezionale del quale era stato relatore Francesco Crispi, uno dei "Mille" di Garibaldi, approvata alla vigilia della terza guerra d'indipendenza contro l'Austria. In realtà ciò che determinò l'applicazione della misura di polizia fu il fatto che il sodalizio cattolico, composto di persone che si proponevano di essere "cattolici tutti d'un pezzo", intendendo con ciò di voler esser disposti alla più completa sottomissione al Papa, sia religiosa che politica, si era apertamente schierato con il Papa nella sua pretesa di mantenere un suo regno territoriale nell'Italia centrale, ciò che contrastava vivamente con l'aspirazione del governo sabaudo di realizzare l'unità nazionale italiana stabilendo la capitale del Regno a Roma.
 Ma analoghi problemi erano sorti già molto tempo prima. La precedente esperienza di un modello associativo laicale che aveva elementi dell'Azione Cattolica dei tempi nostri, la torinese "Amicizia Cattolica" di Cesare D'Azeglio e di Joseph De Maistre, fondata nel 1817, finì per motivi analoghi nel 1825, sempre per sospetti di sovversione filopapale.
 Il sodalizio aveva assunto tra le sue principali finalità, oltre che la diffusione di stampa non contrastante con la dottrina religiosa, la cosiddetta "buona stampa", la promozione a livello popolare di una spiritualità di contenuto devozionale ispirata al pensiero di S.Giovanni Della Croce, di S.Terasa d'Avila e all'insegnamento morale di S.Alfonso Maria de Liguori.  Scrisse in merito De Rosa, nell'opera citata:
"Devozione al Cuore di Gesù, alla Vergine Maria, comunione frequente, sono i segni distintivi della nuova spiritualità [...] questa pietà di tipo italiano, più indulgente, più superficiale talvolta, ma anche più umana e più "popolare", andò sempre più diffondendosi fino a ottenere l'alto riconoscimento di Pio 9*. Dalla devozione mariana al culto dei santi, alla venerazione delle reliquie, alle processioni, ai pellegrinaggi, agli esercizi, una pietà solidissima, anche se non mancava di scadere qui e lì in eccessi di manifestazioni esteriori e teatrali, specialmente nell'Italia meridionale, e che costituì il principale alimento spirituale delle famiglie cattoliche per tutto l'Ottocento e oltre, specialmente nei centi rurali. Di questa pietà si nutrì lo stesso Angelo Roncalli, come è testimoniato dal suo Giornale dell'Anima".
 Ma l' "Amicizia Cattolica" non cadde per quelle attività, ma sulla questione del primato pontificio in politica, in particolare sui temi dell'infallibilità del papa anche in queste materie (il dogma non era stato ancora promulgato e quando lo fu riguardò solo le pronunce in materia di fede) e della separazione tra lo stato e la Chiesa. La società venne sospettata  di essere uno strumento dei gesuiti, istituzione caratterizzata da un particolare impegno di soggezione al papa, per influire sul sovrano sabaudo, in particolare nel campo dell'istruzione scolastica, per mantenere un monopolio degli istituti scolastici religiosi sull'istruzione scolastica.
 L'occasione del ritiro dell'appoggio del sovrano, Carlo Felice, alla società,  con conseguente suo scioglimento, fu data in particolare dall'intervento delle autorità russe, presso le quali il De Maistre aveva svolto brillantemente funzioni diplomatiche per lo stato sabaudo, le quali, dopo i moti insurrezionali decanbristi del 1825, posero sotto sorveglianza tutte le società che si richiamavano a principi religiosi, in particolare quelle influenzate da gesuiti. I russi sospettavano che l'azione dell' "Amicizia Cattolica" fosse influenzata da gesuiti che erano stati espulsi dalla Russia per coinvolgimento in quei moti di popolo. La censura sabauda individuò nei testi diffusi da quella società opere in cui si sosteneva che tutte le azioni umane, senza alcuna distinzione, dovessero essere di competenza della Chiesa, e quindi del Papa quale suo sovrano assoluto, indebolendo sul punto il principio della pienezza della potestà dei sovrani civili. 
 Bisogna ricordare che il De Maistre, intellettuale con grandissimo seguito negli ambienti cattolici e membro fondatore della società, nell'opera "Du Pape" [=sul papa], del 1819, aveva sostenuto l'idea della supremazia indiscutibile e onniestensibile, anche in campo politico, del papa, quindi di un papa che doveva essere obbedito anche dai re al modo di un imperatore e su basi sacrali.
 La questione, che oggi viene in qualche modio "disinnescata" con il ricorso alle distinzioni tra l"ambito religioso e morale e quello politico stabilite dal Concilio Vaticano 2*, anche se ciclicamente torna d'attualità, era all'epoca assolutamente esplosiva per il fatto che, in Italia, il Papa non era solo un capo religioso, ma un sovrano territoriale tra gli altri sovrani territoriali. La materia acquistava quindi un particolare rilievo di politica internazionale e, all'interno degli stati, di sicurezza pubblica. Ciò assunse proporzioni gigantesche, anche a causa della politica pervicacemente seguita dal papato, oscurando quasi del tutto le questioni propriamente religiose, quando il movimento di risorgimentale per l'unità nazionale e la convergente azione politica del Regno sabaudo mirarono a realizzare, anche con campagne militari e insurrezioni popolari, l'unità nazionale italiana sopprimendo la pluralità degli stati in cui la Penisola e le sue popolazioni erano divise, quindi anche il dominio territoriale del Papa-Re.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

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